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Il voto del referendum è stato anche un No a Trump e alla guerra, Meloni non può più ignorarlo

Il voto al referendum sulla giustizia è stato anche un gigantesco No a Trump, alla guerra e a un modello di potere che gli italiani guardano con timore. La deriva autoritaria di un presidente senza limiti fa paura, non solo agli analisti. Continuare a piegare la testa in nome di una presunta unità dell’Occidente (lo stesso che Trump scarica senza troppi problemi) alla fine non ha pagato.
A cura di Giulia Casula
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All’indomani del referendum sulla giustizia abbondano le riflessioni sui risultati. Il No del Paese a riformare l’ordinamento giudiziario intervenendo sulla Costituzione è stato netto e incontrovertibile. Il voto è stato chiaramente un voto politico, un giudizio nei confronti del governo Meloni che per la prima volta in quattro anni vede il suo consenso vacillare. Ma è stato anche un gigantesco no a Trump, alla guerra e a un modello di potere che gli italiani guardano con timore. 

Slegare l’esito del referendum dal contesto internazionale significherebbe darne una lettura a metà. Sì, perché questo voto arriva in una fase estremamente delicata: nel pieno dell'ennesimo logorante conflitto, innescato anche per compiacere gli interessi personalistici di due presidenti in difficoltà sui loro fronti interni (Trump con gli Epstein Files, Netanyahu con le accuse di corruzione) e dalle ricadute economiche immediate.

I cittadini si sono ritrovati catapultati contro il loro volere in uno scenario allarmante che a sua volta è il culmine di una serie di mosse scellerate, susseguitesi in questi mesi. Mettiamo un attimo in fila i fatti: l’operazione militare in Venezuela, in aperta violazione del diritto internazionale; le successive pretese sulla Groenlandia; la repressione omicida dell’Ice; le minacce nei confronti di Cuba; i dazi agitati come strumento di contrattazione per un proprio tornaconto; e in ultimo, l’attacco in Iran che ha aperto a una crisi energetica senza precedenti.

Tutte scelte avallate da Giorgia Meloni e dal suo governo, rimasti fedeli a Trump anche quando quest'ultimo ha dimostrato in cambio di fregarsene poco e nulla dell'alleato (la vicenda del ministro Crosetto rimasto bloccato a Dubai perché nessuno dall’amministrazione Usa si è degnato di avvisare le autorità italiane dell’imminente attacco – sono sicura – la ricorderete).

Una serie di eventi concentrati nei primi tre mesi di quest'anno che si sono verificati sotto gli occhi di tutti e che hanno via via accresciuto il senso di angoscia dei cittadini. Nel momento in cui la gestione imperialista del potere di Trump ha provocato delle conseguenze dirette sulle tasche degli italiani, alle prese con caro energia e prezzi alle stelle, il servilismo è diventato inaccettabile. 

Tentare di rimanere a galla in un mare in tempesta che inghiottisce qualsiasi cosa gli capiti a giro è una pretesa ormai irricevibile, ma è esattamente quello che ha fatto Meloni continuando a portare avanti una posizione dimessa e compiacente nei confronti degli Stati Uniti. Piegare la testa, rifiutare di esporsi e condannare apertamente la politica aggressiva di Washington in nome di una presunta unità dell’Occidente (lo stesso che Trump scarica senza troppi problemi) alla fine non ha pagato.

La deriva autoritaria e bellicista di un presidente che non conosce limiti se non sé stesso fa paura. Non solo agli analisti, agli esperti di geopolitica o chi opera nello scacchiere internazionale, ma anche e soprattutto al cittadino comune. A chi lavora e vede gran parte del suo stipendio andare via a causa dei rincari, a chi studia e non sa che ne sarà del suo futuro, a chi vorrebbe metter su famiglia ma teme di consegnare i propri figli a una società in cui dominano incertezza e violenza.

In un contesto instabile sul piano internazionale ci si aspetterebbe da chi governa delle rassicurazioni, che passano anche attraverso delle prese di posizione forti, che tuttavia non ci sono state. Evidentemente, limitarsi a dire che il Paese non entrerà in guerra (peraltro rimanendo vaghi sull'uso delle basi militari) non è bastato. Le ambiguità e il timore di riprodurre anche in Italia uno schema illiberale caratterizzato da un crescente controllo della politica su ogni ambito, giustizia inclusa, è tra i fattori che ha spinto gli italiani a mobilitarsi. Una fetta di elettori, che ai precedenti appuntamenti elettorali si era astenuta, i cosiddetti "dormienti", si è recata alle urne per dire più di un No: alla riforma sì, ma anche alla guerra, alla prepotenza, al servilismo, a Trump e all’impronta antidemocratica che vuole lasciare nel mondo. 

Un sentimento di cui si sarebbero potuti cogliere i segnali già lo scorso anno, nelle piazze per Gaza e in quelle a sostegno della Flotilla, ma che per mesi più di qualcuno ha sottovalutato. Oggi, con la sconfitta ancora bruciante, non è più possibile ignorarlo e forse alcuni all'interno della maggioranza sembrano iniziare a riconoscerlo. Resta da capire se stavolta saranno in grado di farne tesoro.

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Dopo gli studi in Scienze politiche a Cagliari e un erasmus a Nottingham, dall’Isola sono approdata nella Capitale, dove ho conseguito la magistrale in Media e giornalismo alla Sapienza. Prima al Foglio, ora a Fanpage.it, mi occupo soprattutto di politica (e di intelligenza artificiale, quando capita).  
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