Delle banche non si parla. Lo fa solo Padoan, con un rapido passaggio durante il question time della domenica mattina. Delle elezioni comunali, con le grane Napoli e Roma (ma anche Milano), nemmeno. Del partito della Nazione, manco a pensarci. Bersani, Cuperlo, Speranza, ma anche Civati, Fassina, D'Attorre non sono nemmeno fantasmi evocati da qualche isolato oratore. Di unioni civili si parla come se non esistessero Giovanardi e compagni (o le polemiche sulla stepchild adoption). Di scuola si discute senza nemmeno citare le proteste di studenti e professori.

A una prima lettura, sembra la Leopolda della pacificazione, o meglio, la Leopolda di chi dice agli altri "abbiamo da fare, non abbiamo bisogno di polemiche". Del resto, i renziani governano il Paese e probabilmente lo faranno anche nei prossimi anni. Più che idee e progetti, hanno da rendicontare fatti, provvedimenti, norme. Più che di critiche o polemiche, hanno la necessità di rivendicare successi, di mostrare agli altri cosa sono stati in grado di realizzare. Omettendo o banalizzando gli insuccessi, è chiaro.

Così c'è l'esaltazione del Jobs Act "che ci copierà tutto il mondo", come si sente dire dal palco. C'è il trionfalismo su La Buona Scuola, soprattutto per quel che riguarda uno degli aspetti più controversi del provvedimento, l'alternanza scuola – lavoro. C'è la rivendicazione di essere "quelli delle riforme". C'è l'orgoglio di essere "quelli che abbassano le tasse". C'è l'idea del "partito della ragione", che dovrebbe bastare a liquidare dubbi e perplessità sulla collocazione "ideologico – politica" del PD renziano. E con una frequenza francamente insopportabile, c'è il ricordo di quelli che "erano qui 6 anni fa" perché "ci avevano sempre creduto" e hanno fatto "una scommessa con sé stessi e col Paese".

Fino a quel momento, è una Leopolda che non serve a molto, se non a ricordare ai renziani chi sono adesso e da dove vengono. Poi, parla Renzi. E cambia registro all'intera tre giorni, con un intervento non molto diverso da quelli "riservati" alle direzioni nazionali del PD. Il punto è che in quelle occasioni c'è spesso (sempre) da rispondere alla minoranza del partito, c'è da mandare messaggi diretti e frecciatine sottili, c'è da indicare una linea precisa. Qui invece non c'è conflitto, non c'è tensione, i toni sono quelli che sono, salvo qualche delirio di onnipotenza (alla Farinetti, per capirci) e qualche arrabbiatura apprezzata dal pubblico (alla Giachetti).

Renzi alza il tiro, forse più di quanto si aspettassero tutti. Ex compagni di partito (quelli che "polemizzavano sulle bandiere del PD e poi se ne sono andati dal PD"), corpi intermedi, magistratura (sì certo, il "rispetto" e la "non interferenza", ma il richiamo alla vicenda del padre non è casuale), leghisti, grillini, gufi, giornali "non allineati", Saviano (che non nomina), Grillo (che non nomina), Brunetta: il Presidente del Consiglio, tra battutine e giri di parole, ne ha un po' per tutti.

Ma attenzione, Renzi si muove in continuità con la linea comunicativa del PD di questi ultimi mesi. Che è cambiata radicalmente, è sempre meno remissiva, è più diretta e incisiva, con ampio ricorso a semplificazioni, forzature e manicheismi; e che si fonda su un linguaggio moderno, che ha rotto con un registro comunicativo decennale, anche grazie all'uso attivo dei social network (con uso e abuso di video, meme, fenomeni virali eccetera). È per questo che non deve stupire molto l'aggressività della comunicazione ufficiale della Leopolda 6, con i "video propaganda", le prese per i fondelli a leghisti e grillini, l'affondo nei confronti dei giornali non allineati: si tratta di "pratiche" già sperimentate sui social, già testate (anche nelle passate edizioni della Leopolda) e del tutto funzionali all'obiettivo ultimo della pratica renziana di questi mesi, ovvero l'alimentazione del conflitto, della discussione, delle alterità. Quanto questo sia opportuno / sbagliato / dannoso / produttivo, importa relativamente poco a Renzi. Almeno per adesso.

Non è il momento della pacificazione nazionale, perché il PD non ha ancora né la forza né la legittimazione per sostenerla (non con questi numeri in Parlamento, almeno, e non con questi sondaggi), ma anche perché l'avvicinarsi dell'appuntamento elettorale delle Comunali non consente rilassamenti o distrazioni. Renzi ha capito prima degli altri che il conflitto è funzionale al suo progetto politico di costruzione della sola forza politica "accettabile" per l'elettorato moderato, proprio perché consente di marcare il terreno e di spingere le altre forze politiche ad alzare il tiro. E ha capito che il conflitto consente anche di sorvolare sulle questioni di merito, spinge alla polarizzazione, azzera i distinguo, banalizza le differenze, amplifica la personalizzazione della politica, accelera la sovrapposizione Governo / partito / leader, che è il fine ultimo del progetto renziano.

Per ora, come avemmo modo di scrivere, è proprio la ricerca del conflitto, l'impostazione dell'elemento di rottura e la cernita dei nemici restano fra i capisaldi del "renzismo: "Il nemico è sempre l'altro, l'estraneo al "noi" (pronome che Renzi utilizza in maniera ossessiva fin dalla prima Leopolda). La cosa singolare della politica renziana è che chiunque può essere o diventare "l'altro", in ragione del tipo di conflitto che con lui si instaura, ma anche in ragione di scelte specifiche, o di dissensi estemporanei. Condizioni che, si badi bene, proprio perché sono completamente deideologizzate e continuamente "storicizzate", possono mutare rapidamente: il nemico di ieri è pronto ad essere l'amico di oggi e viceversa. A patto che sia "lui" a stabilirlo, ci mancherebbe".