Luigi Manconi: “In Italia siamo sempre meno liberi, chi governa oscura i nostri diritti”

Un Paese con carceri più affollate, più fragile nell'accesso alla salute, più restrittivo verso il dissenso e sempre meno capace di garantire diritti uguali sul territorio. È questo il quadro che emerge dal Rapporto sullo stato dei diritti in Italia, presentato questa mattina alla Camera dei Deputati da A Buon Diritto Onlus, con il sostegno dell'Otto per mille valdese.
Il Rapporto analizza 17 ambiti fondamentali, dalla libertà di informazione al carcere, dalla salute al tema delle migrazioni, dal lavoro ai diritti delle donne, dei minori e delle persone con disabilità. E mette insieme dati ufficiali, monitorati indipendenti e analisi normative. Quello che ne emerge è una lettura complessiva che mostra come, negli ultimi anni, la compressione dei diritti sia stata sistemica, prodotta da precise scelte politiche, ritardi legislativi e un uso sempre più esteso di strumenti emergenziali.
Secondo Luigi Manconi, presidente di A Buon Diritto, non si tratterebbe di un arretramento episodico: "Dopo un ultimo, breve ciclo di riformismo concentrato tra il 2016 e i 2017, con l'approvazione delle unicorni civili, della legge sul testamento biologico e di quella contro la tortura, il sistema dei diritti ha imboccato una direzione opposta". Da allora, dice Manconi a Fanpage.it, si è registrato "un restringimento delle libertà individuali e sociali e un profondo oscuramento complessivo del sistema dei diritti".
Ambiente, lavoro, istruzione, salute mentale, diritto all'abitare, protezione dei dati sensibili: i diversi capitoli mostrano come la restrizione dei diritti non colpisca settori isolati, ma attraversi l'intero corpo sociale. In questo contesto l'aumento dell'occupazione non si traduce in una riduzione della povertà, l'accesso alla casa diventa sempre meno accessibile mentre la protesta ambientale viene punita più severamente dei reati ecologici.
Meno libertà di informazione, più controllo del dissenso
Questo scenario generale si riflette con particolare evidenza in alcuni ambiti chiave, a partire dalla libertà di informazione e dalle forme di controllo del dissenso.
Nel 2025, l'Italia è scesa al 49° posto nella classifica mondiale sulla libertà di stampa stilata da Reporters Sans Frontières, perdendo ben tre posizioni rispetto all'anno precedente e risultando il Paese con la situazione più critica dell'Europa occidentale. Un arretramento che il Rapporto collega non solo a pressioni informali ma anche a interventi legislativi precisi: tra tutti il decreto legislativo n. 198 di dicembre 2024 che ha modificato l'articolo 114 del codice di procedura penale, introducendo un divieto generalizzato di pubblicazione delle ordinanze applicati di misure cautelari personali fino alla conclusione delle indagini preliminare. Una scelta che limita cioè il diritto di cronaca e affida alla sola parafrasi giornalistica, anziché al testo del giudice, la ricostruzione dei fati, con il rischio, ovviamente, di distorsioni informative.
A questo si aggiunge poi la legge n.80 del 2025, che ha reso più severe le sanzioni per le proteste: blocchi stradali, scioperi della fame e forme di dissenso passivo diventano ora punibili con pene più pesantissime. Il quadro della libertà di stampa è poi ulteriormente compromesso dalla diffusione massiccia di disinformazione, spesso veicolata da siti che diffondono fake news sui principali conflitti internazionali, molti dei quali generati anche con l'intelligenza artificiale. Il risultato complessivo è un ecosistema informativo più fragile, meno trasparente e più facile da controllare, con rischi concreti per la qualità e la veridicità delle notizie.
Salute: rinunce alle cure e disuguaglianze territoriali
Un altro capitolo è dedicato poi al diritto alla salute, che appare sempre più condizionato dal luogo di residenza e dalla capacita di spesa. Nel 2024 quasi una persona su dieci ha rinunciato alle cure, principalmente a causa delle liste di attesa. E il 23,9% dei cittadini ha pagato interamente l'ultima prestazione specialistica, senza rimborsi. Secondo il Prof. Manconi, si tratta del dato più drammatico dell'intero Rapporto: "oltre cinque milioni di persone rinunciano a curarsi perché le liste di attesa arrivano anche a tre anni solo per potersi mettere in coda", spiega a Fanpage.it, "In questo modo viene compromessa proprio la base essenziale delle eguaglianze sociali, cioè il diritto alla salute".
Sul fronte del fine vita, poi, nonostante le ripetute pronunce della Corte costituzionale, il Parlamento non è ancora intervenuto, lasciando irrisolta una questione fondamentale per l'autodeterminazione delle persone: "Con la sentenza n. 132/2025, la Consulta ha ribadito il diritto della persona a essere accompagnata dal Servizio sanitario nazionale nel percorso di suicidio medicalmente assistito", si legge nel Rapporto, "chiarendo il ruolo di garanzia delle strutture pubbliche. L'insieme di questi elementi mostra un sistema sanitario sotto pressione, in cui la libertà terapeutica e l'uguaglianza nell'accesso alle cure restano diritti incompiuti".
Le politiche migratorie e il protocollo Italia-Albania
Il Rapporto dedica poi ampio spazio anche alle politiche migratorie italiane e all'attuazione del protocollo Italia-Albania, evidenziando un "arretramento strutturale delle politiche inclusive e una crescente centralità degli strumenti di controllo e trattenimento". Tra aprile e ottobre 2025, nel CPR di Gjader circa il 70% dei provvedimenti di trattenimento non è stato convalidato dall'autorità giudiziaria.
