A fine novembre l'Associazione Luca Coscioni ha lanciato Covidleaks, una piattaforma di segnalazioni, pubblicate in forma totalmente anonima, per cercare di portare alla luce i dati sul coronavirus. Dopo dieci mesi di pandemia questi dati sono ancora largamente inaccessibili per la comunità scientifica e per i giornalisti. Le istituzioni continuano a pubblicarli solo in forma aggregata o in formato chiuso, impedendo così elaborazioni complesse o analisi più precise, ad esempio a livello territoriale. Sul sito di Covidleaks si trovano informazioni, scaricabili, relative a Lombardia, Toscana e Veneto. Abbiamo chiesto all'epidemiologa Sara Gandini (professoressa di statistica medica presso l'Università Statale di Milano e direttrice dell’unità ‘Molecular and Pharmaco-Epidemiology' presso il dipartimento di Oncologia Sperimentale dello IEO di Milano), di commentare quest'iniziativa. Per capire quali informazioni sull'andamento dell'epidemia di Covid-19 sarebbe necessario conoscere, e perché è così importante che i dati vengano liberati. Gandini dirige anche il gruppo ‘Pillole di Ottimismo', un progetto nato per diffondere le buone pratiche per una corretta divulgazione e informazione scientifica sul Covid-19.

Cosa ci dicono i dati pubblicati su Covidleaks la piattaforma lanciata dall’Associazione Coscioni?

Questi database purtroppo non ci permettono di avere informazioni in più rispetto a quello che già si sa. Da epidemiologa per me è fondamentale capire il ‘disegno di studio’: da dove vengono questi dati, se si tratta di uno studio prospettico, cioè che esamina i risultati nel tempo, o se si tratta di uno studio trasversale, cioè che ci fornisce una fotografia in un preciso momento di tutte le persone che hanno un test positivo.

La possibilità di condurre analisi indipendenti a partire da una piattaforma come questa può dare un contributo concreto?

È ancora poco, ma è importante come forma di protesta nei confronti delle istituzioni, un modo per dire che i dati ci sono e vanno tirati fuori. È un'ottima provocazione. Ma per fare delle analisi più approfondite non è ancora sufficiente.

Che tipo di dati sarebbero utili in questo momento per capire l'andamento della pandemia?

Quello che si fa fatica a sapere per esempio è il motivo che ha spinto un individuo a sottoporsi a tampone molecolare. Lo ha fatto perché sintomatico o perché aveva fatto precedentemente un test rapido? Noi abbiamo bisogno di sapere il numero di positivi rapportato al numero di test fatti. Da quello che vedo i tassi di incidenza vengono già riportati in quasi tutte le tabelle pubbliche.

Sono disponibili anche i dati disaggregati?

In genere sono forniti solo dati aggregati. Ma per esempio noi adesso stiamo facendo un confronto tra l’incidenza nelle varie Regioni e l’incidenza nelle scuole, e ci sono database online scaricabili che possono essere utilizzati dagli scienziati. Mancano però informazioni più dettagliate, sui luoghi dei contagi, sul tipo di test che vengono fatti, sulle professioni maggiormente a rischio. Sarebbe importante capire cosa significa ‘positivo'.

Cosa intende?

C'è una differenza tra quello che chiamiamo incidenza e prevalenza: abbiamo bisogno di sapere se si tratta di nuovi eventi o di persone che rimangono positive per lungo tempo, se si tratta di persone risultate positive perché hanno dei sintomi o perché vengono fatti screening a tappeto. Queste situazioni sono completamente differenti e modificano significativamente le statistiche.

Cosa manca quindi nei dati diffusi dal governo fino ad ora?

Una delle tematiche su cui stiamo cercando di lavorare insieme ad alcuni medici è quella delle reinfezioni. È possibile infettarsi di nuovo? È una vera reinfezione o si tratta semplicemente di un test che risulta debolmente positivo nel lungo termine? Sarebbero informazioni preziose, che in questo momento non ci sono o non sono a disposizione di tutti, non vengono diffuse da fonti istituzionali. Un’altra informazione che sarebbe importante avere è la causa di morte, e quindi le eventuali malattie concomitanti. Se le persone che arrivano in ospedale non hanno il Covid-19 e si contagiano in ospedale la causa del decesso qual è? Al momento se una persona è risultata positiva e presenta una serie di comorbidità come causa del decesso si considera il Covid-19, in linea di massima. Mi sono confrontata con alcuni medici legali che hanno manifestato diverse perplessità rispetto alle modalità con cui sono assegnate le cause dei decessi. Altra questione è quella dell’andamento delle immunoglobuline nel tempo: gli anticorpi rimangono elevati dopo l’infezione o calano? E se calano significa che siamo meno protetti?

Consideriamo il dato dell’età. Sappiamo per esempio chi si infetta prima nelle famiglie?

Ci siamo chiesti se nelle famiglie si infetta prima l’adulto o il bambino. In molti studi è stato dimostrato che sono proprio gli adulti a infettarsi per primi, rispetto ai bambini.

Ci sono tante questioni aperte. Per quanto riguarda le infezioni da Covid nelle scuole ci sono dati a sufficienza?

Ecco questa è un’altra questione su cui stiamo lavorando. Il problema nelle scuole è che i dati vengono comunicati dai presidi, che danno informazioni parziali, non sempre attendibili come quelle che in teoria potrebbe dare una fonte come l’Istituto Superiore di Sanità. Il ministero dell’Istruzione ha divulgato delle statistiche qualche mese fa. Si sta ragionando adesso sull’opportunità di mettere online i numeri dei contagi nelle scuole, come si fa in tanti Paesi, creando un portale.

Basterebbe questo per fare chiarezza?

