
C’è un numero che agita i sonni di Giorgia Meloni e che, probabilmente, è la causa di tutte le riflessioni su possibili elezioni anticipate.
Quel numero è il tre. O meglio, è il 3%, la percentuale di deficit rispetto al PIL che il governo italiano non deve superare per uscire dalla procedura d’infrazione dell’Unione Europea e non essere soggetto alle regole stringenti del nuovo patto di stabilità e crescita.
Tradotto per i non addetti ai lavori: se sta sotto quella soglia, il governo può fare una legge di bilancio, la prossima, molto generosa, diciamo pure elettorale: taglio delle tasse, bonus a pioggia, eccetera. Altrimenti, anche a questo giro, non c’è trippa per gatti.
Fino a qualche mese fa, Meloni & co erano sicuri di stare sotto al 3%, ma siccome le disgrazie non vengono mai da sole, proprio nei giorni in cui il No trionfava al referendum sulla giustizia, hanno rifatto i conti è hanno scoperto che – ahia – il rapporto deficit/Pil dovrebbe assestarsi attorno al 3,1%.
Dire che è un bel problema è poco.
Perché i soldi sono meno proprio quando, a causa della guerra in Iran di Trump e Netanyahu, le emergenze sono di più. Con una crisi economica molto pesante in arrivo, il governo, ora come ora, avrebbe bisogno di un sacco di risorse per tagliare le accise, per calmierare le bollette, per aiutare le imprese che già stanno cominciando a tagliare posti di lavoro o chiudere bottega.
Non solo: al problema si aggiunge problema. Perché allo stesso Trump, l’amico Trump che ci ha messi nei guai, abbiamo promesso che avremmo comprato armi fino a raggiungere – ecco che torna il maledetto 3 – il 3% del prodotto interno lordo. Stando sotto il 3% del rapporto deficit più potremmo accedere al programma europeo di finanziamento del riarmo, indebitandoci a tassi agevolati per raggiungere questo obiettivo e scorporando le spese militari dai vincoli di bilancio. Senza, ci tocca farlo con tassi d’interesse molto più elevati, quelli del nostro debito pubblico. Che, complice la congiuntura, stanno ricominciando a salire.
Per Meloni non ci sono molte strade, da qui all’autunno.
O disubbidisce all’Europa e viola il patto di stabilità che lei stessa ha firmato, facendo impennare lo spread.
O disubbidisce a Trump e si rimangia la promessa di comprare armi americane, compromettendo il suo rapporto col presidente Usa.
O si rimangia le promesse, e va al voto con una legge di bilancio senza aiuti a imprese e famiglie e senza tagli di tasse, facendo arrabbiare il suo elettorato.
Oppure, ultima possibilità, evita tutti questi problemi con una bella crisi di governo, andando a votare prima. Rimandando al dopo voto le scelte complicate. O passando la patata bollente agli altri.
Capito, adesso, perché si parla di elezioni anticipate?