La sessuologa smonta il ddl Valditara: “L’educazione affettiva protegge bambini da molestie e confusione”

Intervista a Marta Giuliani
Psicologa, sessuologa, segretaria nazionale Altra Psicologia
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A cura di Luca Pons
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Marta Giuliani, psicologa e sessuologa che da anni lavora con le scuole, ha spiegato a Fanpage.it perché la legge Valditara sul consenso informato nelle scuole rischia di avere conseguenze pericolose per i bambini e i ragazzi: l’educazione sessuale e affettiva a scuola, ha detto Giuliani, perché dà ai più giovani gli strumenti per imparare a gestire i propri corpi e le proprie emozioni in modo più sano.

La scorsa settimana è diventato ufficialmente legge il ddl Valditara sul consenso informato. Un testo che di fatto chiude la porta, o complica parecchio la strada, all'educazione sessuale e affettiva nelle scuole. Alle elementari e nella scuola dell'infanzia diventa completamente vietato affrontare alcun tema che abbia a che fare con la sessualità (con dei paletti ancora tutti da fissare per stabilire quanto sia ampia questa definizione).

Alle medie e alle superiori si potrà fare, ma solamente se i genitori firmano il consenso dopo aver avuto a disposizione tutti quanti i materiali che i professionisti interpellati intendono usare; i professionisti in questione dovranno essere approvati dal consiglio d'istituto; la scuola dovrà impegnarsi non solo a lasciare sempre in aula un insegnante, ma anche a organizzare attività alternative  (con altro personale, quindi) per chi non ha avuto il consenso dei genitori.

Fanpage.it ne ha parlato con la psicologa, psicoterapeuta e sessuologa Marta Giuliani, consigliera dell'Ordine degli psicologi del Lazio e segretaria nazionale di Altra psicologia, la più grande associazione nazionale di politica professionale della categoria. L'associazione ha lanciato una raccolta firme per chiedere che il ddl Valditara venisse cambiato, raccogliendo oltre 25mila firme prima che il Parlamento arrivasse all'approvazione definitiva.

Cosa c'è di sbagliato nell'impostazione di questa nuova legge Valditara?

Ci sono diversi aspetti critici, che noi abbiamo raccolto punto per punto in un documento che come AltraPsicologia abbiamo inviato diverso tempo fa al Ministro stesso.

A partire dal consenso informato delle famiglie per le attività nelle scuole secondarie. Questa norma parte da un presupposto che purtroppo non è realistico per la realtà italiana.

Ovvero?

Ci sono background culturali e sociali molto diversi tra di loro, non si può presupporre che tutte le famiglie abbiano le competenze o risorse per accompagnare i figli nello sviluppo emotivo e relazionale o scegliere un percorso educativo ottimale per loro. Inoltre quanti adulti hanno realmente gli strumenti per leggere i contenuti dettagliati di un percorso psicologico in questo ambito? Una delle grandi novità, infatti, è proprio che i professionisti dovranno consegnare non solo il progetto formativo, ma tutti i materiali utilizzati – slide, immagini, testi – per farli valutare dai genitori.

Nelle dichiarazioni del ministro Valditara e del centrodestra, questo è un modo per "valorizzare" il "ruolo educativo" della famiglia. Non è così?

In realtà, da una parte si rischia di isolare proprio quei ragazzi che hanno alle spalle dei contesti che possono essere problematici – e noi, che siamo nelle scuole, lo vediamo: tante volte è proprio la mancanza di contesti adeguati a generare i primi pregiudizi o stereotipi.

Dall'altra, non c'è una reale alleanza educativa tra le componenti adulte coinvolte ma trasferisce di fatto l’intera responsabilità educativa e decisionale su una sola figura, annullando il ruolo della scuola e delle competenze professionali certificate.

Il ruolo della scuola è previsto in un'altra norma della legge, che afferma che quando si fanno delle attività sul tema sessuale-affettivo deve sempre esserci anche un insegnante in classe. Cosa cambia?

Innanzitutto si crea, anche in questo caso, una dinamica di divisione e sfiducia tra i professionisti che entrano in classe, l'istituto scolastico e i genitori. Ma la cosa più grave è il messaggio che viene mandato ai ragazzi: i temi che affronterete sono problematici, vanno controllati e il professionista che ti viene a parlare sarà affiancato dalla scuola. Noi lavoriamo tanto sui concetti di fiducia, di responsabilità, di autostima, di libertà espressiva delle proprie emozioni. Così invece si struttura una criticità profonda fin da subito.

