Un'indagine della procura di Agrigento ha portato alla luce storie di torture inumane che avvengono quotidianamente nei centri di detenzione in Libia, dove i migranti vengono torturati con bastoni, calci di fucili, tubi di gomma, frustati e colpiti ripetutamente con scariche elettriche. E ancora minacciati, picchiati, privati di acqua e cure mediche.

Tre migranti ospiti dell'hotspot di Messina, fermati dalla polizia di Stato coordinata dalla Dda di Palermo a seguito di un'indagine della procura agrigentina, sono stati accusati di torture. Si tratta di Mohamed Condè detto Suarez, 22 anni, nato in Guinea; Hameda Ahmed, 26 anni, e Mahmoud Ashuia, 24 anni, entrambi egiziani. Le vittime, secondo quanto ricostruito, sono decine di naufraghi rinchiusi in una ex base militare nella città libica di Zawyia.

I tre fermati sorvegliavano i migranti nella prigione sotto la minaccia di morte, anche con l'uso delle armi, e li sottoponevano a violenze di ogni tipo. Dalle torture i tre avrebbero tratto "un ingiusto profitto consistente nelle somme di denaro che i familiari dei prigionieri dovevano versare e, spesso, effettivamente versavano, come prezzo della liberazione dei loro congiunti ristretti", si legge nel decreto di fermo.

"Tutte le donne che erano con noi, una volta alloggiate all'interno di quel capannone sono state sistematicamente e ripetutamente violentate dai due libici e tre nigeriani che gestivano la struttura. Da quella struttura non si poteva uscire. Eravamo chiusi a chiave. I due libici e un nigeriano erano armati di fucili mitragliatori, mentre gli altri due nigeriani avevano due bastoni", sono i racconti dell'orrore dei testimoni che in quel lager hanno vissuto.

"Le condizioni di vita, all'interno di quella struttura – ha raccontato un altro testimone – erano inaudite. Ci davano da bere acqua del mare e, ogni tanto, pane duro. Noi uomini, durante la nostra permanenza all'interno di quella struttura venivamo picchiati al fine di indurre i nostri parenti a pagare loro delle somme di denaro in cambio della nostra liberazione. Di fatto avveniva che, gli organizzatori ci mettevano a disposizione un telefono col quale dovevamo contattare i nostri familiari per dettare loro le modalità con il quale dovevano pagare le somme di denaro ai sequestratori". 

La somma richiesta in cambio della scarcerazione di ogni migrante detenuto, era di circa 10mila dinari libici: "Io, malgrado incitato a contattare i miei familiari, mi sono sempre rifiutato, Proprio per questo motivo sono stato bastonato. Un nigeriano, con il calcio della pistola, dopo che mi ha immobilizzato il pollice della mia mano destra su un tavolo, mi ha colpito violentemente al dito, fratturandolo. Durante la mia permanenza in quella struttura ho avuto modo di vedere che gli organizzatori hanno ucciso a colpi di pistola due Migranti che avevano tentato di scappare".

"A causa delle mie rimostranze contro la mia ingiusta detenzione, sono stato più volte picchiato – ha denunciato un altro testimone – Ho subito delle vere e proprie torture che mi hanno lasciato delle cicatrici sul mio corpo. Sono stato frustato tramite fili elettrici. Altre volte preso a bastonate, anche in testa".

Il carceriere "era spregiudicato, in quanto picchiava tutti i prigionieri e li torturava, frustandoli con i cavi elettrici; li bastonava servendosi di tubi in gomma". Nessuno riusciva a ribellarsi: "Eravamo tutti sottoposti a continue violenze e torture, poiché pretendevano il pagamento di una somma di denaro, da parte dei parenti, in cambio della nostra liberazione. Chi non pagava veniva torturato con la corrente elettrica. Ti davano delle scosse che ti facevano cadere a terra privo di sensi. Tanti gli omicidi avvenuti con la scossa elettrica. Succede che ti forniscono un cellulare con il quale contattare i parenti per esortarli a pagare il riscatto. Laddove non si ricevevano le somme richieste il migrante veniva poi ucciso".

Un migrante è morto di stenti. Era malnutrito e nessuno se ne prendeva cura: "Ho visto, anche, tanti altri migranti ammalati che non venivano sottoposti alle cure necessarie. Ho visto che un carceriere una volta, ha sparato e colpito alle gambe un nigeriano, colpevole di aver preso un pezzo di pane. E tante volte, nel corso della giornata, le donne venivano prelevate dai carcerieri per essere violentate. Da questa prigione si usciva solamente se si pagava il riscatto. Chi non pagava, al fine di sollecitare il pagamento, veniva ripetutamente picchiato e torturato".