La sessuologa smonta il ddl Valditara: “L’educazione affettiva protegge bambini da molestie e confusione”

La scorsa settimana è diventato ufficialmente legge il ddl Valditara sul consenso informato. Un testo che di fatto chiude la porta, o complica parecchio la strada, all'educazione sessuale e affettiva nelle scuole. Alle elementari e nella scuola dell'infanzia diventa completamente vietato affrontare alcun tema che abbia a che fare con la sessualità (con dei paletti ancora tutti da fissare per stabilire quanto sia ampia questa definizione).
Alle medie e alle superiori si potrà fare, ma solamente se i genitori firmano il consenso dopo aver avuto a disposizione tutti quanti i materiali che i professionisti interpellati intendono usare; i professionisti in questione dovranno essere approvati dal consiglio d'istituto; la scuola dovrà impegnarsi non solo a lasciare sempre in aula un insegnante, ma anche a organizzare attività alternative (con altro personale, quindi) per chi non ha avuto il consenso dei genitori.
Fanpage.it ne ha parlato con la psicologa, psicoterapeuta e sessuologa Marta Giuliani, consigliera dell'Ordine degli psicologi del Lazio e segretaria nazionale di Altra psicologia. L'associazione ha lanciato una raccolta firme per chiedere che il ddl Valditara venisse cambiato, raccogliendo oltre 25mila firme prima che il Parlamento arrivasse all'approvazione definitiva.
Cosa c'è di sbagliato nell'impostazione di questa nuova legge Valditara?
Ci sono diversi aspetti critici, che noi abbiamo raccolto punto per punto in un documento inviato diverso tempo fa al ministro stesso. A partire dal consenso informato delle famiglie per le attività nelle scuole secondarie. Questa norma parte da un presupposto che purtroppo non è realistico per la realtà italiana.
Ovvero?
Ci sono background culturali e informativi molto diversi tra di loro, non si può presupporre che tutte le famiglie abbiano le competenze o la sensibilità per scegliere un percorso educativo ottimale per i ragazzi. Se non altro in questo senso: quante persone hanno gli strumenti per leggere i contenuti dettagliati di un percorso psicologico in questo ambito? Una delle novità è proprio che i professionisti dovranno consegnare non solo il progetto formativo, ma tutti i materiali utilizzati – slide, immagini, testi – per farli passare al vaglio dei genitori.
Nelle dichiarazioni del ministro Valditara e del centrodestra, questo è un modo per "valorizzare" il "ruolo educativo" della famiglia. Non è così?
In realtà, da una parte rischia di isolare i ragazzi che hanno alle spalle dei contesti che possono essere problematici – e noi, che siamo nelle scuole, lo vediamo: tante volte è proprio la mancanza di contesti adeguati a generare i primi pregiudizi o stereotipi.
Dall'altra, non c'è una reale alleanza. I genitori assumono in toto la responsabilità di una parte del processo educativo e formativo dei ragazzi, togliendo completamente la delega all'istituto scolastico.
Il ruolo della scuola è previsto in un'altra norma della legge, che afferma che quando si fanno delle attività sul tema sessuale-affettivo deve sempre esserci anche un insegnante in classe. Cosa cambia?
Innanzitutto si crea, anche in questo caso, una dinamica di divisione e sfiducia tra i professionisti che entrano in classe, l'istituto scolastico e i genitori. Ma la cosa più grave è il messaggio che viene mandato ai ragazzi: il professionista che ti viene a parlare verrà controllato dalla scuola. Noi lavoriamo tanto sui concetti di fiducia, di responsabilità, di autostima, di libertà espressiva delle proprie emozioni. Così invece c'è una criticità fin da subito.
Peraltro, un insegnante deve sempre essere in classe e in più la scuola deve offrire alle famiglie un'alternativa all'attività sulla sessualità. Il tutto organizzandosi con gli stessi soldi a disposizione. Si rischia di scoraggiare l'organizzazione di incontri sul tema?
Conosciamo bene le difficoltà economiche della scuola pubblica. In questo modo le scuole interessate non devono solo investire su un unico corso, ma almeno due. È evidentemente un deterrente, come gli altri aspetti di cui abbiamo parlato finora. Il peso economico e organizzativo aumenta. Insegnanti e istituti scolastici con cui collaboro da tantissimi anni mi stanno confermando che per loro diventa sempre più problematico proporre il tema.