Peraltro, un insegnante deve sempre essere in classe e in più la scuola deve offrire alle famiglie un'alternativa all'attività sulla sessualità. Il tutto organizzandosi con gli stessi soldi a disposizione. Si rischia di scoraggiare l'organizzazione di incontri sul tema? 

Conosciamo bene le difficoltà economiche della scuola pubblica. Con questa previsione le scuole interessate non devono solo investire su un unico corso, ma almeno due. È evidentemente un deterrente, come gli altri aspetti di cui abbiamo parlato finora. Il peso economico e organizzativo aumenta. Insegnanti e istituti scolastici con cui collaboro da tantissimi anni mi stanno confermando che per loro diventerà sempre più problematico proporlo.

Finora abbiamo parlato delle scuole medie e superiori, dove le attività sull'educazione sessuale e affettiva restano possibili, anche se con molte complicazioni in più. Per quanto riguarda la scuola dell'infanzia e le elementari, c'è un divieto assoluto…

Il divieto colpisce non solo i corsi di educazione sessuo-affettiva, ma anche ogni altra eventuale attività avente ad oggetto "temi attinenti". Quindi bisognerà capire cosa significa in termini operativi e attuativi questa affermazione e che ricadute avrà su laboratori, corsi, insegnamenti o sportelli scolastici.

Si creano dei rischi per i bambini, togliendo loro del tutto la possibilità di confrontarsi con dei professionisti su questi temi?

Si parla forse del periodo di vita più delicato, quello che va più o meno dai 4 ai 10 anni. In quella fascia d'età si costruiscono degli elementi centrali che poi vanno a costituire il nucleo dell'identità adolescenziale: la relazione con il proprio corpo, il rispetto dei confini, il concetto di empatia e di reciprocità. È un periodo in cui bambini e bambine iniziano ad avere le loro prime curiosità su questi temi e sappiamo che ormai l'accesso ad alcuni tipi di contenuti è sempre più precoce.

Anche dal punto di vista biologico, sono sempre di più le ragazzine che hanno il menarca negli ultimi anni delle elementari. È importante dare ai bambini e alle bambine degli strumenti pratici per poter, fin da subito, riconoscere i propri confini corporei e poter stare in relazione con l'altro e con sé stessi in modo sano.

L'educazione sessuale serve anche ad aiutare a denunciare eventuali molestie?

Quello è il periodo di maggiore fragilità nel riconoscere ciò che è giusto e ciò che è sbagliato relativamente alla manipolazione corporea, ai confini e alla vicinanza di un adulto. Si esce dall'accudimento corporeo dei genitori e si entra in contatto con un mondo adulto molto differente.

I bambini non hanno le stesse capacità degli adulti di riconoscere alcune situazioni a rischio, ma soprattutto di comunicarle. Lo fanno con il gioco, con il disegno o in altri modi. Dare loro degli strumenti permette di intercettare delle situazioni di disagio e intervenire in tempo

Ci possono essere anche altre conseguenze negative?

Come dicevo, questa è l'età in cui i bambini per la prima volta entrano in relazione con l'altro, e lo fanno per prove ed errori. I bambini sono un po' delle tele bianche: ricevono informazioni che vengono dall'esterno senza avere le reali competenze ancora per dargli un significato. Ci capita spesso già nei primi anni delle elementari di sentire i bambini, mentre litigano, offendersi tra di loro con espressioni che noi da adulti definiremmo omofobe o sessiste.

È ovvio che non possiamo dargli una definizione di questo tipo nella volontà del bambino. Però dobbiamo ricordarci che i ragazzi apprendono da subito dal contesto familiare, sociale o mediatico in cui sono immersi che alcuni termini o espressioni si usano in senso negativo e altre in senso positivo. Questo crea i primi nuclei legati al pregiudizio, legati al bullismo, che nasce già in questa fascia d'età. Nel nostro Paese manca la logica dell'intercettare queste dinamiche in anticipo.

Prevenire il bullismo e le discriminazioni violente affrontando certi temi già da bambini?

Sì, purtroppo si pensa molto alla parte repressiva, a intervenire laddove il fenomeno disfunzionale è già in atto. Lo scopo dell’educazione sessuo-affettiva è quello, invece, fare in modo che quei bambini e bambine diventino dei cittadini e delle cittadine con delle competenze relazionali, sociali, affettive ed emotive efficaci, decostruendo pregiudizi e favorendo meccanismi di inclusività e rispetto.

Di fronte alle critiche arrivate a questa legge, il governo ha risposto che comunque l'educazione contro i rischi derivanti dalle malattie sessualmente trasmissibili è già prevista alle medie e alle superiori, e che l'educazione sessuale "in senso biologico" si farà nei programmi di scienze. È sufficiente?

