Un fondo finanziato da bond legati al bilancio europeo che possa offrire agli Stati Membri prestiti, ma soprattutto sovvenzioni. Ecco come deve essere il Recovery fund, uno dei pilastri insieme a Mes e Sure elaborati dalla Ue per rispondere alla crisi generata dal Coronavirus. Il Parlamento ha approvato oggi con una larghissima maggioranza (505 voti a favore, 119 contro e 69 astensioni) una risoluzione sul prossimo budget delle istituzioni e il piano per la ripresa, Lega e Fratelli d'Italia si sono astenuti.

La novità più importante nel testo è l’insistenza con cui si fa riferimento alle “risorse proprie”. Fino a questo momento il bilancio dell’Ue si regge esclusivamente sul supporto degli Stati Membri che versano delle quote proporzionate al loro Pil nelle casse di Bruxelles. Con l’uscita della Gran Bretagna – tra i contribuenti più influenti – si è tornato a discutere di come poter finanziare i programmi dell’Unione senza pesare troppo sui bilanci nazionali. Ora, con la crisi economica legata all’epidemia del Covid, il tema delle risorse dirette si fa ancora più urgente. “Invita i leader dell’Ue e la Commissione a prendere decisioni coraggiose riguardo alla riforma del sistema delle risorse proprie dell’Ue”, si legge nel testo approvato, che indica anche quali sono le proposte sul tavolo: “una base imponibile consolidata comune per l’imposta sulle società, un’imposta sulle transizioni finanziare, il reddito derivante dal sistema di scambio delle quote di emissione, un contributo per la plastica e un meccanismo di adeguamento del carbonio alla frontiera”.

Sulla portata del fondo invece gli eurodeputati non si sbilanciano e chiedono cautela: “ricorda la necessità di preservare la credibilità dell’Unione e mette in guardia la Commissione contro il ricorso a sortilegi finanziari e a dubbi moltiplicatori per pubblicizzare cifre ambiziose”. Sulle dimensioni del Recovery fund c’è ancora molta confusione: all’inizio si parlava di 500 miliardi, poi i numeri sono scomparsi e ci si è affidati a descrizioni di massima: uno strumento “importante”, “all’altezza delle necessità”, “in grado di rispondere alle sfide”.

Anche sulle tempistiche non ci si può affidare alle speranze della prima ora. Nonostante la soddisfazione del governo italiano di aver ottenuto che si procedesse “con urgenza”, non sembra che il Recovery Fund possa essere pronto prima di gennaio 2021. Data che in molti considerano troppo generosa, visto che senza un accordo comprensivo sul budget dell’Ue non ci si può muovere.

Dopo i compromessi raggiunti almeno sulla carta per il Mes (che continua a essere visto con diffidenza da vari Stati Membri, da ultima la Francia che con il ministro alle finanze Bruno Le Maire ha dichiarato che non farà affidamento su questi prestiti) lo scoglio più grande è rappresentato proprio dal bilancio, o meglio come si dice nel gergo delle istituzioni ‘il quadro finanziario pluriennale’ (Qfp, o Mff nella sigla inglese). Il budget su cui si reggono tutti i programmi di Bruxelles si struttura su delle previsioni che coprono sette anni: a dicembre finirà l’esercizio 2014-2020 e siamo ancora molto lontani da un accordo per il 2021-2027. Per capire meglio il grande ritardo accumulato dalle istituzioni basti pensare che l’ultima volta si era arrivati a un accordo nel novembre 2013. Il Parlamento è pronto con la sua posizione dal 2018, la Commissione guidata da Ursula Von Der Leyen ha presentato la propria proposta, ma il Consiglio europeo non riesce a trovare un compromesso.

A febbraio, quando il Coronavirus iniziava a preoccupare la Lombardia, ma era ancora visto come un problema lontano dal resto del continente, i leader dell’Ue si sono incontrati a Bruxelles per trovare un accordo sul bilancio. Il vertice, durato due giorni pieni, si era concluso con un nulla di fatto e nonostante le dichiarazioni di rito le posizioni dei vari Stati e delle tre Istituzioni si erano ancora più polarizzate. La Commissione chiedeva agli Stati Membri di destinare l’1,11 per cento, il Parlamento l’1,3 per cento. Il Consiglio aveva proposto una mediazione al ribasso (1,07 per cento) che ha scontentato tutti: i paesi che desiderano un budget più ambizioso e le cosiddette “frugal four”, le quattro frugali, ossia Austria, Olanda, Svezia e Danimarca, che hanno tenuto sotto scacco tutti gli altri continuando a chiedere un impegno non superiore all’1 per cento.

Gli eurodeputati, nella risoluzione approvata oggi, ricordano che il Parlamento ha potere di veto sul bilancio e che non si accontenteranno di una timida proposta: “Mette in guardia la Commissione dal presentare un QFP rivisto in cui il piano di ripresa è finanziato a scapito dei programmi esistenti e di quelli futuri (…) non darà la propria approvazione senza un accordo sulla riforma del sistema delle risorse proprie dell’Ue”. Se non si arriverà a un compromesso, i programmi del 2021 andranno avanti con gli stessi impegni dell’anno precedente, questo significa che il Green Deal non potrà partire, ma soprattutto significa che non ci saranno progetti disegnati e misurati sulle sfide poste dalla pandemia.