La vicesindaca di Livorno chiamata putt*** per degli shorts: “FdI mi ha detto che ero vestita come a Ibiza”

Ancora una volta il corpo di una donna finisce al centro del dibattito. Un oggetto da sottoporre a sguardi, giudizi e critiche da chi pretende di esercitarvi sopra una qualche forma di controllo. A partire dall'abbigliamento, che deve rispettare gli standard di decenza imposti da una società ancora largamente dominata da uomini. Altrimenti, si perde valore e legittimazione. È successo alla vicesindaca di Livorno, Libera Camici, finita vittima di attacchi sessisti per aver indossato dei pantaloncini durante una conferenza stampa assieme al primo cittadino Luca Salvetti.
"Indossavo semplicemente una camicetta, dei pantaloncini e un paio di sandali", dice a Fanpage.it la vicesindaca del Partito democratico. Questo è bastato per scatenare l'ondata di insulti social e per far gridare allo scandalo i colleghi di una certa parte politica. Come il consigliere di Fratelli d'Italia, Alessandro Perini, che in un lungo post di condanna su Facebook, l'ha accusata di "essersi vestita come fosse in un locale ad Ibiza".
I commenti non si sono limitati all'abbigliamento, se fosse poco consono o meno (vale la pena chiedersi se a un vicesindaco in bermuda si sarebbe applicata la stessa morale). Ma il vestiario di Camici, quel paio di shorts indossati liberamente, sono diventati il pretesto per rivolgerle qualsiasi tipo di insulto, per sminuire il suo valore, per screditarla.
"Mi hanno scritto ‘Svergognata, ti dovresti vergognare, dovresti chiedere scusa, non mi rappresenti, hai mancato di rispetto alle istituzioni'. Tantissime donne si sono sentite di dover giudicare una persona che non conoscono. Mi hanno dato della valletta. Degli uomini mi hanno chiamato meretrice, puttanone, mala femmina".
Tutto per qualche centimetro di pelle in più. Per l'ennesima volta alle donne viene chiesto di sottostare a standard maschilisti, stabiliti da chi su quei corpi pretende di esercitare un controllo. Così l'abbigliamento femminile diventa un metro di giudizio per misurare la competenza, l'intelligenza, le capacità di una donna. Chi non si adegua diventa un oggetto da scartare o, se rientra nei canoni di bellezza (anch'essi fissati dagli uomini), si trasforma in uno strumento destinato a soddisfare il piacere dell'uomo, il quale ne è il proprietario.
"Sono commenti che fanno male e che non sono disposta a tollerare. Mi occupo di Pari opportunità e non intendo rimanere in silenzio", denuncia la vicesindaca. "Alcuni insulti sono arrivati anche da donne, che purtroppo, inconsapevolmente, si muovo all'interno di questa gabbia culturale".
Una delle tante forme di patriarcato interiorizzato che le donne continuano a subire. "Io credo che nel 2026 una donna debba essere libera di vestirsi come vuole. Non ritengo di aver mancato di rispetto a nessuno e comunque, il rispetto per le istituzioni si misura in altri modi non per l'altezza di una gonna o di un pantalone", aggiunge.
Probabilmente, se al suo posso ci fosse stato un uomo, nessuno avrebbe interpretato quelle gambe scoperte come un simbolo di nudità, sessualizandole. "Raramente l'abbigliamento di un uomo che ricopre un ruolo istituzionale finisce al centro di un dibattito virale. È stato in dibattito surreale. Mai mi sarei aspettata un così alto numero di commenti. Tantissime persone si sono sentite in diritto di giudicare la persona, dandomi della poco di buono, suggerendomi di andare su Only Fans". Perché appunto, una donna vestita in modo considerato indecente può solo ambire a procurare piacere agli uomini.
"Mi hanno detto "se non vuoi dare le scuse, ti devi assumere le colpe". Le colpe di cosa? Per cosa dovrei giustificarmi e che colpe dovrei avere addosso? Di essere stata presente in un momento istituzionale?", si chiede Camici. "Alla fine la vittima è quella che si deve giustificare. Io ho gli strumenti per affrontare questo tipo di violenze verbali ma quello che è accaduto deve essere un monito. Dobbiamo fare molto di più su questi temi e investire nel cambiamento culturale, perché ci sono persone che questi strumenti non li hanno, oppure donne che non hanno il coraggio o la forza di tenere la testa dritta e che magari si sentono anche colpevoli di aver commesso qualche qualche dolo. Le donne non possono sentirsi in colpa", conclude.