Non è sempre facile interpretare questi dati, l’analisi è tutt’altro che banale. Bisogna capire se si tratta di nuove infezioni o se invece stiamo parlando di soggetti che hanno contratto il Covid e rimangono positivi anche nelle settimane successive. Prendiamo il caso dell’incidenza nella popolazione generale confrontata con l’incidenza nelle classi. Sappiamo che nelle scuole c’è un protocollo mediamente più stringente rispetto a quello che viene adottato in altri luoghi. Nelle classi abbiamo dei tassi più elevati e il motivo è semplice: a scuola vengono fatti molti più test. Per ogni caso che viene individuato tutta la classe o va in quarantena o viene testata, quindi è più facile scoprire i positivi, perché vengono testati anche gli asintomatici.

Secondo lei c'è stato un nesso tra l'apertura delle scuole a settembre e la seconda ondata?

Nelle nostre analisi siamo partiti dai dati contenuti della letteratura internazionale. Da maggio ho iniziato a confrontare tutte le pubblicazioni, per esempio quelle messe online da Germania, Olanda, Stati Uniti, per vedere come vanno i contagi nelle scuole. Chiunque può scaricare questi dati, a differenza di quanto accade in questo momento in Italia. Quello che si è visto è che le scuole non hanno contribuito alla diffusione del virus, né quando sono state chiuse né quando sono state riaperte. C'è un articolo che sta facendo molto discutere secondo cui l'apertura delle scuole in diversi Paesi ha influito sull'andamento della pandemia. Il problema è che quello è uno studio fatto all'inizio della scorsa primavera, quando ancora non c'era alcun tipo di protocollo. Invece altri report che sono usciti, tra i primi quelli dell'Australia, Nuova Zelanda, Germania, Inghilterra e Spagna, dimostrano al contrario che le scuole non modificano l'andamento della pandemia. I cluster, nelle scuole elementari e medie in particolare, sono pochissimi. Si trovano più casi nel personale scolastico, mentre i bambini hanno un tasso significativamente inferiore rispetto alla media della popolazione generale. Ma gli insegnanti e gli studenti non sono tra le categorie più a rischio di malattia, le statistiche non dicono che a fronte di una maggiore incidenza abbiamo più casi gravi negli insegnanti rispetto alle altre professioni. Anche i cluster che si sono creati all'estero sono veramente pochi. L'unico Paese in cui si è creato un allarme è Israele. Però anche lì si è visto in un secondo momento che a causare un aumento nei contagi erano stati i matrimoni, non le scuole.

Quindi la trasmissione avviene meno da bambini ad adulti rispetto alla trasmissione che avviene tra adulti?

Esattamente. Prendiamo per esempio la Campania. Se si va a vedere l'andamento dei casi all'apertura e alla chiusura delle scuole e l'incidenza dei casi nella Regione si vede bene che non c'è alcun legame, sono due fattori totalmente indipendenti. Non c'è una corrispondenza tra l'apertura delle scuole e un innalzamento della curva. Poi è ovvio che essendo un coronavirus, come tutti i virus respiratori, è stagionale, arriva con l'autunno e ha la sua curva.

Quindi lei non è preoccupata dal ritorno in classe del 75% degli studenti il 7 gennaio? La scuola non influirà sulla terza ondata?

No, assolutamente no. Non si è osservata in un nessun paese una cosa simile. Al contrario la scuola può offrire un servizio alla società, perché aiuta a individuare casi che altrimenti non emergerebbero. L'unica fascia di età più problematica è quella dopo i vent'anni, tra i venti e i quaranta, e chiaramente non c'entra la scuola. È vero che gli adolescenti si contagiano di più rispetto ai bambini. Ma i casi tra gli adolescenti sono comunque minori rispetto agli adulti. Per questo io insisto molto sul fatto che le scuole dovrebbero essere riaperte. È grave continuare a tenerle chiuse. L'apprendimento è ridotto, e questo vuol dire che un'intera generazione imparerà meno e avrà più difficoltà anche a livello psicologico.

Ci sono dati sui problemi causati dalla didattica a distanza?

C'è uno studio molto bello, fatto in Olanda, un paese tecnologicamente più avanzato del nostro e che ha fatto un lockdown di otto settimane. Hanno trovato una riduzione dell'apprendimento del 20% in media, rispetto agli anni precedenti. Ma nelle famiglie in cui ci sono genitori non laureati hanno trovato un 50% di riduzione dell'apprendimento. Una percentuale elevatissima e statisticamente significativa. Sono stati fatti degli studi con dei modelli che hanno mostrato come la didattica a distanza provocherà una riduzione del Pil e addirittura un aumento della mortalità a lungo termine, proprio perché ha degli effetti a catena su tutta la società.

Lei vede come un possibile pericolo i ricongiungimenti a Natale? 

Io penso che la categoria di cui dobbiamo veramente farci carico sono gli anziani, che sono quelli che rischiano più di tutti, vanno tutelati il più possibile. Noi dobbiamo riuscire a tenere insieme tante dimensioni, quella umana, quella affettiva, quella sociale. Non si può ridurre tutto solo al contagio, perché si perdono pezzi di vita.

Bastano le misure che sono state prese? Tamponi prima di tornare a casa, mascherine…

Purtroppo la mascherina dà una sensazione di sicurezza che è rischiosa. La distanza fisica è l'unica reale arma che abbiamo contro il virus. La mascherina da sola fa poco. I tamponi rapidi sono sicuri fino a un certo punto, non danno grandi garanzie. Se un paziente è presintomatico, cioè è nella fase in cui l'infezione è stata contratta ma il paziente non ha ancora manifestato i sintomi, il tampone non lo rileva. E anche se fosse negativo basta una corsa sui mezzi di trasporto per infettarsi.