È presto per dire se il decreto riaperture approvato dal governo Draghi sia un vero punto di svolta nella gestione della pandemia in Italia o solo un tentativo maldestro e rischioso di precorrere i tempi che rischia di vanificare gli sforzi fatti finora. L'assenza pressoché completa di una strategia o di una visione di ampio respiro è ormai una costante: si naviga a vista e si prendono decisioni sull'onda dell'emotività o in base alla pressione dell'opinione pubblica, alternando il "ce lo chiedono gli esperti" a "è una scelta che spetta alla politica" a seconda della convenienza del momento. Era andata più o meno nello stesso modo tra settembre e ottobre, quando, malgrado gli appelli di esperti e analisti, si scelse di incrociare le dita e sperare che la seconda ondata ci risparmiasse, limitandoci a poche e inutili norme invece di osservare cosa stava succedendo in altre nazioni europee e prendere le necessarie misure con anticipo. Ed è andata allo stesso modo tra dicembre e gennaio, di fronte all'allarme sulla prevedibilissima diffusione della variante inglese. Sta andando più o meno così anche adesso, con "il governo dei migliori" che è riuscito a litigare su una questione del tutto marginale (un'ora di coprifuoco in più o in meno), mentre l'intero impianto si regge su una scommessa: ovvero che la prosecuzione della campagna vaccinale riesca a smorzare in modo sensibile il "rimbalzo" derivante dall'allentamento delle misure restrittive.

La decisione del governo, dobbiamo dircelo con franchezza, era inevitabile. Il costante miglioramento della situazione epidemiologica ha fatto cadere completamente le ultime resistenze, in un clima avvelenato non solo da mesi e mesi di chiusure e sacrifici, ma anche dal racconto distorto di una specie di lotta fra "aperturisti e chiusuristi”, una contrapposizione ridicola che è riuscita a far passare del tutto in secondo piano le mille sfumature e la grande complessità della discussione in corso.

Draghi ha assecondato questa narrazione fino a restarne vittima e non aver più alcun margine di manovra. Dopo settimane di assurdità del tipo "le misure stanno funzionando", "la situazione è in miglioramento", "il sistema a colori ce lo invidia tutto il mondo" e via discorrendo, era diventato impossibile continuare a mantenere restrizioni e giustificare appelli a prudenza e responsabilità. Anche perché, nonostante qualche battuta d'arresto, la campagna vaccinale sembra aver finalmente imboccato la strada giusta, concentrandosi sulla tutela delle fasce vulnerabili.

A quattro mesi dalla partenza, l’Italia ha certo raggiunto i risultati migliori nella vaccinazione del personale sanitario, coperto oltre l'80% con la seconda dose, ma sta accelerando anche nella distribuzione alle fasce più esposte. Al momento, sono state somministrate oltre 16 milioni di dosi (su 19 milioni di consegne), con 4,7 milioni di persone che hanno già completato il ciclo vaccinale. Ci sono Regioni che stanno lavorando in modo egregio e altre che stanno recuperando terreno: insomma, l'impressione è che, dopo una prima fase costellata di errori strategici e ritardi organizzativi, la macchina sia avviata e che sia possibile mettere in sicurezza il Paese in pochi mesi.

In questa fase, però, la campagna vaccinale andrebbe protetta e non utilizzata come un pretesto per allentare le misure restrittive. È la lezione che Boris Johnson ha dato all'Europa: una campagna di vaccinazioni a tappeto, supportata da una serie di misure molto restrittive, necessarie per abbattere il numero dei contagi e ripristinare i meccanismi di contact tracing. Noi siamo ancora lontani da una situazione di questo tipo. Gli indicatori sono in miglioramento e lo saranno certamente anche nei prossimi giorni; l'incidenza si sta abbassando e ci sono segnali positivi dagli ospedali per quanto concerne i nuovi ingressi in terapia intensiva e i ricoveri ordinari. Ma il numero di contagi giornalieri è ancora troppo lontano dalla quota che garantirebbe il ripristino del tracciamento e la gestione dei singoli focolai (a proposito, ma qualcuno ha pensato di lavorare a questo aspetto?); il numero dei casi attivi sfiora i 480mila, viaggiamo al ritmo di 3-400 morti al giorno, ci sono ancora tante Regioni vicine alle soglie critiche per i posti in terapia intensiva.

Contenere il contagio e vaccinare in fretta dovrebbero essere le colonne portati del management della crisi, ma dovrebbero viaggiare assieme, anche perché è particolarmente rischioso condurre una campagna di vaccinazioni consentendo la libera circolazione del virus. Noi ci stiamo muovendo in ordine sparso, senza aver chiaro qual è il punto di caduta del complesso di misure e indicazioni,  alimentando una confusione enorme tra l'opinione pubblica e impostando misure che già sappiamo aver bisogno di un tagliando nel breve volgere di qualche settimana.

Se l'obiettivo è "salvare l'estate" allora non si comprende il senso di riaprire in modo così prematuro. Se l'obiettivo è quello di ridare ossigeno alle tante attività economiche provate da mesi e mesi di chiusure, andrebbero soppesati con estrema attenzione i rischi di nuove limitazioni, che peraltro sarebbero decise tramite gli stessi indicatori utilizzati finora (visto che è sparito anche il criterio dell'andamento delle vaccinazioni su base regionale, promesso solo qualche giorno fa da Draghi). Se l'obiettivo è quello di continuare ad agire sulla curva, resta molto discutibile la decisione di riaprire le scuole in presenza in modo così importante, alla luce delle evidenze scientifiche ma soprattutto del fatto che non si è mai lavorato con impegno e serietà al piano di riapertura: poco o nulla è stato fatto per gli spazi, poco o nulla per i trasporti, pochissime sono state le sperimentazioni sullo screening degli alunni (servite solo a evidenziare carenze e difficoltà strutturali), persino le vaccinazioni del personale docente si sono incagliate nello scoglio Astrazeneca. Peraltro, la gestione della cabina di regia è stata a dir poco schizofrenica: prima si prevedeva la riapertura in presenza dal 60% al 100%, poi si è saliti alla soglia minima del 70%, ora si è scelto di garantire comunque deroghe per quelle Regioni che fossero in difficoltà.

Il problema è appunto l'assenza di una strategia di medio e lungo periodo. Non stiamo riaprendo per ripartire, ma per limitare i danni economici e per far tirare il fiato a milioni di italiani (giustamente e legittimamente) provati da mesi di limitazioni e restrizioni. Stiamo facendo un'accozzaglia di misure che hanno solidi ragionamenti scientifici alle spalle (il minor rischio di contagio all'aperto), provvedimenti già superati nella pratica quotidiana (le visite private "a gruppi di 4"), scelte controfattuali e pericolose, veri e propri salti nel buio. Lo stiamo facendo con la consapevolezza di pagare un prezzo molto alto in termini di contagi, ospedalizzazioni e decessi, sperando solo nel senso di responsabilità dei cittadini e nella prosecuzione senza intoppi della campagna vaccinale.

Il giornalista del Financial Times John Burn-Murdoch mostra chiaramente quale dovrebbe essere la condizione ideale per tornare a vivere "normalmente":

Ecco, non esistono amanti del lockdown e tutti vogliamo tornare nel quadrante in basso a destra. Ma le fughe in avanti non servono, se non a ritardare quel momento: e questo dovremmo dircelo con tutta la franchezza e onestà possibili. Non è ancora finita, anche se a nessuno piace sentirselo dire.