Finora abbiamo parlato delle scuole medie e superiori, dove le attività sull'educazione sessuale e affettiva restano possibili, anche se con molte complicazioni in più. Per quanto riguarda la scuola dell'infanzia e le elementari, c'è un divieto assoluto…
Il divieto colpisce non solo i corsi di educazione sessuo-affettiva, ma anche ogni altra eventuale attività riguardante "temi attinenti". Quindi bisognerà capire cosa significa in termini operativi e attuativi questa affermazione.
Si creano dei rischi per i bambini, togliendo loro del tutto la possibilità di confrontarsi con dei professionisti su questi temi?
Si parla forse del periodo di vita più delicato, quello che va più o meno dai 4 ai 10 anni. In quella fascia d'età si costruiscono degli elementi centrali che poi vanno a costituire il nucleo dell'identità adolescenziale: la relazione con il proprio corpo, il rispetto dei confini, il concetto di empatia e di reciprocità. È un periodo in cui bambini, ragazzini e ragazzine iniziano a formare le loro prime domande. Ormai l'accesso ad alcuni tipi di contenuti è sempre più precoce.
Anche dal punto di vista biologico, sono sempre di più le ragazzine che si sviluppano negli ultimi anni delle elementari. È importante dare ai bambini e alle bambine degli strumenti pratici per poter, fin da subito, riconoscere i propri confini corporali e poter stare in relazione con l'altro in modo sano.
L'educazione sessuale serve anche ad aiutare a denunciare eventuali molestie?
Quello è il periodo di maggiore fragilità nel riconoscere ciò che è giusto e ciò che è sbagliato relativamente alla manipolazione corporea, al disagio, alla vicinanza di un adulto. Si esce dall'accudimento corporeo dei genitori e si entra in contatto con un mondo adulto molto differente.
I bambini non hanno le stesse capacità degli adulti di riconoscere alcune situazioni a rischio, ma soprattutto di comunicarle. Lo fanno con il gioco, con il disegno o in altri modi. Dare loro degli strumenti permette di intercettare delle situazioni di disagio e intervenire in tempo
Ci possono essere anche altre conseguenze negative?
Come dicevo, questa è l'età in cui i bambini per la prima volta entrano in relazione con l'altro, e lo fanno per prove ed errori. I bambini sono un po' delle spugne: ricevono informazioni che vengono dall'esterno senza avere le reali competenze ancora per dargli un significato. Ci capita spesso già nei primi anni delle elementari di sentire i bambini, mentre litigano, offendersi tra di loro con espressioni che noi da adulti definiremmo omofobe o sessiste.
È ovvio che non possiamo dargli una definizione di questo tipo nella volontà del bambino. Però i bambini apprendono da subito dal contesto familiare, sociale o mediatico in cui sono immersi. Questo crea i primi nuclei legati al pregiudizio, legati al bullismo, che nasce già in questa fascia d'età. Nel nostro Paese manca la logica dell'intercettare queste dinamiche in anticipo.
Prevenire il bullismo e le discriminazioni violente affrontando certi temi già da bambini?
Sì, purtroppo da noi si pensa molto alla parte repressiva, a intervenire laddove il fenomeno disfunzionale è già in atto. Lo scopo dovrebbe essere, invece, fare in modo che quei bambini e bambine diventino dei cittadini e delle cittadine con delle competenze relazionali sane, quindi non sviluppino mai quelle difficoltà.
Di fronte alle critiche arrivate a questa legge, il governo ha risposto che comunque l'educazione contro i rischi derivanti dalle malattie sessualmente trasmissibili è già prevista alle medie e alle superiori, e che l'educazione sessuale "in senso biologico" si farà nei programmi di scienze. È sufficiente?
No, come sa bene chi lavora nelle scuole a contatto coi ragazzi. Parlare di infezioni sessualmente trasmesse o di biologia è fare informazione, non educazione. Quando andiamo a parlare con i ragazzi, tre quarti delle domande che loro ci fanno non sono relative a come proteggersi: queste informazioni le trovano anche abbastanza facilmente online.
