Il piano del governo in caso di elezioni anticipate: perché il 7 giugno potrebbe essere la data perfetta

Non se ne parla ma la tentazione c'è. La data cerchiata in rosso è domenica 7 giugno, ovvero quando Meloni potrebbe decidere di portarci nuovamente tutti alle urne. Stavolta non per un referendum (le ferite ancora bruciano) ma per le elezioni anticipate. Nel trambusto provocato dalla batosta sulla riforma della giustizia e dalle successive dimissioni di Bartolozzi, Delmastro e Santanchè, chieste e ottenute dalla premier, ora il governo starebbe valutando di andare subito al voto. Le riflessioni sono in corso: da una parte Meloni potrebbe cogliere impreparate le opposizioni, che non avrebbero il tempo di organizzarsi, ma dall'altra per la leader di FdI, indebolita dalla sconfitta referendaria, l'occasione rischia di trasformarsi in un suicidio politico.
Le ipotesi sul tavolo sono diverse. A far propendere alcuni esponenti della maggioranza per il voto anticipato sarebbe innanzitutto la possibilità di sbaragliare gli avversari. Al momento, in effetti, il cosiddetto campo largo ha appena cominciato a ragionare di alleanze. Si vaglia l'idea delle primarie per l'individuazione di un leader di coalizione ma non tutti tra Pd, M5s, Iv e Avs sembrano convinti e c'è chi ritiene, come Nicola Fratoianni, che la priorità sia lavorare su un programma condiviso.
Andare al voto a giugno significherebbe per Meloni spianarsi la strada per un secondo mandato. Il timore infatti è di arrivare al 2027 logorati: sia sul fronte interno, tra Forza Italia alle prese con il rebranding voluto da Marina Berlusconi e la Lega impegnata a raccogliere i cocci del divorzio con Vannacci, sia nel rapporto con l'elettorato. I primi sondaggi dopo il referendum registrano il calo della maggioranza, soprattutto di FdI. Se la flessione dovesse continuare Meloni e i suoi perderebbero la certezza di sconfiggere gli avversari (perlomeno con l'attuale legge elettorale).
Tra i possibili rivali che un eventuale voto anticipato metterebbe fuori gioco c'è anche Roberto Vannacci. L'addio dell'ex generale ha eroso consensi a destra ma se Futuro Nazionale decidesse di correre da solo ora come ora racimolerebbe appena il 3%.
Per questo, mentre Meloni ragiona su a chi affidare l'interim del Turismo, tra i corridoi di palazzo riecheggia il 7 giugno. La data sarebbe probabilmente l'unica finestra buona per poter anticipare il voto al 2026: prima dell'estate, in tempo utile per presentare il Def e prima delle discussioni sulla legge di bilancio che occupano la seconda parte dell'anno e in genere provocano un po' di fastidi all'interno della maggioranza.
C'è poi un'altra questione a tenere in pensiero il governo, ovvero l'uscita dalla procedura d'infrazione Ue per deficit eccessivo in cui si trova il nostro Paese. Se l'Italia non riuscisse ad andare sotto la soglia del 3% del deficit rispetto al Pil, le cose si complicherebbero parecchio. Le coperture messe a disposizione per la prossima manovra sarebbero scarse e non ci sarebbero nemmeno le risorse per la difesa richieste da Trump.
Certo, il rischio di buttarsi in un'impresa potenzialmente disastrosa c'è. Dopo aver vantato la longevità del suo governo (terzo dopo i due Berlusconi) e aver promesso di arrivare fino a fine legislatura, rovesciare tutto ora darebbe un segnale di incoerenza a cui gli elettori non potrebbero non fare caso. Tradirli sarebbe pericoloso. Meloni questo, lo sa molto bene.