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Referendum costituzionale
24 Ottobre 2016
10:27

Il referendum si decide anche tra l’elettorato cattolico (ora diviso tra Sì e No)

La Conferenza Episcopale non dà indicazioni di voto e la frattura tra associazioni, studiosi e costituzionalisti di ispirazione cristiana si fa ogni giorno sempre più evidente.
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Gli animatori del Family Day sono tutti per il no.
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Referendum costituzionale

Cattolici ancora una volta divisi: stavolta il terreno di scontro è il referendum costituzionale del prossimo 4 dicembre. La scelta tra il sì ed il no alla riforma voluta dal premier Matteo Renzi separa associazioni con grande seguito popolare, riviste specializzate, teologi, professori universitari credenti, opinion maker.

Sembrano passati anni luce da quando in Italia governava la Democrazia Cristiana, che riusciva tenere dentro di sé istanze anche molto contraddittorie: ormai, nel frastagliato mondo cattolico italiano ognuno va per conto suo, anche a causa del fatto che la Cei targata Nunzio Galantino non si arrischia a prendere posizioni politiche nette come, invece, avveniva quando l’assemblea dei vescovi era guidata con pugno di ferro dal cardinale Camillo Ruini.

A favore del sì è pesante l’appello delle Acli, che, per numeri, è la più grande associazione cristiana italiana, con quasi un milione di aderenti. L’associazione dei lavoratori cattolici ritiene che una vittoria del sì “potrà permettere il proseguimento di una stagione di riforme”. Per la direzione nazionale del movimento “in discussione non è la tenuta del governo, ma è qualcosa di più e, soprattutto, di diverso: le regole comuni, l’identità della democrazia che vuole darsi il popolo italiano”. Un’altra importante associazione cattolica, il Movimento Cristiano Lavoratori, che all’inizio degli anni Settanta nacque proprio da una scissione delle Acli, spinge perché i suoi iscritti votino no per impedire una “pericolosa deriva centralista che annulla i corpi intermedi e allontana la partecipazione del popolo alle decisioni che lo riguardano”. Secondo l’Mcl, la riforma prevede “l’apposizione di enormi tare sulle garanzie costituzionali e sullo stesso funzionamento della democrazia italiana, cancellando con un colpo di spugna l’essenziale principio di rappresentanza popolare” in quanto “con un parlamento mono-camerale e controllato da un solo partito il governo avrà, infatti, il potere assoluto di smantellare ogni legge basata sul diritto naturale, senza dover tenere conto del necessario dibattimento tra le forze politiche e sociali”.

Tra chi ha scelto il sì ci sono costituzionalisti cattolici come Stefano Ceccanti, Marco Olivetti, Francesco Clementi, Giuseppe Ignesti, Angelo Rinella, Lorenza Violini, ma anche il vicepresidente nazionale dei laureati cattolici, Luigi D’Andrea e lo storico Francesco Malgeri. Fu il congresso della Fuci di Bari del marzo 1989 a lanciare l’idea di un referendum, su questi stessi temi. – spiega Ceccanti – L’idea era ed è che i governi dovessero essere espressione chiara dei cittadini e questo esigeva una sola Camera che dà la fiducia per non esporsi a maggioranze diverse. Rispetto al tema dei rapporti tra regioni e seconda camera, è un tema che i cattolici democratici avevano approfondito già ai tempi dell’Assemblea Costituente. Francamente, non capisco cosa i cattolici del no vogliano difendere. In particolare, c’è chi si preoccupa di una politica subalterna a pezzi di economia ma poi difende un sistema di veti che favorisce proprio quei fenomeni.”

Dalla parte del no, invece, l’ex ministro della Giustizia e vicepresidente della Corte Costituzionale Giovanni Maria Flick, secondo il quale “la riforma introduce una serie di errori che la rendono un’insalata russa andata a male” ma anche i costituzionalisti Valerio Onida, Ugo De Siervo e Raniero La Valle. Oltre a loro, tra gli altri, padre Alex Zanotelli, Vittorio Bellavite del movimento di contestazione «Noi Siamo Chiesa», storiche riviste dell’area cattolico-progressista come Adista e Il tetto.

Civiltà Cattolica, rivista diretta da padre Antonio Spadaro, gesuita e confratello di papa Francesco, che lo stima molto ha definito “auspicabile” il successo del voto d’autunno in quanto la Costituzione “accompagna l’evoluzione della cultura e respira del suo ossigeno. E’ per questo che intorno al testo della riforma il paese può incontrarsi su grandi domande, come ad esempio quali istituzioni consegneremo alle giovani generazioni, da dove ricominciare per rispondere alle sfide sociali che i costituenti non potevano prevedere”.

Poi c’è il variegato mondo del Family Day, che si è scontrato frontalmente con Renzi sul tema delle unioni civili. Per il no è Massimo Gandolfini, che ha creato il “Comitato famiglie per il no”, il Popolo della Famiglia di Mario Adinolfi e Gianfranco Amato e Generazione Famiglia, che per bocca di Simone Pillon chiarisce che “decostruita dunque la famiglia, l’attenzione dei “rottamatori” passa dunque alla distruzione degli altri corpi sociali, quali appunto quelle “comunità territoriali” , prime tra tutte le provincie e le regioni, e poi le comunità politiche quali i partiti politici, le aggregazioni civiche, il CNEL e lo stesso Parlamento.”

In questo bailamme, c’è anche chi ha scelto di non scegliere. In primis l’Unione Giuristi Cattolici: al suo interno ci sono posizioni fin troppo diversificate, dunque l’associazione non ha preso una posizione netta. Così hanno fatto anche l’Unione delle superiori maggiori d’Italia, l’Usmi, che riunisce superiori a cui fanno capo novantamila suore che vivono nel nostro Paese, e che si è limitata ad organizzare un affollato convegno sulle ragioni del sì e sul no il mese scorso a Roma.

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