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Opinioni

Meloni sbaglia: il sovraffollamento non si risolve con nuove carceri, ma con depenalizzazioni e alternative

Le carceri italiane sono sovraffollate. Questo fenomeno spesso comporta condizioni al limite della dignità umana, tra celle fatiscenti e carenza di psicologi o educatori. Giorgia Meloni dice che per risolvere il problema bisogna aumentare la capienza delle carceri, ma non vuole sentir parlare di depenalizzazione.
A cura di Annalisa Girardi
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Quando abbiamo saputo delle condizioni in cui è detenuta in Ungheria Ilaria Salis ci siamo, giustamente, indignati. Ma anche qui, in Italia, spesso e volentieri le carceri sono luoghi disumani, con celle fatiscenti dove non sempre vengono garantiti gli appena tre metri quadrati calpestabili per detenuto, dove manca l’acqua calda e dove a volte non funziona nemmeno il riscaldamento. Tante carceri sono state costruite anche cento anni fa, mancano gli spazi per fare esercizio fisico e non ci sono abbastanza psicologi o educatori.

Tutto questo chiaramente comporta un estremo disagio e le rivolte nelle carceri, le denunce delle associazioni e purtroppo anche i tanti suicidi in cella – di cui parliamo ancora troppo poco – ce lo ricordano.

Il sovraffollamento nelle carceri

Il problema principale è il sovraffollamento. Recentemente ne ha parlato anche Giorgia Meloni, dicendo che per risolvere la situazione bisogna aumentare la capienza delle carceri. E ha accusato il centrosinistra di aver tentato, negli ultimi anni, di percorrere la strada opposta, cioè di abolire alcuni reati per svuotare le carceri. Non è chiaro che cosa intenda Meloni, le cose non sono andate esattamente così: negli anni ci sono stati diversi tentativi di trovare una soluzione al sovraffollamento delle carceri, un problema cronico nel nostro Paese, ma non ci sono state abolizioni a tavolino di alcune fattispecie di reato con l'obiettivo di diminuire il numero dei detenuti.

La condanna della Cedu

Nel 2013 la Cedu – la Corte europea dei diritti dell’uomo – ha condannato l’Italia per il tasso di sovraffollamento carcerario, ordinandole di migliorare immediatamente le condizioni dei detenuti. Le cose, da allora, non sono cambiate molto.

Secondo l’ultimo report di Antigone, un’associazione che da anni si occupa dei diritti dei detenuti, alla fine dello scorso anno c’erano 60.116 persone detenute, a fronte di 51.272 posti effettivamente disponibili nelle carceri. Un tasso di affollamento del 117,2%, con picchi regionali, ad esempio in Puglia o Lombardia che arrivano al 153% e 142%.

Insomma la situazione è gravissima e lo è ormai da molti anni. Ma come si risolve?

Nella sua sentenza del 2013 la stessa Cedu affermava che in realtà costruire nuove carceri non avrebbe risolto il problema. E parlava piuttosto della “opportunità di depenalizzare alcuni tipi di delitto o di riqualificarli in modo da evitare che essi richiedano l’applicazione di pene privative della libertà”. In altre parole, depenalizzazione e alternative al carcere.

Perché il governo Meloni è contrario alla depenalizzazione

Queste, però, non sono opzioni che sembrano piacere a Giorgia Meloni. Il suo governo, del resto, sta percorrendo la strada opposta, introducendo nuove fattispecie di reato – pensiamo a quelli contro i  rave o gli attivisti ambientali – e togliendo il rinvio della pena anche per le donne incinte, in modo che finiscano in carcere.

Di depenalizzazione, Meloni non vuol sentir parlare.

Non lo vuole fare nonostante circa un terzo dei detenuti si trovi in carcere per fatti di droga, spesso di lieve entità. La normativa italiana sulle droghe, cioè il Testo unico sugli stupefacenti, risale agli anni Novanta e non fa alcuna distinzione tra sostanze pesanti e leggere. Questa legge è il principale veicolo di ingresso in carcere in Italia.

Un terzo dei detenuti è in carcere per fatti di droga

L’articolo 73, in particolare, stabilisce che chiunque coltivi, produca, offra, distribuisca, commerci o trasporti delle sostanze stupefacenti, rischia dai 6 ai 20 anni di carcere. Gran parte del sovraffollamento in carcere è causato proprio dalle persone che vi entrano a causa di questo articolo. Se si depenalizzassero i fatti di lievi entità, come si è anche provato a fare nella scorsa legislatura tra una proposta di legge e un tentativo di referendum, si risolverebbe in parte anche il problema dell’intasamento dei tribunali.

E poi, ci sono le persone. Secondo l’ultimo Libro Bianco sulle Droghe, cioè un report che analizza l’impatto della normativa in materia di stupefacenti, il 40% dei detenuti si classifica come tossicodipendente. Il carcere non è un luogo capace di fornire le cure necessarie a queste persone, soprattutto con tassi di affollamento del genere, che spogliano di dignità qualsiasi condizione.

Troppi suicidi in cella

Nel 2022 il numero di suicidi in carcere è stato il più alto dal 1990: si sono tolte la vita 84 persone detenute, uno ogni quattro giorni e mezzo. Il tasso di suicidi in carcere è di circa 20 volte superiore a quello che si registra al di fuori. L’anno scorso altre 68 persone si sono uccise in carcere e anche quest’anno la  situazione si prospetta drammatica.

La via alternativa

La depenalizzazione di alcuni reati, come quello sul consumo di alcuni stupefacenti, avrebbe un impatto enorme sulla vita nelle carceri, ma c’è una classe dirigente che – per la maggior parte – si ostina a non volerne discutere, spesso preferendo fare propaganda sulla sicurezza. Negli ultimi anni la criminalità nel nostro Paese non ha fatto che diminuire, non certo perché il carcere funzioni da deterrente, visti anche i dati sui recidivi.

Se poi consideriamo che chi commette un reato di lieve entità ed è recidivo perde l’accesso alle misure alternative, appare ben presto chiaro che le carceri italiane siano piene di persone che non hanno commesso delitti gravi, ma che non riescono a costruirsi un futuro alternativo, permanendo in situazioni di povertà e disagio.

È tempo di cambiare paradigma, di costruire una nuova narrativa sul senso sociale della pena, mettendo davvero al centro la rieducazione e il reinserimento in società delle persone detenute, dando loro delle prospettive migliori di quelle con cui sono entrate. Finché le carceri continueranno ad essere dei luoghi disumani, le cose non cambieranno.

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A Fanpage.it sono vice capoarea della sezione Politica. Mi appassiona scrivere di battaglie di genere e lotta alle diseguaglianze. Dalla redazione romana, provo a raccontare la quotidianità politica di sempre con parole nuove.
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