Il numero di posti disponibili nello SPRAR Paci a Firenze, lo rende il più grande della Toscana. La sua capacità massima, a pieno regime, è di 130 persone ed è gestito dalla cooperativa Il Girasole.

Negli SPRAR risiedono le persone che hanno ottenuto lo status di rifugiati. Nei CAS, la cui situazione ci viene raccontata come molto simile, risiedono prevalentemente le persone in attesa di risposta dalla commissione che ne valuta la richiesta d'asilo.

Oggi, in piena bufera per la crescita dei dati dei contagiati in tutta Italia ho chiamato Jacopo Landi, educatore nello SPRAR Paci a Firenze e rappresentante sindacale CGIL; in seguito ho sentito anche Valentina Adduci, avvocata e anche lei lavoratrice dello SPRAR Paci e rappresentante sindacale, e poi Francesco Belli, responsabile della Funzione Pubblica della CGIL.

Ciao Jacopo, come va?
Malissimo. Hanno trovato dieci persone positive nella struttura, solo sette sono state trasferite in un albergo sanitario, le altre tre hanno rifiutato e sono a giro.

In che senso "a giro"?
Girano per la struttura, per i piani, non rispettano la quarantena, ed escono anche fuori.

Come è possibile?
In tutti i casi hanno continuato a vivere per giorni nella struttura, dormendo in camere da sei persone, positivi e negativi insieme, stessi bagni, mensa in comune, qui non è possibile nessuna quarantena. Uscivano quando volevano e poi rientravano, ti sto parlando anche di persone positive e in attesa di responso del tampone, poi rivelatosi appunto positivo.

Aiutami a capire: in che senso tre persone positive hanno rifiutato il trasferimento in un albergo sanitario? (questo lo chiedo a Valentina Adduci)
Non sono andati, semplicemente.

Possono farlo? (lo chiedo sempre a Valentina Adduci)
In teoria no, però è così. L'Asl ha fatto segnalazione al prefetto e hanno detto che interverranno. Nel frattempo sono a giro, sia per la struttura insieme ai negativi, che fuori.
Questo per noi è un argomento che può essere complicato da raccontare, la paura è anche la strumentalizzazione della destra, però queste sono le storie che stanno accadendo in uno degli SPRAR più grandi della Toscana ed è giusto raccontarle queste storie, anche per la salute di tutti gli altri ospiti della struttura, di chi ci lavora e delle persone fuori.

Avviene così ovunque? (chiedo sempre a Valentina Adduci)
Noi ci occupiamo del territorio di Firenze e provincia, e diciamo che in questo territorio le segnalazioni che ci sono arrivate, le testimonianze, sono molte. Perciò sì, accade anche in altre strutture.

Mi racconti dall'inizio? (qui riprendo a parlare con Jacopo Landi)
Siamo stremati, non ci ascoltano, fanno scaricabarile, è una situazione insostenibile.
La storia dall'inizio è questa: una persona nostra ospite manifestava segni di un possibile contagio, e siamo riusciti a ottenere per lui un tampone. In attesa dell'esito del tampone lui viveva comunque insieme a tutti gli altri, cioè camerata da sei, utilizzo del bagno in comune, mensa, poi è risultato positivo e lo hanno trasferito. Troppo tardi però, era ovvio che anche altri si fossero contagiati, e dunque noi lavoratori abbiamo chiesto altri tamponi, ma li abbiamo ottenuti soltanto quindici giorni dopo. Capito? Solo quindici giorni dopo hanno fatto gli altri tamponi, e comunque non a tutti, cinque persone sono risultate introvabili al momento del tampone. Risultato: altre dieci persone positive.

Poi cosa è accaduto?
Dopo altri giorni ancora hanno deciso di spostare queste dieci persone in alberghi sanitari per la quarantena, ma nel frattempo avevano fatto ancora vita in comune, le camerate da sei e tutto il resto. Oggi siamo arrivati al punto che l'intera struttura andrebbe sanificata e tutti gli ospiti messi in quarantena.

