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Cosa sappiamo sul Long Covid, gli effetti a lungo termine del Coronavirus
4 Maggio 2022
06:00

Oltre la metà di chi ha preso il SarsCov2 soffre di Long Covid: così ISS prova a curarli

L’Istituto Superiore di Sanità ha avviato un progetto per il monitoraggio del Long Covid, per fornire ai centri che si occupano del disturbo linee guida chiare per l’assistenza dei malati. Graziano Onder (ISS) a Fanpage.it: “Abbiamo censito 120 centri in Italia, che in media vedono 40 pazienti al giorno. Ma è solo l’apice del fenomeno”.
A cura di Annalisa Cangemi
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Cosa sappiamo sul Long Covid, gli effetti a lungo termine del Coronavirus

Sul Long Covid sono ancora molti i punti da chiarire. Sul sito dell'Istituto Superiore di Sanità viene descritta come una "condizione di persistenza di segni e sintomi che continuano o si sviluppano dopo un'infezione acuta di Covid-19". Il virus passa insomma, ma i sintomi restano. A dicembre 2021 è nato il progetto CCM dell'Iss, finanziato dal ministero della Salute, per monitorare il cosiddetto Long Covid, cioè gli effetti a lungo termine dell'infezione da SARS-CoV-2, con lo scopo di approfondire le caratteristiche del fenomeno e soprattutto per dare vita a un protocollo diagnostico e di trattamento a livello nazionale, che in questo momento manca in Italia. Il progetto, dal titolo "Analisi e strategie di risposta agli effetti a lungo termine dell’infezione Covid-19 (Long-Covid)", si sviluppa nell'arco di due anni. Abbiamo intervistato il coordinatore, Graziano Onder, direttore del Dipartimento Malattie cardiovascolari, dismetaboliche e dell'invecchiamento dell’ISS.

Quali sono le finalità del progetto avviato dall'Iss?

Si tratta di un progetto del ministero della Salute, coordinato dall'Istituto Superiore di Sanità, piuttosto articolato. La prima finalità è valutare la dimensione del problema, per capire quanto è comune il Long Covid, e conoscere anche i costi della malattia per il Sistema Sanitario Nazionale. Il secondo obiettivo è censire i centri esistenti sul territorio nazionale, capire come sono organizzati e cosa viene fatto al loro interno. Da quando si è presentato il Long Covid sono nati moltissimi centri, con una notevole eterogeneità. Il terzo scopo è quello di definire delle buone pratiche cliniche: bisogna capire come ci si deve comportare di fronte a una persona che ha questa condizione. Il quarto obiettivo è fare una vera e propria sorveglianza, cioè seguire nel tempo le persone che hanno il Long Covid, per capire se è una condizione che scompare o se invece tende a cronicizzarsi. E infine vogliamo fare diffusione, fare servizio pubblico, cioè cercare di far conoscere per quanto possibile sia agli specialisti sia agli utenti il Long Covid, attraverso una serie di webinar o con una sezione web all'interno del sito dell'Iss.

Con quali realtà collaborate?

Il progetto coinvolge alcune Regioni, la Toscana, la Puglia e il Friuli-Venezia Giulia, e alcune reti degli Ircss, gli istituti di ricerca clinica, principalmente quelli che si occupano di invecchiamento e neuroscienze. Progressivamente si aggiungeranno altri partner. Per esempio alcune Regioni ci affiancheranno con l'analisi dei dati. E poi collabora con noi la Società Italiana di Medicina Generale, che pur non essendo formalmente coinvolta nel progetto partecipa, perché gran parte della gestione del Long Covid avviene nelle cure primarie, nella medicina di base.

A proposito dei centri che si occupano di Long Covid, non esiste al momento un protocollo unico di riferimento?

È proprio quello che cercheremo di fare con questo progetto. Al momento attuale abbiamo censito 120 centri sul territorio nazionale. Praticamente tutte le Regioni sono rappresentate, a eccezione della Valle d'Aosta e della Basilicata. Ma ognuno di questi centri adotta pratiche leggermente diverse rispetto agli altri, non esistono protocolli univoci. Vogliamo fornire buone pratiche assistenziali sul Long Covid, spiegando come ci si deve comportare, definire dei percorsi, in modo da dare una guida a questi centri e a chi li vuole portare avanti. C'è necessità dopo due anni di mettere ordine, e di rendere standardizzata l'assistenza per i pazienti.

Al momento come si fa una diagnosi di Long Covid?

Si tratta appunto di una condizione che conosciamo da poco meno di due anni. Ad oggi la diagnosi si fa principalmente valutando la persistenza di sintomi che possono essere legati al Covid oltre le quattro settimane dall'infezione acuta. Quello che un po' ci spiazza e che rende difficile anche capire quanto è frequente questa condizione è che i sintomi che si possono presentare sono i più svariati: vanno da quelli più comuni e banali, come la ‘fatigue', cioè l'astenia (che viene registrata in più del 50% delle persone dopo quattro settimane dall'evento acuto) o la dispnea, l'affanno, a quelli meno comuni che interessano altri sistemi, per esempio sintomi dermatologici, cardiaci o quelli che colpiscono l'apparato otorinolaringoiatrico, come la persistenza di assenza dell'olfatto e del gusto, oppure sintomi gastrointestinali. Molto comuni sono anche i sintomi psicologici e psichiatrici, le conseguenze neurologiche come la cefalea. Il problema di questa condizione è che ad oggi, al di là dell'aspetto temporale, non c'è una definizione chiara basata sulla presenza dei sintomi.

