In questi giorni si è molto parlato della decisione del governo di aggiornare il Documento di Economia e Finanza portando al 2,4% il rapporto fra deficit e prodotto interno lordo, per ottenere in tal modo le risorse necessarie a finanziare una serie di interventi nella prossima legge di stabilità. La scelta di aumentare il deficit è molto controversa (e ne parleremo ancora a lungo nelle prossime settimane) e la soglia del 2,4% è il risultato di una lunga e complessa mediazione, che, secondo la stragrande maggioranza di analisti e retroscenisti, avrebbe visto il ministro dell’Economia piegarsi di fronte alle pressioni dei due vicepresidenti del Consiglio e leader delle due forze che sostengono la maggioranza di governo. Questa ricostruzione è stata in parte smentita dallo stesso Giovanni Tria, il quale nella prima intervista concessa dopo il Consiglio dei ministri ha rivendicato l’accordo raggiunto e ha confermato che la volontà del Governo è quella di ridurre comunque il debito pubblico e tenere sotto controllo i conti. Come?

È chiaro a tutti che, affinché il rapporto deficit / Pil resti costante, è obbligatorio che all’aumentare del deficit corrisponda un aumento del PIL. Il Governo immagina una crescita del PIl dell’1,6% o addirittura dell’1,7% per il prossimo anno, nonostante le stime di Commissione Ue, FMI eccetera siano dell’1% o al massimo 1,1%. Tria conta di stimolare la crescita aggiuntiva con gli investimenti, che saranno fatti per “circa due decimali di Pil aggiuntivi per il 2019, per poi arrivare a quattro decimali (6, 5 miliardi) aggiuntivi nel 2021 rispetto al tendenziale”. Un piano di 15 miliardi in tre anni (circa 3,5 per il prossimo anno) che però secondo molti analisti difficilmente potrà determinare uno 0,6% aggiuntivo nel solo 2019 e addirittura un +2% del PIL nel 2020. Cosa accadrà nel caso in cui la crescita sarà inferiore alle attese del governo, dunque? Il deficit è destinato a schizzare a cifre elevatissime?

Il ministro ha sostanzialmente parlato, sempre nell'intervista al Sole 24 Ore, di una nuova clausola di salvaguardia, che questa volta non riguarderebbe l’aumento dell’IVA, ma la spesa pubblica.

L’accordo che abbiamo raggiunto nel governo si basa anche su una clausola di salvaguardia che ho chiesto, e che ribalta la prospettiva rispetto alle clausole utilizzate finora. Negli ultimi anni sono state introdotti meccanismi di aumento automatico dell’Iva che poi sono stati quasi sempre “disinnescati”, come si dice, modificando al rialzo gli obiettivi su deficit e debito. La sola presenza di questa minaccia di aumenti fiscali, però, è dannosa perché se i cittadini vivono sotto l’incubo di un futuro aumento delle tasse non spenderanno neppure quel che avranno ottenuto in più oggi. Mentre se l’aggiustamento è dalla parte della spesa non dovranno temere di restituire quel che oggi hanno avuto. Con la manovra cambiamo l’ottica perché il programma complessivo di riforme che sarà avviato sarà anche sottoposto a un monitoraggio sulle uscite. Se la scommessa sulla crescita verrà persa o solo parzialmente vinta, i programmi conterranno una clausola che prevede la revisione della spesa in modo che l’obiettivo di deficit per i prossimi anni non sia superato rispetto al limite posto. In altri termini, a differenza delle manovre degli anni scorsi, quello che scriviamo nel Def è un obiettivo di deficit “pulito”, nel senso che non è artificialmente abbassato da una clausola sulle entrate che già si sa che non sarà rispettata e che implicherebbe un aumento della pressione fiscale.

In poche parole, Tria immagina di poter impostare dei tagli di spesa nel caso in cui la crescita del prodotto interno lordo non dovesse essere quella prevista dal Governo. Tagli che servirebbero a tenere sotto controllo il rapporto Deficit – PIL, mantenendolo sui livelli programmati nella nota di aggiornamento al DEF.

Tutto bene, dunque? Tria ha trovato la soluzione magica a eventuali contingenze economiche negative? Non è così semplice. In primo luogo perché occorrerà capire quali siano realmente questi tagli di spesa e che conseguenze potrebbero avere sui cittadini (oltre che la reale fattibilità degli stessi, considerando come è andata a finire negli ultimi anni quanto a spending review). In secondo luogo, non è affatto scontato che la controparte “politica” (leggasi Salvini e Di Maio) si rassegni al taglio della spesa in caso di crescita bassa o non sufficientemente alta. Come farà Tria a impedire che Salvini ripeta il “me ne frego” anche di fronte all’ipotesi di un deficit – Pil al 3, al 4%? Minacciando dimissioni che sarebbero accolte al massimo con un’alzata di spalle? Infine perché, come nota Cottarelli, “sembra davvero una cosa un pò strana, perché questo governo sostiene che bisogna usare la spesa pubblica per sostenere l’economia, mentre invece si introdurrebbe un taglio automatico della spesa se l’economia cresce poco, esattamente il contrario di quello che dicono che bisognerebbe fare”.