Pensi sia presente il virus all'interno della struttura?
Se mi stai chiedendo la mia sensazione ti dico di sì, mi pare evidente.

Come stanno reagendo i vertici della vostra cooperativa?
Diciamolo chiaramente: la Società della Salute è il partner istituzionale del soggetto SPRAR e noi siamo il gestore per questo ente. Così i soggetti che gestiscono queste strutture, ma parlo in generale, tendono a minimizzare, probabilmente perché a loro volta temono conseguenze e ritorsioni nei loro confronti".

E l'Asl?
L'Asl non è più capace di fare i tracciamenti, è saltato tutto.

A voi lavoratori hanno fatto il tampone?
E' una notizia di stamani: dopo le tante pressioni sembra che fisseranno la data per un tampone ai lavoratori. Quando, però, ancora non lo sappiamo.

E fino a ora?
Fino a oggi, niente. Forse non ci hanno voluto testare perché qualche positivo spunterebbe, questo è molto probabile, questa è la nostra sensazione, per questo da venti giorni si rimpallano le competenze e nessuno ci fa un tampone. Ora sembra che ci sia un accordo orale, ma non sappiamo né quando né se ripeteranno la mappatura.

Tu fuori dal lavoro cosa fai?
Io faccio una vita da recluso in casa, non vedo nessuno, sono "abile" solo per venire qui e lavorare. Ma poi come faccio a vedere qualcuno sapendo che di giorno lavoro in un ambiente con dieci o quindici positivi? Sono considerato "abile" per andare a lavorare, ma poi mi sono messo in autoquarantena. E come me altri venticinque lavoratori lì dentro.
Però dico con chiarezza: noi vogliamo lavorare in sicurezza, non ammutinarci.
Noi da febbraio non siamo mai stati chiusi un giorno, mai qualcuno di noi lavoratori ha mandato un certificato, nessun lavoratore lo ha fatto, ma ora abbiamo una struttura concretamente con il Covid-19 al suo interno e vogliamo denunciarlo fortemente.

La cooperativa non ha fatto proprio niente?
Abbiamo fatto una formazione due giorni fa con un infermiere che ci ha spiegato come vestirsi di fronte a un paziente Covid, ma questa non è una struttura sanitaria, noi siamo educatori e non siamo personale sanitario, il lavoro a cui andiamo incontro è un lavoro impossibile, non è quello che sappiamo fare e non siamo formati per questo. Non possiamo essere noi a gestire i cosiddetti "casi Covid".
Ti racconto questo: quando alla Asl sono venuti a fare i tamponi era tutti completamente vestiti e protetti, giustamente; noi eravamo accanto a loro, e poi in mensa, e nei bagni, solo con le nostre mascherine e un po' di gel sulle mani ogni tanto. A vederci dall'alto sarebbe stata una scena surreale.

Gli ospiti, mi dicevi, escono tranquillamente
Le persone da qui escono, entrano, fanno quello che vogliono. Non rimangono isolate al terzo piano, il piano teoricamente in quarantena. E noi operatori non abbiamo ovviamente nessuna autorità per fermarli.
Ti racconto anche questo: tutto questo accade qui da noi ma sta accadendo anche da tantissime altre parti. Come rappresentante sindacale ho storie di ogni tipo, come quella di un portiere soltanto con novanta richiedenti asilo.

Chi dovrebbe intervenire?
Il Comune di Firenze, l'Asl intesa come Igiene pubblica e la Società della Salute, ma tutte e tre si rimpallano le responsabilità. E la cooperativa per cui lavoro minimizza, perché a tutti quanti, fino a che noi stiamo lì, gli risolviamo un problema. Se ne parliamo il bubbone scoppia, ma noi vogliamo parlarne perché dobbiamo prendere misure adeguate per il bene di tutti.
Qui andrebbe sanificato tutto, stanza per stanza, ufficio per ufficio, bagno per bagno. E andrebbero trasferiti gli ospiti in strutture sanitarie.

