C’era una comprensibile attesa per le prime parole di Mario Draghi da Presidente del Consiglio in un’Aula parlamentare, alimentata anche dall’aura messianica e salvifica di cui politica e giornali hanno ammantato l’ex governatore della Banca Centrale Europea fin dalle prime indiscrezioni sul suo nome come successore di Giuseppe Conte. L’idea del supercompetente capace di guidare il “governo dei migliori” in grado di determinare un nuovo miracolo italiano, in effetti, avrebbe potuto rivelarsi controproducente per lo stesso Draghi e a lungo termine decisamente ambiziosa. Porre troppo in alto l’asticella, date le miserie attuali della politica italiana e le condizioni complesse del sistema Italia, non deve essere sembrato un problema, a giudicare dal tono e dal tenore del discorso pronunciato in Parlamento.

La prima cosa evidente del suo intervento è proprio il carattere “non emergenziale”, diremmo quasi costituente. C’è un passaggio particolarmente rivelatorio, proprio nelle battute iniziali: “Il Governo farà le riforme, ma affronterà anche l'emergenza. Non esiste un prima e un dopo; siamo consci dell'insegnamento di Cavour: «Le riforme compiute a tempo, invece di indebolire l'autorità, la rafforzano»; nel frattempo, però, dobbiamo occuparci di chi soffre adesso, di chi oggi perde il lavoro o è costretto a chiudere la propria attività”. E ancora: “Si è discusso molto sulla natura di questo Governo […] un Esecutivo come quello che ho l'onore di presiedere, specialmente in una situazione drammatica come quella che stiamo vivendo, è semplicemente il Governo del Paese, non ha bisogno di alcun aggettivo che lo definisca”.

Draghi è qui per restare, non per portare alle urne una classe politica che ha pensato bene di aprire e far precipitare la crisi di governo nel periodo peggiore della storia repubblicana. O meglio, le riforme e le scelte che Draghi intende perseguire sono volte a modificare in profondità il sistema Italia; in tal senso, il Presidente del Consiglio ritiene di avere la legittimità, le competenze e le risorse necessarie per cambiare volto al Paese e solo contestualmente gestire l’emergenza sanitaria ed economica. Il suo compito, insomma, non è mettere pezze alle inefficienze e agli errori della politica nella gestione dell’emergenza Covid-19, ma sfruttare questa sorta di unanimismo privo di alternative per intervenire sulla crisi sistemica. Lo si è capito non solo dall’elenco delle cose da fare e dagli ambiti su cui intervenire, ma dall’ambizione con cui ha scelto di affrontare le eterne questioni aperte della politica e delle istituzioni italiane: su tutte fisco, giustizia, mercato del lavoro e burocrazia.

Non fatevi ingannare, però. È vero che negli ultimi anni in molti hanno straparlato di riforme epocali e cambiamenti radicali, ma nessuno è mai stato nella posizione in cui si trova ora il Presidente del Consiglio. In primo luogo, perché nessuno aveva l’autorevolezza, l’esperienza e la struttura di Mario Draghi, con tutto ciò che questo comporta in termini di fiducia e credito da parte delle istituzioni sovranazionali. Ma soprattutto perché nessuno ha mai avuto una tale mole di risorse da mettere sul terreno, senza avere praticamente alcuna controparte con cui negoziare (se non appunto le stesse istituzioni UE) e nemmeno una vera e propria opposizione, con Parlamento, media e parti sociali schierate con il salvatore della patria senza se e senza ma. Paradossalmente, la logica dell’emergenza sta dando i pieni poteri a chi dell’emergenza si occuperà relativamente, mentre proverà a impostare le basi future della nazione.

Tutto ciò rappresenterebbe anche un problema, almeno in linea teorica. Draghi non è un curatore fallimentare come è stato, per esempio, Monti. Non è nemmeno un commissario, come doveva essere Cottarelli nel 2018. Ha una visione e la imporrà, o meglio proverà a farlo alla luce di ciò di cui abbiamo parlato prima. Lo si è capito anche oggi, in un discorso carente di retorica e in cui invece compaiono le parole simbolo della linea che Draghi imporrà al suo esecutivo: cambiamento dei modelli di crescita e di supporto alle attività economiche in difficoltà, politiche strutturali, rivalutazione del perimetro di intervento e del ruolo dello Stato, competitività come valore trasversale e su più livelli. Il tutto con un’insistenza sulle questioni ambientale e generazionale, quasi legate a doppio filo all’idea di sviluppo. È una visione prima di tutto politica, che avrà chiare ripercussioni nei prossimi mesi. Non sono vane parole, buone per qualche titolo di giornale, ma il manifesto ideologico di un governo chiamato a disegnare il futuro del Paese.

Se qualcuno si era illuso di poterlo controllare e gestire, magari dopo aver visto la lista dei ministri, degna del peggior manuale Cencelli, forse è meglio che cominci a rivedere le sue strategie. Draghi sa di cosa parla, a chi parla e perché parla di alcune cose e non di altre. Fa riferimento alla progressività della tassazione per bocciare la flat tax, ma contemporaneamente fa capire di voler ridurre le tasse ai ricchi e aumentare la soglia di esenzione (altro che patrimoniale, insomma). Spiega di voler tutelare i posti di lavoro, ma "non tutti", lasciando al loro destino quelli improduttivi o senza futuro. Annuncia di voler salvare le aziende in difficoltà, ma solo dopo aver scelto quali devono sopravvivere alla buriana e come possono essere competitive sul mercato. Glissa su quota 100 e sul reddito di cittadinanza, poi fa capire chiaramente che la stagione dei bonus è finita. Ecco, di esempi simili nel suo discorso ne potete trovare molti, il punto è che c'è una chiara visione, con forti connotazioni ideologiche e con una competenza tecnica indiscutibile, che i partiti non sembrano neanche aver riconosciuto, almeno a giudicare dal dibattito in Aula e dalle reazioni fuori. Figurarsi se possono combatterla o limitarla.

Insomma, a Palazzo Chigi abbiamo un uomo con un'ambizione enorme, certo con poco tempo a disposizione, ma con gli strumenti, la competenza e le condizioni per realizzare compiutamente una rivoluzione. Non sappiamo se ciò sia o meno una buona notizia, abbiamo più timori che speranze. Il fatto che i partiti non si siano ancora accorti di nulla e continuino a trattare Draghi come il santo protettore della sopravvivenza del sistema, invece, è sicuramente una cattiva notizia. Perché l'uomo solo al comando è sempre una cattiva notizia, anche se si chiama Mario Draghi.