La storia del Giovedì nero del 1973, cosa accadde e perché La Russa querela la storica Ponzani

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A cura di Luca Pons
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Il 12 aprile 1973 è il cosiddetto Giovedì nero: durante una manifestazione di estrema destra, l’agente di polizia Antonio Marino fu ucciso da una bomba a mano. La storica Michela Ponzani ha ricordato l’episodio, collegandolo a Ignazio La Russa. Il presidente del Senato ha minacciato di querelarla se non si scuserà.

Il presidente del Senato Ignazio La Russa ha annunciato una querela per diffamazione nei confronti della storica Michela Ponzani. Lo scontro riguarda un episodio in particolare: la manifestazione di estrema destra che si svolse a Milano il 12 aprile 1973, giorno poi passato alla storia italiana come Giovedì nero.

Ponzani ha dichiarato che quel giorno "l'attuale presidente del Senato si mise a capo di una manifestazione non autorizzata, organizzata dal Fuan, l'organizzazione giovanile del Movimento Sociale Italiano", e che "dall'interno di quel corteo non autorizzato partì il lancio di una bomba a mano che uccise, con un colpo al petto, un agente di polizia di 22 anni". La Russa ha detto di essere disposto a non proseguire con la querela solo se Ponzani si scuserà.

La storia del Giovedì nero: il corteo di estrema destra e la bomba a mano

Pochi giorni prima del Giovedì nero, il 7 aprile, Nico Azzi, un militante legato a Ordine nuovo (organizzazione terroristica neofascista), era salito su un treno Torino-Roma per piazzarvi un ordigno esplosivo e causare una strage. L'intenzione era quella di attribuire la violenza ai movimenti di estrema sinistra, ma sbagliando l'innesco Azzi rimase ferito e il piano saltò. Il militante sarebbe poi morto nel 2007 e Ignazio La Russa sarebbe andato ai suoi funerali, cosa per cui negli anni è stato sempre contestato.

Per il 12 aprile a Milano era in programma una manifestazione promossa dalla Maggioranza silenziosa, movimento nato nel 1971 dalla collaborazione tra conservatori moderati e Movimento sociale italiano, incluso il Fronte della gioventù di cui La Russa era responsabile provinciale. La manifestazione era "contro la violenza rossa". Il prefetto Libero Mazza la vietò, poco prima dell'inizio del corteo.

I militanti dei gruppi neofascisti come Ordine Nuovo e Avanguardia nazionale scesero comunque in piazza nel tardo pomeriggio, armati. C'erano anche i dirigenti del MSI Franco Servello e Francesco Petronio, oltre a La Russa. La marcia si diresse contro la prefettura, per contestare il divieto.

Ci furono episodi di violenza e devastazione, e vennero lanciate due bombe a mano. Una delle due colpì al petto l'agente 22enne Antonio Marino, uccidendolo.

Nei giorni successivi scattarono le indagini. Alla fine, Vittorio Loi (21 anni) e Maurizio Murelli (19 anni) furono condannati entrambi a 18 anni di carcere per aver lanciato le bombe. I due, dopo aver inizialmente lanciato accuse, dissero che i leader del MSI e Fronte della gioventù non sapevano della presenza di esplosivi. Il fratello di Ignazio La Russa, Romano, fu imputato e poi prosciolto. Sull'attuale presidente del Senato, invece, le indagini furono archiviate.

Le parole di Michela Ponzani su La Russa, la querela e la richiesta di scuse

L'episodio è riemerso perché Ponzani ne ha parlato in relazione ai recenti scontri di piazza a Milano e al nuovo decreto Sicurezza del governo Meloni. A Otto e mezzo, la storica ha detto: "Io credo che se nel 1973, 12 aprile del '73, fosse stato approvato un decreto sicurezza come quello che viene discusso e approvato oggi, probabilmente noi oggi non avremmo un presidente del Senato".

La Russa ha "dato mandato ai propri legali di adire le vie giudiziarie", come ha fatto poi sapere il suo portavoce. Il presidente del Senato "procederà inoltre nelle sedi giudiziarie competenti nei confronti di chiunque associ il suo nome alla tragica morte dell'agente Antonio Marino", ha continuato, perché è "documentalmente accertata, come risulta dagli atti giudiziari, non soltanto l'assenza di qualsiasi sua responsabilità in relazione a quella tragica vicenda, ma persino alla semplice ipotesi di manifestazione non autorizzata".

Dall'opposizione è partita una forte pressione per chiedere a La Russa di rinunciare alla querela. I senatori democratici Parrini, Verducci e Verini hanno parlato a difesa "della libertà di ricerca e della libera discussione pubblica dei suoi risultati". Giuseppe Conte ha sottolineato: "Chi ha ruoli di grande responsabilità istituzionale non può scagliarsi contro una storica che esprime un giudizio negativo sull'ennesimo ‘decreto sicurezza'".

Da parte sua, La Russa ha proposto una soluzione ‘alternativa' con un post social: "Sono pronto a rinunciare ad adire le vie legali qualora la signora Michela Ponzani chiedesse immediatamente scusa", ha scritto. "In tutta la mia vita ho querelato una sola persona, e l’ho fatto perché aveva offeso la memoria di mio padre a oltre dieci anni dalla sua scomparsa. Questa volta, invece, mi trovo di fronte a una fake news gravemente lesiva della mia onorabilità, basata sul travisamento di fatti risalenti a oltre cinquant’anni fa e strumentalmente utilizzata oggi nel tentativo di impedirmi di condannare, senza se e senza ma, le violenze avvenute sabato 17 ottobre".

Le altre denunce e minacce di La Russa

Va detto che, se La Russa ha querelato solamente una persona, ha però minacciato querele in più occasioni. L'effettiva denuncia scattò nel 2023, nei confronti di Sigfrido Ranucci, dopo l'inchiesta di Report "La Russa Dinasty", che parlava appunto del padre Antonino La Russa. L'indagine fu poi archiviata perché, secondo Procura e giudice per le indagini preliminari, il servizio esercitava il legittimo diritto di cronaca e di critica giornalistica.

Solo quest'anno, però, il presidente del Senato ha minacciato altre due denunce. La prima a febbraio, quando il matematico Piergiorgio Odifreddi ha detto che La Russa "fu considerato il mandante morale di quello che accadde". Non risulta che poi la querela sia stata effettivamente depositata.

A marzo, invece, lo storico dell'arte Tomaso Montanari durante la campagna per il referendum sulla giustizia ha definito La Russa (insieme a Giorgia Meloni, Carlo Nordio e Francesco Lollobrigida) "banditi" che tentavano di cambiare la Costituzione. Inizialmente la seconda carica dello Stato ha chiesto delle scuse, che non sono arrivate. Dunque, ha proseguito per le vie legali in sede civile. In altre parole, non una querela ma una richiesta di risarcimento.

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