Un dato che, secondo Manconi, è particolarmente afflittivo perché "la mancata convalida non elimina la sofferenza prodotta dal trattenimento": viaggi forzati tra Italia e Albania, ammanettamenti, prigionia, trasferimenti pesanti e "una condizione di totale smarrimento per le persone coinvolte". Un quadro nazionale che si inserisce nel contesto del nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, che rafforza le procedure di frontiera e "amplia il ricorso al trattenimento amministrativo, riducendo gli spazi di accesso alla protezione".
Secondo il Rapporto, questa combinazione di politiche nazionali e europee rischia di trasformare il diritto d'asilo, concepito come garanzia di protezione, in una procedura emergenziale sempre più orientata alla deterrenza piuttosto che alla tutela dei richiedenti. In pratica, le nuove regole aumentano la possibilità di trattenimenti prolungati e spesso ingiustificati. Il risultato è un sistema dove la tempesta normativa e burocratica rischia di "prevalere sulla difesa dei diritti fondamentali, con effetti diretti sulle persone più fragili e sui meccanismi di accoglienza del Paese", ricorda ancora Manconi.
Carcere: sovraffollamento cronico e aumento dei suicidi
C'è poi un lungo capitolo dedicato ai prigionieri che racconta una crisi ormai strutturale del sistema carcerario italiano. Al 2025, le persone detenute in Italia erano 63.868, a fronte di 51.275 posti disponibili. Il sovraffollamento raggiunge così il 138,5%, con 72 istituti che superano la soglia del 150% e punte che toccano addirittura il 200%. Numeri che non sono semplici statistiche ma che rappresentano condizioni di vita quotidiana estreme dove lo spazio personale è minimo e la gestione della convivenza diventa un'emergenza continua. A questa pressione si aggiunge un dato ancor più drammatico: nel solo 2025 si sono registrati 70 suicidi tra i detenuti.
Ogni cifra rappresenta una vita persa, e mette in luce non solo la durezza delle condizioni detentive, ma anche la carenza di sistemi efficaci di prevenzione e di supporto psicologico, sottolinea ancora Manconi a Fanpage.it. Le misure alternative alla detenzione, che potrebbero alleggerire la pressione sulle carceri e favorire percorsi di reinserimento, restano ancora estremamente marginali e la popolazione carceraria continua nel frattempo a crescere, e con essa il divario tra la realtà quotidiana degli istituti e la funzione rieducativa della pena, sancita dalla Costituzione. In molte strutture, si legge ancora nel Rapporto, l'obiettivo di recupero e reintegrazione sembra ormai lontano, sostituito da una gestione emergenziale e da tensioni costanti tra detenuti e personale. In questo contesto, le carceri italiane appaiono non solo sovraffollate, ma anche fragili sotto il profilo umano, incapaci di garantire sicurezza, dignità e supporto a chi vi è ristretto.
I diritti delle donne: formalmente riconosciuti ma concretamente ostacolati
Il Rapporto restituisce un quadro di forte vulnerabilità anche per le donne, i minori e le persone con disabilità: soggetti i cui diritti, pur formalmente riconosciuti, restano spesso difficili da esercitare nella realtà quotidiana.
Nel corso dell'anno si contano 99 femminicidi, a cui si aggiunge il dato preoccupante che "il 73% delle donne che contattano il numero antiviolenza 1522 non presenta denuncia", come si legge nel Rapporto. Un dato che non solo racconta la sfiducia nei meccanismi di protezione, ma racconta anche la difficoltà di accesso a percorsi reali di uscita dalla violenza. Sul piano dei diritti riproduttivi, l'accesso all'interruzione volontaria di gravidanza continua a essere fortemente limitato: "i tassi di obiezione di coscienza superano il 60%, con differenze territoriali che incidono direttamente sull'esigibilità del diritto". In altre parole, il diritto esiste sulla carta, ma nella pratica non lo si può esercitare. Il Rapporto segnala poi anche il progressivo indebolimento dei consultori familiari, che limita la possibilità per le donne di ricevere informazioni, supporto e accompagnamento. Le politiche pubbliche risultano anche qui insomma prevalentemente orientate alla repressione penale, senza adeguati investimenti in prevenzione, servizi e autonomia economica. "In questo contesto", si legge ancora "l'autodeterminazione femminile appare come un diritto formalmente riconosciuto ma concretamente ostacolato da fattori strutturali che ne limitano l"esercizio".
Minori e persone con disabilità
Le stesse disuguaglianze strutturali attraversano anche la condizione dei minori. Oltre un quarto delle famiglie con figli è a rischio di povertà, una percentuale che supera il 43% tra i minori di origine straniera. Dati che restituiscono l'immagine di un'infanzia segnata da profonde disparità di opportunità in cui il luogo di nascita e la condizione socioeconomica continuano a determinare l'accesso all'istruzione, ai servizi e a percorsi di inclusione.
Parallelamente, il Rapporto segnala una crescete tendenza anche a rispondere al disagio minorile con strumenti di natura penale e repressiva, a scapito di interventi educativi, sociali e di prevenzione. Una scelta che rischia di aggravare le fragilità invece che affrontarne le cause strutturali, allontanano così ancora l'obiettivo di una reale tutela dei diritti dell'infanzia:"Un disegno di legge presentato da Forza Italia a novembre, per cui in questi giorni iniziano i lavori, vorrebbe addirittura abbassare l'età di imputabilità dei minori, scendendo sotto la soglia dei 14 anni", dichiara ancora Manconi. "Parliamo dell'età più delicata, quella dove maggiori sono l'esigenza di prevenzione, formazione, educazione, riabilitazione. Quell'età potrebbe ora diventare un campo di afflizione penale. Di imputabilità e di reclusione. Una scelta davvero preoccupante".