L’Italia disperde il 42% dell’acqua pubblica, in Sicilia rischio desertificazione al 70%: il dossier di Avs

L'Italia perde quasi metà della sua acqua potabile prima ancora che arrivi ai rubinetti, mentre il territorio nazionale è sempre più colpito dalla siccità. È la fotografia restituita dal dossier "C'era una volta l'acqua", presentato da Alleanza Verdi e Sinistra, che raccoglie dati di Istat, Ocse, Copernicus e altri enti scientifici per delineare lo stato della risorsa idrica nel Paese. Il rapporto mette in evidenza due criticità strettamente legate tra loro: da un lato una rete di distribuzione caratterizzata da rilevanti inefficienze, dall'altro una siccità sempre più diffusa lungo tutta la penisola.
Un quadro che, come spiega a Fanpage.it il co-portavoce di Europa Verde e deputato di Avs, Angelo Bonelli, dimostra come "la crisi climatica da emergenza sia diventata una realtà strutturale, ma in questi anni la premier Meloni non ne ha mai parlato, come se le causasse allergia". Per il deputato di Avs, l'immagine che emerge dal report evidenzia la necessità di "costruire un piano di adattamento a lungo termine per le nostre città, capace di contrastare i cambiamenti climatici, a partire dalla riduzione della dispersione idrica, dalla limitazione del consumo di suolo fino alla definizione di una nuova politica energetica".
La rete idrica fa acqua da tutte le parti: oltre 9 miliardi di perdite l'anno
Il dato più significativo che emerge dal dossier – presentato martedì 28 luglio a Perugia, lungo le sponde del Tevere – riguarda proprio la rete di distribuzione. A fotografarne le criticità è l'Istituto nazionale di statistica che, nel rapporto "Le statistiche dell'Istat sull'acqua", stima al 42,4% la quota di acqua dispersa lungo le reti pubbliche. In termini assoluti, significa che ogni anno 3,4 miliardi di metri cubi non arrivano ai rubinetti delle case italiane, ma vengono persi durante il percorso. Un volume che, come sottolinea l'istituto, sarebbe sufficiente a soddisfare il fabbisogno idrico di 43,4 milioni di persone per un intero anno, pari a circa il 75% della popolazione italiana. Secondo le stime riportate nel dossier, questa inefficienza genera un danno economico superiore ai 9 miliardi di euro all'anno.
La situazione, però, varia notevolmente da territorio a territorio. Le perdite più elevate si concentrano al Sud, dove in diverse regioni oltre la metà dell'acqua immessa in rete non raggiunge gli utenti. Basilicata (65,5%), Abruzzo (62,5%), Molise (53,9%), Sardegna (52,8%) e Sicilia (51,6%) sono le regioni in cui le inefficienze producono gli effetti più rilevanti. Al contrario, tutte le regioni del Nord registrano valori inferiori alla media nazionale. Fanno eccezione Veneto (42,2%) e Friuli-Venezia Giulia (42,3%), sostanzialmente in linea con il dato italiano. Le realtà più virtuose sono invece Emilia-Romagna (29,7%), Valle d'Aosta (29,8%) e Lombardia (31,8%).
Le differenze emergono con ancora maggiore evidenza osservando i capoluoghi di provincia, che riflettono in larga parte i dati regionali. Potenza è la città con la dispersione più elevata, pari al 71% dell'acqua immessa in rete, seguita da Chieti (70,4%) e L'Aquila (68,9%). All'estremo opposto si trovano Como (9,2%), Pavia (9,4%) e Monza (11%), a conferma di una gestione delle infrastrutture idriche profondamente disomogenea sul territorio nazionale. Secondo Bonelli, questi numeri restituiscono una situazione "eticamente inaccettabile, che fa dell'Italia un caso più che unico al mondo a causa della fatiscenza delle condotte idriche. Siamo in un quadro in cui la siccità e la desertificazione contribuiscono a creare un danno enorme all'economia, alla biodiversità e anche alla qualità della vita".

Laghi e fiumi osservati speciali per il rischio desertificazione
Alla dispersione della rete si affianca una crisi idrica sempre più aggravata dagli effetti del cambiamento climatico. Secondo gli studi richiamati nel dossier ed elaborati dal Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici (Cmcc), oggi la scarsità d'acqua non dipende più soltanto dalla diminuzione delle precipitazioni, ma sempre più dall'aumento delle temperature, che accelera l'evaporazione da suoli, fiumi e laghi. Una dinamica che rende gli episodi di siccità più frequenti, intensi e prolungati. Le proiezioni riportate nel documento indicano che entro il 2100 le aree aride potrebbero estendersi fino all'11% della superficie terrestre globale, mentre secondo l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), la superficie terrestre esposta alla siccità è già raddoppiata tra il 1900 e il 2020.
Anche l'Italia è tra i Paesi maggiormente esposti. L'Osservatorio europeo sulla siccità segnala vaste aree del Centro e del Sud in condizioni di allerta o allarme. La Sicilia è la regione più vulnerabile al rischio di desertificazione, che interessa circa il 70% del territorio. Tra le situazioni più critiche figurano anche il bacino del Po, entrato in una fase di severità idrica, il Lago Maggiore, con un livello inferiore di circa un metro rispetto alla media stagionale, e il lago Trasimeno, il cui livello è vicino ai minimi storici.
"Anno dopo anno la situazione peggiora – sottolinea Bonelli – Il cuneo salino dal delta del Po è risalito, penetrando per 14-15 chilometri; questo significa che l'acqua marina entra nel fiume, determinando problemi per l'agricoltura, l'irrigazione e la biodiversità". Per il deputato, "di fronte a questo quadro dovrebbe esserci un piano nazionale di adattamento climatico, che è stato approvato ma non finanziato dal governo e che contiene proprio un progetto per impedire che l'acqua del mare penetri nell'asta fluviale del Po".

Bonelli (Avs) a Fanpage.it: "Meloni nega il cambiamento climatico, servono provvedimenti a lungo termine"
Per Avs questi dati dimostrano la necessità di un cambio di passo nella gestione della risorsa idrica. "Non esiste la bacchetta magica, ma esiste una pianificazione che ci metta lungo la strada giusta e ci sono i piani di adattamento climatico", spiega Bonelli. "Al governo Meloni chiedo di occuparsi della crisi climatica, visto che si occupa di tutto fuorché di una questione che sta cambiando e peggiorando la vita degli italiani. Invece non lo fa perché c'è un'impostazione ideologica che punta a negare il cambiamento climatico".
Secondo il deputato, è necessario mettere in campo dei "provvedimenti per garantire alla popolazione più anziana il diritto all'aria fresca, consentendo di installare pompe di calore nelle abitazioni, strumenti a bassissimo impatto ambientale che permettono di affrancarci dal gas. Bisogna poi approvare una legge contro il consumo di suolo, dire stop ai giardini pavimentati in cemento o piastrelle e favorire invece la diffusione delle foreste urbane nelle città, con cui la temperatura può diminuire di 5-6 gradi".
"La politica energetica è uno degli elementi fondamentali", ricorda però Bonelli, secondo cui "il governo ha deciso di trasformare l'Italia in un hub del gas europeo e pensare ancora di bruciare combustibili fossili è un problema. Per questo dobbiamo finanziare il piano nazionale di adattamento climatico: si tratta di una serie di misure che gli scienziati hanno già indicato. Il punto principale, però, è che il governo deve occuparsi della crisi climatica e non lo fa, mentre si concentra sul regalare soldi ai petrolieri e sulla legge elettorale", conclude.