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Opinioni
24 Marzo 2014
16:45

Il pareggio dei diritti in Costituzione

La discussione sulle unioni civili, sui matrimoni gay, sulla cittadinanza, sul fine vita, sugli acronimi e sulle definizioni necessita di una riflessione di senso e soprattutto di un minimo di coerenza. Perché sui diritti non si può transigere. In nessun caso.
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A giorni partirà la riflessione del Parlamento sul Titolo V della Costituzione, su indicazione del Governo e con la conseguente monopolizzazione del dibattito politico. Un percorso che si annuncia complesso e non privo di insidie, ma che riflette anche la precisa volontà politica del Presidente del Consiglio di accelerare sulle riforme strutturali come "via maestra" per uscire dal pantano. Una scelta legittima, che farà passare in secondo piano un dibattito solo accennato nel corso della legislatura: quello sui diritti civili, che altro non è che quello sul rispetto del Titolo I della Costituzione nell'ottica di un quadro complessivo in costante evoluzione. Va da se che, dopo la polemica sul pareggio di bilancio in Costituzione, non vedremo mai quella sul pareggio dei diritti, se non in forme marginali e velleitarie. Del resto, lo stesso Renzi, dopo la campagna per le primarie che aveva almeno fatto sperare nel #cambiaverso, si è rintanato dietro un generico e discutibilissimo "sui diritti si fa lo sforzo di trovare un compromesso anche quando questo compromesso non ci soddisfa del tutto".

Il riferimento diretto di Renzi era allo ius soli (della cui scomparsa dall'agenda politica abbiamo parlato ampiamente qui), ma il concetto della mediazione sui diritti è decisamente discutibile (oltre che ricordare la posizione espressa dalla Bindi ad una tavola rotonda di qualche anno fa sul tema delle coppie di fatto e delle unioni civili). Eppure basterebbe partire appunto dalla Costituzione, è semplice. Prendiamo ad esempio l'articolo 27, nella parte in cui sancisce che "le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato". Un imperativo, cui si sono aggiunti rilievi comunitari e appelli sempre più accorati del Capo dello Stato, cui il Parlamento è sordo da tempo, mentre i Governi impostano brodini caldi che né risolvono il problema né invertono la tendenza. Ci aveva provato Napolitano, con un appello accolto in maniera tiepida e definitivamente naufragato dopo il "niet" di Renzi. Ora la questione (affidata alla delega al Governo) sembra addirittura assumere contorni grotteschi, con la proposta di un risarcimento economico per i detenuti che vivono in condizioni inaccettabili. Come a dire che la dignità e l'umanità possono essere comprate con 10 euro al giorno. Una schifezza, insomma (e davvero speriamo che Orlando chiarisca meglio, anzi smentisca).

Poi ci sarebbe l'eterno ritorno della questione di genere, che solo nel Paese delle distrazioni di massa può essere ridotta allo stucchevole dibattito sulle quote rosa nelle liste elettorali (peraltro ipotesi che non ci convince per nulla). Qualche parolina sull'aborto potremmo anche spenderla, sinceramente, anche in considerazione dei rilievi del Comitato europeo dei diritti sociali del Consiglio d'Europa sull'elevatissimo numero di obiettori di coscienza nelle strutture sanitarie italiane, che limita l'accesso all'interruzione legale della gravidanza e a quello che la Carta Sociale europea riconosce come un diritto delle donne (oltre che rappresentare un attacco diretto al cuore della 194, come evidenziato dalla Corte Costituzionale). Oppure potremmo ricordarci della difficoltà con la quale il Parlamento ha approcciato il tema del femminicidio.

Resta poi, nell'universo dei diritti civili, la questione delle coppie di fatto, delle unioni civili, delle coppie "non tradizionali": una infinita serie di definizioni che del resto non fanno altro che alimentare una confusione di fondo. Che è sostanzialmente molto semplice: nel nostro Paese non tutte le coppie hanno gli stessi diritti, non tutte sono uguali di fronte alla legge e non tutte hanno accesso agli stessi "servizi". Questione tanto semplice quanto declinata con la massima confusione possibile: fino a farci sembrare naturale e accettabile il ricorso ad una sorta di pragmatismo casereccio e paternalista, destinato ovviamente a partorire pastrocchi e mostri giuridici.

Sulla segretezza della corrispondenza (leggasi "sulla privacy"), meglio tacere per carità di patria; sulla questione della libertà di espressione pesano gli incubi della "legge speciale" per il web (con proposte sull'hate speech che rasentano il ridicolo); sulla giusta durata dei processi e dei procedimenti giudiziari siamo reduci da decenni di parole al vento; sul fine vita poi il dibattito è davvero desolante e rasenta il cinismo. Questo solo per cogliere fior da fiore nel campo dei diritti disattesi nell'Italia del 2014. Che parla da decenni di rapporto deficit / Pil, di spread, di indicatori economici e di altre "emergenze". E che ora, Renzi dixit, vuole propinarci la sciocchezza cosmica del "compromesso sui diritti": e questa è pure #lavoltabuona…

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A Fanpage.it fin dagli inizi, sono condirettore e caporedattore dell'area politica. Attualmente nella redazione napoletana del giornale. Racconto storie, discuto di cose noiose e scrivo di politica e comunicazione. Senza pregiudizi.
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