Dopo l‘attacco aereo al centro di detenzione di Tajoura, vicino a Tripoli, in cui hanno perso la vita oltre 50 migranti, l'Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati e l'Organizzazione mondiale per le migrazioni hanno lanciato un appello congiunto all'Unione europea e all'Unione africana affinché tragedia di questo tipo non si ripetano. Bisogna cambiare l'approccio nei confronti di rifugiati e migranti in Libia, affermano: "La protezione di vite umane deve rappresentare la priorità assoluta. La comunità internazionale dovrebbe considerare la protezione dei diritti umani di migranti e rifugiati come un elemento essenziale del proprio impegno in Libia".

In primo luogo Unhcr e Oim richiedono che le 5.600 persone che attualmente sono detenute nei diversi campi di detenzione in Libia siano immediatamente rilasciate, evacuate verso altri Paesi e reinsediate, affinché venga loro garantita la protezione. Perché ciò avvenga, tuttavia, è necessaria una maggiore cooperazione da parte dei Paesi terzi. Inoltre, specificano le organizzazioni, quei migranti che desiderano tornare al loro Paese di origine dovrebbero essere messi nelle condizioni per poterlo fare in sicurezza. Per farlo, affermano le organizzazioni, è necessario stanziare risorse supplementari. "La detenzione di quanti sono fatti sbarcare in Libia dopo essere stati soccorsi in mare deve terminare. Esistono alternative pratiche: dovrebbe essere consentito loro di vivere nelle comunità locali o in centri di accoglienza aperti e si dovrebbero stabilire le relative modalità di registrazione. È possibile istituire centri sicuri e semiaperti simili a quello di raccolta e partenza dell’Unhcr", scrivono le organizzazioni, comunicando che lo scorso 10 luglio il centro di detenzione di Tajoura è stato chiuso e coloro che sono sopravvissuti all'attacco, circa 400 persone, sono stati trasferiti al Centro di Raccolta e Partenza. Tuttavia, ora questo luogo è seriamente sovraffollato, nonostante le organizzazioni stiano lavorando senza sosta affinché i migranti, e specialmente i soggetti più vulnerabili, siano evacuati. Molti rimangono rinchiusi, però, in altri centri di detenzione nel Paese, "in luoghi in cui le sofferenze e il rischio di violazioni dei diritti umani continuano".

Secondo le organizzazioni ci sarebbero circa 50.000 rifugiati e richiedenti asilo registrati e 80.000 migranti che vivono attualmente in varie aree della Libia: "È necessario garantire maggiore assistenza, affinché le loro condizioni di vita migliorino, i diritti umani siano protetti e un numero minore di persone cada nelle reti del traffico e della tratta di esseri umani". Unhcr e Oim sottolineano quindi che bisogna compiere ogni sforzo possibile per impedire che le persone soccorse nel Mediterraneo siano fatte tornare il Libia, un "Paese che non può essere considerato un porto sicuro". Poi le organizzazioni commentano: "In passato, le imbarcazioni degli Stati europei che conducevano operazioni di ricerca e soccorso hanno salvato migliaia di vite, grazie anche alla possibilità di effettuare sbarchi in porti sicuri. Esse dovrebbero poter riprendere a svolgere questo compito vitale e si dovrebbe istituire con urgenza un meccanismo di sbarco temporaneo che consenta una condivisione di responsabilità a livello europeo. Le navi delle ONG hanno svolto un ruolo analogamente fondamentale nel Mediterraneo e non devono essere penalizzate per il soccorso di vite in mare. Alle imbarcazioni commerciali non deve essere chiesto di ricondurre in Libia i passeggeri soccorsi". Per quanto riguarda gli organismi libici considerati competenti, secondo Unhcr e Oim, è possibile farci affidamento a condizione che , e che le garanzie sugli standard dei diritti umani siano rispettate. "Senza tali garanzie, si dovrebbe interrompere qualunque forma di sostegno".