E per quanto riguarda il trattamento?

Il centro che si occupa di Long Covid deve avere la capacità di gestire molteplici patologie. Se il Long Covid è caratterizzato dall'alterazione di tanti organi, la struttura deve avere la capacità di valutare e curare i diversi disturbi. Questo deve essere il principio cardine. È difficile in questo momento fornire indicazioni su una cura unica per il Long Covid, perché ogni sintomo può nascondere un'alterazione di un sistema a sé. In base alla condizione del paziente bisognerà intervenire con un trattamento specifico. Nell'assistenza, al di là delle terapie, però è fondamentale una valutazione globale di tutte le problematiche, una valutazione multidimensionale, a tutto tondo, e una risposta multidisciplinare, cioè essere in grado di dare una risposta con l'intervento di molteplici specialisti sanitari.

Il progetto durerà due anni. Nel frattempo verrà reso noto un elenco dei centri che si occupano di Long Covid consultabile dai pazienti che hanno bisogno di essere presi in carico?

Lo stiamo aggiornando proprio in questi giorni, sul sito dell'Iss. Qui spieghiamo cosa è il Long Covid, quali sono i sintomi legati alla malattia che possono insorgere. Abbiamo in programma di inserire anche la lista dei centri disponibili sul territorio nazionale, in modo che ognuno, nelle proprie Regioni, possa vedere dove si trovano i centri Long Covid più vicini.

Dai dati raccolti fino ad ora ci sono già delle stime sulla diffusione del fenomeno?

Questo dipende dal sintomo che guardiamo, perché i vari sintomi hanno delle frequenze molto diverse. Il sintomo più comune è molto aspecifico, ed è la fatigue, che citavo prima, che è appunto la stanchezza che una persona che ha avuto una forma grave della malattia si porta dietro. Ha una frequenza tra il 40 e il 60% di quelli che hanno avuto il Covid-19. Per l'affanno si parla di una frequenza tra il 10 e il 40%. Almeno un sintomo come conseguenza del Covid-19 ce l'ha una porzione di popolazione superiore al 50%. Significa che più del 50% delle persone che hanno avuto l'infezione si porta appresso a distanza di quattro settimane delle sequele. È chiaro che più andiamo avanti nel tempo più queste si riducono e si recupera, ma in alcuni pazienti c'è una persistenza più lunga di alcuni sintomi che possono essere altamente invalidanti. Ma con i dati che abbiamo adesso è difficile dire con precisione per quanto si mantengano i sintomi nel tempo.

Il censimento è appena iniziato, ma sapete quanti sono i casi in questo momento sotto osservazione nei vari centri?

Noi abbiamo 120 centri, ognuna di queste strutture vede una media di 40 pazienti al giorno. Attualmente in tutto ce ne sono in cura 5mila. Però questo è l'apice del fenomeno, perché la valutazione del Long Covid deve essere fatta dal medico di base, cioè anche sul territorio, non solamente in centri super specializzati, che si prendono carico delle forme più severe, quelle che hanno conseguenze più complesse.

Sappiamo quali sono le fasce d'età più colpite?

Le persone più a rischio sono sicuramente quelle che hanno avuto i casi più severi di Covid-19, chi è stato in ospedale e in terapia intensiva. E poi chi aveva molte malattie croniche preesistenti, quindi soprattutto gli anziani. Sappiamo che sono più colpite le donne rispetto agli uomini, soprattutto per la stanchezza.

E chi è vaccinato è più protetto dal rischio di sviluppare il Long Covid?

Sicuramente sì, l'essere vaccinati è un fattore protettivo per il Long Covid e riduce la severità della malattia. L'incidenza di Long Covid è molto più bassa nei vaccinati, non possiamo però ancora quantificarla.

Anche i farmaci antivirali funzionano da protezione contro il Long Covid?

Ci sono dei dati, a un livello molto preliminare, che suggeriscono che i farmaci antivirali proteggono dal Long Covid. Questi farmaci, che vengono assunti entro i primi cinque giorni dalla comparsa dei sintomi, riducono la severità della malattia e quindi ne riducono anche le conseguenze a lungo termine. Anche su questo c'è da studiare, ma questo è quanto è emerso dalle prime evidenze. Anche perché il Long Covid è causato principalmente dai danni che il virus fa nell'organismo. Minori sono i danni, minore è la probabilità di sviluppare il Long Covid.

Farete anche una valutazione sui costi del Long Covid per il Ssn?

Assolutamente sì. La valutazione sui costi dell'assistenza per i ricoveri in alcune Regioni l'abbiamo già fatta. Una persona che ha avuto il Covid, e che è stata ospedalizzata, nell'anno successivo alla malattia ha un impatto sui costi dell'assistenza di tre o cinque volte maggiore rispetto a chi non ha avuto il Covid. Per chi è stato in terapia intensiva la spesa per l'assistenza media è dalle cinque alle sette volte maggiore rispetto a quanto costa una persona che non si è mai ammalata. La Regione Toscana per esempio ci ha messo a disposizione i suoi dati: un paziente con il Covid che è stato ricoverato in terapia intensiva nei mesi successivi al ricovero ha un costo dell'assistenza di circa 500 euro, spalmato in un anno, contro i circa 100 euro di chi non ha contratto l'infezione. Il costo quindi è di cinque volte superiore.

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