Il piano di Italia e Germania per cambiare l’Europa: cos’è la cooperazione rafforzata e perché la chiedono tutti

A Bruxelles sta prendendo forma un'idea che fino a poco tempo fa veniva trattata con molta prudenza e che oggi, invece, viene detta apertamente: se l'Unione europea non riesce a decidere tutta insieme, allora i Paesi che sono pronti devono poter andare avanti senza aspettare gli altri (e devono poterlo fare anche senza l'accordo di tutti gli altri). Questo sarebbe, almeno, il senso politico della discussione che si aprirà nei prossimi giorni sulla competitività europea, e che vedrà l'Italia e la Germania in prima fila.
Il punto di partenza è semplice, anche se le conseguenze non lo sono affatto. L'Europa perde terreno rispetto agli Stati Uniti e alla Cina, investe meno, decide molto più lentamente e fatica a trasformare le proprie strategie in politiche concrete. Da anni se ne parla, da anni si producono analisi e rapporti, ma il meccanismo decisionale dell'Ue, fondato sull'equilibrio tra Commissione, Parlamento e Stati membri, spesso si inceppa. E oggi molti governi ritengono che tutto questo non sia più sostenibile.
Che cos'è la cooperazione rafforzata
In questo contesto torna centrale uno strumento previsto dai Trattati europei ma usato davvero raramente: la cooperazione rafforzata. In pratica permette ad almeno nove Stati membri di portare avanti insieme un progetto comune, su un tema specifico, senza dover aspettare l'accordo di tutti gli altri. Gli Stati che restano fuori non vengono ovviamente esclusi per sempre, possono ancora aderire in un secondo momento.
Non si tratterebbe di creare una nuova Unione né di rompere quella esistente, ma di accettare formalmente che, su alcuni dossier, l'Europa possa procedere a velocità diverse. Fino a oggi è stata considerata una soluzione estrema. Ora, invece, viene presentata come una "necessità politica".
Il segnale della Commissione
A legittimare questo cambio di passo è stata la stessa presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. Nella lettere inviate ai leader in vista del ritiro informale sulla competitività, convocato dal presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, nel castello di Alden Biese, Ursula von der Leyen scrive che l'obiettivo resta quello di agire a Ventisette, ma aggiunge anche che l'Unione "non deve essere timida" nell'utilizzare tutti quanti gli strumenti disponibili, cooperazioni rafforzate comprese.
Insomma, si tratta un un passaggio tutt'altro che neutro. Significa infatti riconoscere che il metodo tradizionale, basato sul compromesso permanente tra tutti quanti gli Stati membri, rischia di non reggere più di fronte alle sfide attuali.
L'Europa sa cosa dovrebbe fare, ma non riesce a farlo
La posizione della Commissione si inserisce però in una riflessione molto più ampia, che negli ultimi mesi ha trovato almeno due punti di riferimento precisi: i Rapporto sulla competitività di Mario Draghi e quello su mercato unico di Enrico Letta. Due documenti profondamente diversi, ma accomunati dalla stessa diagnosi: l'Europa sa cosa dovrebbe fare, ma non riesce a farlo.
Secondo queste due analisi, l'Ue dovrebbe investire centinaia di miliardi di euro ogni anno in tecnologia, intelligenza artificiale, energia e industria, eliminare le barriere che ancora frammentano il mercato interno e accelerare sulla difesa comune,. Tutti obiettivi condivisi, almeno a parole. Il problema è ancora una volta: come?
L'irritazione degli Stati e il ruolo delle istituzioni
Sarebbe proprio questa frustrazione, negli ultimi anni, a essersi trasformata in tensione politica. Alcuni governi, infatti, in particolare quello tedesco, avrebbero manifestato apertamente il fastidio per il ruolo del Parlamento europeo, accusato di rallentare decisioni considerate urgenti, come l'accordo con il Mercosur o la revisione delle regole ambientali per le imprese. Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, poi, e una serie di elezioni cruciali all'orizzonte in diversi Paesi europei, la disponibilità a lunghi negoziati si è drasticamente ridotta. Insomma, per molti capitali, il tempo della medizione infinita sembra essere finito.
La mossa di Italia e Germania
E sarebbe quindi proprio su questo sfondo che andrebbe letta l'iniziativa congiunta di Roma e Berlino. Nel documento sulla competitività concordato durante il bilaterale tra Meloni e Merz, i due Pesi chiedono una svolta netta: da un lato una drastica semplificazione delle norme europee; dall'altro un maggiore controllo politico sul processo legislativo. Italia e Germania propongono cioè di ritirare le iniziative della Commissione bloccate da tempo, giudicate "non più coerenti" con le priorità attuali, e di monitorare in modo sistematico gli emendamenti introdotti da Parlamento e Consiglio, per valutarne l'impatto su imprese e amministrazioni nazionali. In sostanza, chiedono che gli Stati tornino a pesare di più.
Un'Europa che cambia forma?
Questa impostazione non è però priva di rischi. Accettare apertamente un'Europa a più velocità significa prendere atto che la coesione, che per decenni è stata il cuore politico del progetto europeo, non è più garantita. La cooperazione rafforzata può rendere l'Unione più rapida ed efficace su alcuni dossier chiave, ma rischia nel frattempo anche di accentuare le fratture tra Paesi "di testa" e quelli che restano invece indietro, rafforzando cosi l'idea di un'Europa divisa in cerchi concentrici. Per gli Stati più piccoli e per una parte consistente del Parlamento europeo, il timore è insomma che questa dinamica finisca per svuotare il metodo comunitario, riducendo il ruolo delle istituzioni comuni a favore di accordi tra governi e assegnando un peso crescente ai Paesi più forti. In altre parole, che l'urgenza di decidere porti a sacrificare proprio quello stesso equilibrio istituzionale che finora ha tenuto insieme tutta l'Unione europea.
La domanda di fondo resta quindi aperta: l'Europa può davvero permettersi di restare ferma in nome dell'unità, oppure rischia di perdere se stessa nel momento in cui dice di procedere divisa? È su questo che si giocherà la discussione nei prossimi mesi.