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Opinioni

L’effetto delle tasse sulle diseguaglianze: le politiche fiscali che fanno risparmiare i più ricchi

Oltre a descrivere un panorama opposto a quello raccontato dalla presidente del Consiglio sulle differenze tra autonomi e subordinati, i report dell’Istituto di statistica mostrano come l’intervento pubblico sia un elemento fondamentale per ridurre le diseguaglianze: eppure sia la riforma Irpef di Draghi, sia la flat tax di Meloni non valorizzano la progressività fiscale.
A cura di Roberta Covelli
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È tempo di bilanci, analisi e valutazioni, e i dati Istat possono aiutarci a capire meglio la realtà, rispondendo a qualche dubbio. I report pubblicati dall’Istat, e in particolare i dati sul carico fiscale e sulla redistribuzione del reddito, non sono solo numeri e statistiche, ma rivelano rischi ed effetti sociali dietro le tendenze economiche. Proviamo a leggerli con attenzione, affiancando all’analisi statistica le scelte politiche degli ultimi anni, in materia fiscale e non solo.

Poveri e ricchi: gli effetti delle tasse sulla disuguaglianza

A premessa, però, bisogna chiarire un concetto: una società senza disuguaglianze, o comunque in cui ci si impegna per ridurle al minimo, conviene ai ricchi e ai poveri (il perché lo vedremo più in là). E, verso questo obiettivo di riequilibrio, il sistema fiscale pubblico si dimostra più efficace del mercato.

Lo notiamo con i dati Istat relativi alla diseguaglianza prima e dopo l’intervento pubblico: l’intervento pubblico consiste, da un lato, nei trasferimenti, ossia nel pagamento di pensioni e sussidi (da quelle di vecchiaia a quelle di invalidità, dalle pensioni sociali agli assegni familiari), dall’altro nel prelievo, ossia nelle imposte sul reddito. Per questo i dati Istat stimano la disuguaglianza osservando il reddito primario (ossia quello di mercato), poi il reddito lordo (cioè il reddito primario con l’aggiunta dei trasferimenti pubblici) e infine il reddito disponibile (cioè quello tassato). Secondo il report, l’indice di Gini ammonta al 46,4% sul reddito primario, in assenza di interventi pubblici, ma si riduce fino al 29,6% quando lo Stato interviene: attraverso sussidi e imposte, la disuguaglianza si riduce di più di 16 punti percentuali.

Questo concetto era ben chiaro, nel 1967, agli studenti di Barbiana, che insieme a don Lorenzo Milani scrissero Lettera a una professoressa.

Povero è chi consuma tutte le sue entrate. Ricco chi ne consuma solo una parte. In Italia, per un caso inspiegabile, i consumi sono tassati fino all'ultima lira. Le entrate solo per burla.

Mi hanno raccontato che i trattati di scienza delle finanze chiamano questo sistema "indolore". Indolore vuol dire che i ricchi riescono a far pagare le tasse soltanto ai poveri senza che se ne avvedano.

Le tasse sui consumi sono le imposte come l’IVA: all’inizio degli Anni Settanta, alla sua introduzione, l’aliquota ammontava al 12%, mentre ora raggiunge il 22%. Si tratta di una imposta indiretta, il cui calcolo si basa sui beni e servizi, senza tener conto della situazione (reddituale o patrimoniale) del contribuente, al contrario delle imposte dirette, come l’Irpef. L’imposta sul reddito delle persone fisiche è infatti un prelievo progressivo: chi guadagna di più (e può quindi pagare di più) deve versare progressivamente (cioè più che proporzionalmente) di più, per assicurare servizi pubblici per tutti.

La fuga dalla progressività è un favore ai più ricchi

Di recente, però, l'Irpef è stata ancora riformata, quando non depotenziata. Prima c'è stata la riforma Draghi, che ha ridotto gli scaglioni e abbassato alcune aliquote: secondo i dati Istat, la progressività rimane invariata, ma l'effetto redistributivo è nullo e "i contribuenti con i redditi medio-alti traggono i maggiori vantaggi". Ora è arrivato l'allargamento del regime forfettario, con la cosiddetta flat tax per gli autonomi.

Ovviamente, essendo una misura appena varata in manovra, i report dell'Istat non possono ancora valutarla, ma sia la Banca d'Italia, sia la Corte dei Conti, oltre all'Ufficio parlamentare di bilancio, hanno avuto modo di evidenziare i rischi di questa misura. Come si può leggere dalle relazioni presentate alle audizioni preliminari all'esame della manovra economica, infatti, Banca d'Italia ha evidenziato che l'allargamento dell'aliquota unica al 15% per gli autonomi fino a 85mila euro "restringe ulteriormente l’ambito di applicazione della progressività nel nostro sistema di imposizione personale sui redditi, che come noto è garantita dall’Irpef". L'ufficio parlamentare ha inoltre evidenziato i possibili effetti distorsivi, e la riduzione dell'equità, dal momento che un regime pensato per ridurre gli adempimenti e i costi amministrativi per realtà molto piccole, può applicarsi ora a organi economici con un volume di affari (e una capacità contributiva) maggiore: "l’ulteriore estensione di un sistema inizialmente introdotto per la semplificazione degli adempimenti di soggetti marginalisi legge nella relazionecoinvolge oggi prevalentemente i contribuenti più ricchi".

I dati Istat smentiscono anche le dichiarazioni di Meloni sugli autonomi

Tornando invece ai dati Istat, cioè a un'analisi del recente passato, le dichiarazioni di Giorgia Meloni nella conferenza stampa di fine anno vengono smentite. Sebbene abbia esordito facendo riferimento a "studi più autorevoli di me che lo hanno messo nero su bianco", la presidente del Consiglio non ha tenuto in considerazione i dati Istat, che pure erano usciti più di una settimana prima.

L’istituto di statistica spiega infatti che "soltanto per i redditi più bassi (inferiori a 10.000 euro), l’incidenza delle imposte è maggiore per i redditi da lavoro autonomo", mentre per tutte le altre classi di reddito il carico fiscale è maggiore sui redditi da lavoro dipendente. L’aliquota media per il reddito da lavoro autonomo è più bassa e la differenza con le imposte per il lavoro dipendente aumenta all’aumentare della classe di reddito.

Si potrebbero ignorare questi dati, come in effetti ha fatto Meloni, ad esempio mischiando i concetti di imposte e contributi: come già segnalato, non andrebbero confusi, dal momento che il prelievo fiscale serve ai servizi generali, mentre i contributi entrano comunque nel proprio personale conto assicurativo previdenziale. In ogni caso, l’Istat rivela come il peso fiscale e contributivo sul lavoro dipendente sia comunque in percentuale superiore rispetto a quanto imposto al lavoro autonomo. La retribuzione netta a disposizione del lavoratore dipendente infatti "è pari a 17.335 euro e costituisce poco più della metà del totale del costo del lavoro", più precisamente il 54,5%. Il reddito netto a disposizione del lavoratore autonomo, invece, pure se più basso rispetto alla media dei dipendenti (ammonta infatti a 17.046 euro), "raggiunge il 68,5% del totale".

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Nata nel 1992 in provincia di Milano. Si è laureata in giurisprudenza con una tesi su Danilo Dolci e il diritto al lavoro, grazie alla quale ha vinto il premio Angiolino Acquisti Cultura della Pace e il premio Matteotti. Ora è assegnista di ricerca in diritto del lavoro. È autrice dei libri Potere forte. Attualità della nonviolenza (effequ, 2019) e Argomentare è diabolico. Retorica e fallacie nella comunicazione (effequ, 2022).
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