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20 Giugno 2018
10:38

Migranti, procura Palermo archivia le indagini su Ong Golfo Azzurro e Sea Watch: “Nessun legame con i trafficanti”

La procura di Palermo ha archiviato le indagini a carico delle imbarcazioni di due Ong, la Sea Watch e la Golfo Azzurro, che erano state messe sotto accusa per associazione a delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Secondo i giudici, però, le indagini hanno dimostrato che non c’è alcun legame tra le Ong e i trafficanti libici.
A cura di Stefano Rizzuti
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Tra le Ong e i trafficanti libici non c’è alcun legame. A sancirlo è la procura di Palermo che ha chiesto e ottenuto l’archiviazione di due procedimenti penali a carico delle Ong Proactiva Open Arms e Sea Watch, accusate di associazione a delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Un’accusa che cade perché non esistono prove di una presunta connivenza tra le due Ong e i trafficanti libici. I due procedimenti penali archiviati ieri riguardano due imbarcazioni delle organizzazioni non governative: la Golfo Azzurro e la Sea Watch.

Il gup Guglielmo Nicastro ha accolto la richiesta della procura disponendo così l’archiviazione dell’indagine contro ignoti. L’inchiesta è stata condotta dal procuratore aggiunto Marzia Sabella e dai pm Gery Ferrara e Claudio Camilleri e riguarda due diversi procedimenti: il primo nasce da uno sbarco a Lampedusa del maggio 2017, il secondo riguarda il soccorso a una imbarcazione con a bordo migranti avvenuta nell’aprile del 2017.

L’inchiesta sulla Golfo Azzurro

Il primo caso è quello nato dopo lo sbarco, avvenuto nel maggio 2017, di 220 migranti a Lampedusa, dopo il salvataggio in mare operato dalla nave Golfo Azzurro. L’inchiesta nasce dai racconti di alcuni profughi a bordo dell’imbarcazione che hanno detto alla polizia di essere stati raggiunti, durante il viaggio, da navi con a bordo cittadini europei che avrebbero tranciato i cavi di avviamento dei motori. A quel punto sarebbero arrivati i barconi libici per recuperare i motori dei gommoni. Ma l’inchiesta si è conclusa con un nulla di fatto: secondo la procura questo episodio non ha nulla a che vedere con le Ong. “Alla luce delle indagini svolte non si ravvisano elementi concreti che portano a ritenere alcuna connessione tra i soggetti intervenuti nel corso delle operazioni di salvataggio a bordo delle navi delle Ong e i trafficanti operanti sul territorio libico”.

Le indagini non hanno permessodi appurare la commissione di condotte penalmente rilevanti da parte del personale Ong. In particolare non è emersa la prova che i soggetti che materialmente tranciarono i motori fuori dei gommoni con a bordo i migranti facevano parte della Ong”. Difatti, i migranti a bordo dell’imbarcazione non hanno riconosciuto i soggetti dell’equipaggio della Ong come gli autori dei reati.

L’inchiesta sulla Sea Watch

Il secondo procedimento nasce da una segnalazione della guardia di finanza che ipotizzava ci fossero delle incongruenze nei comportamenti della Sea Watch in occasione del soccorso a una imbarcazione in avaria, avvenuto nell’aprile del 2017.  Il sospetto denunciato dalla guardia di finanza è che la Sea Watch abbia deciso di dirigersi verso le coste italiane nonostante quelle maltesi fossero in teoria più vicine al luogo in cui è avvenuto il salvataggio. Una scelta ritenuta in contrasto con la sicurezza dei migranti, ma non per i pm che spiegano come l’operazione della Ong fosse legittima.

Secondo quanto previsto dalla Convenzione Sar siglata ad Amburgo nel 1979motivano la richiesta d’archiviazionele operazioni Sar di soccorso non si esauriscono nel mero recupero in mare dei migranti, ma devono completarsi e concludersi con lo sbarco in un luogo sicuro: secondo la risoluzione 1821 dell’assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa la nozione di luogo sicure comprende necessariamente il rispetto dei diritti fondamentali delle persone soccorse”.

Per questo motivo nell’inchiesta si sottolinea “l’assoluta mancanza di cooperazione dello stato di Malta nella gestione degli eventi Sar” e anche come il porto più vicino non debba “individuarsi esclusivamente riguardo alla posizione geografica, ma dovrà invece essere, necessariamente, quello che assicurerà il rispetto dei predetti diritti”. “Quindi – spiegano ancora – non deve stupire che la Sea Watch abbia preferito effettuare lo sbarco verso le coste italiane: ciò anzi rappresenta conseguenza logica di quanto appena esposto e una corretta gestione delle operazioni di salvataggio”.

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