No, come sa bene chi lavora nelle scuole a contatto coi ragazzi. Parlare di infezioni sessualmente trasmesse o di biologia è fare informazione, non educazione. Quando andiamo a parlare con i ragazzi, le domande che loro ci pongono non sono relative a come proteggersi: queste informazioni le trovano anche abbastanza facilmente online.

Cosa vi chiedono?

Le domande sono di natura relazionale ed emotiva: quando mi trovo in quella situazione e sono in difficoltà, che cosa faccio? Mi sento a disagio con il mio corpo, non voglio uscire di casa, perché mi prendono di mira? Sono in discoteca o fuori con gli amici, mi capita questo, come mi comporto?  I ragazzi ci chiedono l'ascolto del piano emotivo.

Altrimenti si rischia di ridurre nuovamente la sessualità a una concezione puramente meccanicistica, come era più di cinquant'anni fa. Invece è un elemento chiave e centrale delle relazioni umane, e può avere delle forti ricadute negative. Molte situazioni purtroppo sono arrivate alla cronaca, ma vi assicuro che quotidianamente noi intercettiamo delle realtà che possono diventare traumatiche nel vissuto dei ragazzi. E questi casi non riguardano mai l'avere o non avere un'informazione, ma saper gestire le proprie emozioni.

È per questo che gli interventi di educazione sessuo-affettiva sono fondamentali, la maggior parte dei Paesi europei li ha resi curricolari e il Parlamento europeo da anni ha indicato a tutti gli Stati membri di inserirli. Perché permettono di unire la parte informativa, quella sanitaria e quella emotiva-relazionale, quella legata all’alfabetizzazione emotiva e al consenso. Altrimenti si danno elementi puramente nozionistici che i ragazzi, in un momento di crescita particolarmente delicato, non sanno integrare tra di loro.

Il ministro Valditara ha detto che questa legge serve a "tutelare i bambini dalla confusione della propaganda gender". Quella del "gender" è una teoria del complotto che spesso peraltro colpisce anche psicologhe e psicologi, accusati di fare propaganda se parlano a bambini di temi attinenti alla sessualità o all'identità. Cosa ne pensa? C'è bisogno di proteggere i bambini dalla propaganda gender?

No, perché non esiste. La cosiddetta teoria o ideologia gender dal punto di vista scientifico non esiste, è un'espressione nata nel linguaggio politico/sociale per raccogliere tutta una serie di informazioni, purtroppo erronee, relative a alcune tematiche dell'educazione sessuo-affettiva.

Nasce da un movimento che diede un’erronea lettura dei contenuti e delle modalità suggerite dalle linee guida dell'OMS del 2010, estrapolandone alcuni elementi e affermando senza alcuna veridicità che obiettivo degli insegnamenti era, ad esempio, parlare di pornografia alle elementari, o che non esiste il sesso biologico. Solo per citarne alcuni. Noi professionisti ci atteniamo a delle linee guida scientifiche nazionali e internazionali che sono molto ben calibrate sempre sull'età dei bambini, con linguaggio e contenuti adeguati in base alla fascia di sviluppo emotivo e cognitivo di chi abbiamo davanti.

Perché la politica insiste a parlarne in questi termini, e perché è così importare ricordare che si tratta di una bufala?

Perché su un tema delicato come la sessualità la non conoscenza crea paura e, se crea paura, crea distanza. Quando entriamo nelle scuole i nostri interlocutori non sono solo i bambini e ragazzi: dove è possibile prevediamo sempre degli incontri anche con i genitori e gli insegnanti. Perché crediamo fortemente in quel legame reale di collaborazione tra gli adulti educanti nei confronti dei ragazzi. Naturalmente noi siamo a scuola per poche ore, e poi i ragazzi si confronteranno con gli insegnanti, con i genitori, ed è importante non dare informazioni discordanti o erronee, perché sono loro che finiscono per essere le vere vittime di confusioni, conflittualità o messaggi ambigui e distorti.

Non parlare di alcuni temi non ‘tutela' i ragazzi da ciò che provano o sentono. Una critica comune che riceviamo è che parlare di questi temi addirittura “indirizza” l’orientamento e il comportamento sessuale. Non è assolutamente così. Anzi, gli si dà un contenitore in cui poter porre in modo corretto e scientificamente sicuro delle domande che si faranno in ogni caso. Il punto è: se non c'è un adulto formato a parlarne, dove andranno a cercare le risposte questi ragazzi? Tra di loro, o sui social o su internet. E sappiamo quali sono i rischi che possono incontrare.

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