E la prefettura?
La Asl le ha segnalato i casi dei positivi che se ne vanno in giro, hanno detto interverranno, per ora però non lo hanno fatto.
Alla prefettura, queste sono voci che si rincorrono, hanno detto poi che vorrebbero revocare l'accoglienza a chi non rispetta le indicazioni sanitarie. Ma anche questo non avrebbe senso. Che senso avrebbe mettere queste persone fuori dalle strutture a forza? Sarebbe ancora più pericoloso per loro e per gli altri. Che fai, lasci queste persone a dormire ai giardini pubblici, anche con il freddo? Sospetti malati di Covid obbligati a dormire fuori? A cosa servirebbe? Dovrebbero trovare posto negli alberghi sanitari, ma probabilmente non ci sono posti, questa è una nostra deduzione ma non so come altro spiegarmi questo comportamento da parte delle istituzioni, la loro inerzia totale.

Avete chiamato la Polizia?
Sì, dicono che è un problema di ordine sanitario e ci dicono di chiamare il 118. Al 118 ci dicono invece che loro non possono farci niente ed è un problema di ordine pubblico. Siamo nel marasma.

Perché è così difficile far rispettare la quarantena alle persone che ospitate?
Abbiamo provato con messaggi dai mediatori, traduzioni, colloqui individuali, di gruppo, ma non si riesce a far capire la pericolosità e le precauzioni da tenere.

Quali sono gli scogli?
I motivi sono vari. Una parte dei rifugiati è molto giovane, si sentono in forze e di conseguenza inattaccabili. Un po' è difficile anche perché non hanno un rapporto pregresso con la medicina, molti di loro hanno visto un medico per la prima volta qui da noi. Non sanno cosa vuol dire malattia, o ne hanno un concetto differente dal nostro. Pensa che in alcuni casi hanno conosciuto solo lo sciamano che pensava alla malattia come a un elemento di negatività lanciato contro di loro da qualcuno. Anche il loro rapporto con la morte è diverso, vedono morire persone molto più spesso, sono quasi tutti passati dai lager libici, molti sono stati torturati, far capire a loro il concetto di "asintomatico" diventa difficilissimo.

Si sta rivelando difficile capire il concetto di "asintomatico" anche per molte persone nate e cresciute qui in Italia.
Sì, è molto vero questo. Si tende a negare, non riconoscere, far finta di niente. Avviene con tutti ed è troppo spesso nell'animo umano, tutto questo.

La responsabilità maggiore è della cooperativa per cui lavori, cioè di chi gestisce lo SPRAR Paci?
La responsabilità maggiore è delle istituzioni prima di ogni altro ente gestore. Perché loro sanno, noi come CGIL abbiamo avvertito tutti, non possono fare finta di niente anche se nella realtà dei fatti stanno facendo proprio così.
E si finisce per scaricare tutto sugli ultimi, su chi lavora e su chi è rifugiato. Considera che questo vale per gli SPRAR, per i CAS, ma vale in generale per tutti i centri a bassa soglia, come ad esempio i dormitori pubblici.

Ora vorrei chiedere a loro – Jacopo Landi, Valentina Adduci e Francesco Belli – anche "come se ne esce". Non è però questa una domanda che è giusto rivolgere a loro, che prendendosi invece una grande responsabilità, e anche un discreto rischio personale, mi hanno raccontato queste storie e fatto queste denunce.
Io per quello che vale penso che se ne possa uscire solo tutti insieme, in primis senza scarichi di responsabilità e con le istituzioni, e gli enti gestori, in prima linea. Non è in gioco solo il futuro di un gruppo di persone, ma è sostanzialmente in gioco l'umanità e la salute pubblica.