Cosa vi chiedono?
Le domande sono di natura relazionale: quando mi trovo in quella situazione e sono in difficoltà, che cosa faccio? Se lui o lei non mi chiede di usare il preservativo perché non vuole, io come mi proteggo? Sono in discoteca o fuori con gli amici, mi capita questo, come mi comporto? I ragazzi ci chiedono l'ascolto del piano emotivo.
Altrimenti si rischia di ridurre nuovamente la sessualità a una concezione puramente meccanicistica, come era più di cinquant'anni fa. Invece è un elemento chiave e centrale delle relazioni umane, e può avere delle forti ricadute negative. Molte arrivato alla cronaca, ma noi intercettiamo delle realtà che magari non arrivano alla cronaca, ma sono anche traumatiche. E questi casi non riguardano mai l'avere o non avere un'informazione, ma saper gestire le proprie emozioni. Per esempio nella separazione o nelle delusioni sentimentali.
È per questo che gli interventi di educazione sessuo-affettiva sono fondamentali, la maggior parte dei Paesi europei li ha resi curricolari e il Parlamento europeo da anni ha indicato a tutti gli Stati membri di inserirli. Perché permettono di unire la parte ‘meccanica', quella sanitaria e quella emotiva-relazionale, quella legata al consenso e all'autostima. Altrimenti si danno elementi puramente nozionistici che i ragazzi, in un momento di crescita particolarmente delicato, non sanno integrare tra di loro.
Il ministro Valditara ha detto che questa legge serve a "tutelare i bambini dalla confusione della propaganda gender". Quella del "gender" è una teoria del complotto che spesso peraltro colpisce anche psicologhe e psicologi, accusati di fare propaganda se parlano a bambini di temi attinenti alla sessualità o all'identità. Cosa ne pensa? C'è bisogno di proteggere i bambini dalla propaganda gender?
No, perché non esiste. La cosiddetta teoria gender dal punto di vista scientifico non esiste, è un'espressione nata a livello politico per raccogliere tutta una serie di informazioni, purtroppo erronee, relative a alcune tematiche dell'educazione sessuo-affettiva.
Nasce da un movimento che prese le vecchie linee guida dell'OMS del 2010, estrapolandone alcuni elementi, dicendo che si entrava nelle scuole a parlare di pornografia alle elementari; che si andava a dire che non esiste il sesso biologico; che noi professionisti sanitari entriamo all'interno delle scuole pur non essendoci una legge. Tutte cose non vere, su quest'ultima in particolare sottolineo che noi professionisti ci atteniamo a delle linee guida scientifiche nazionali e internazionali che sono molto ben calibrate sempre sull'età e lo sviluppo dei bambini.
Perché la politica insiste a parlarne in questi termini, e perché è così importare ricordare che si tratta di una bufala?
Perché su un tema delicato come la sessualità la non conoscenza crea paura e, se crea paura, crea distanza. Quando entriamo nelle scuole i nostri interlocutori non sono solo i bambini e ragazzi: dove è possibile prevediamo sempre degli incontri anche con i genitori e gli insegnanti, per decostruire una serie di pregiudizi anche negli adulti. Perché serve quel legame reale di collaborazione tra gli adulti educanti nei confronti dei ragazzi. Perché naturalmente noi siamo a scuola per poche ore, e poi i ragazzi si confronteranno con gli insegnanti, con i genitori, ed è importante non dare informazioni discordanti o erronei, perché loro finiscono per essere le vere vittime.
È ovvio che il sesso biologico esista, è una questione medica. Il punto è che i professionisti sanno che esiste una gamma di espressione del sé, per quanto riguarda l'identità di genere e per quanto riguarda l'orientamento sessuale.
Se non se ne parla non è che si ‘tutelano' i ragazzi – questa è spesso la critica che viene fatta, che se non se parlassimo loro non ci avrebbero pensato. Non è assolutamente così. Anzi, gli si dà un contenitore in cui poter porre in modo sano e scientificamente corretto delle domande che si faranno in ogni caso. Il punto è: se non c'è un adulto formato a parlarne, dove andranno a cercare le risposte questi ragazzi? Tra di loro, o sui social e su internet. E sappiamo quali sono i rischi che incontrano.