Irregolarità nell’esame di italiano, argomenti concordati e punteggio deciso a tavolino. La Procura indaga sull’esame per la cittadinanza italiana sostenuto dal calciatore Luis Suarez all’Università per Stranieri di Perugia lo scorso 17 settembre. Se la truffa dovesse essere confermata, più che a un episodio singolare, ci si troverebbe di fronte alla somma di tutte le ipocrisie di questo paese. Ma anche senza truffa, il caso Suarez riassume già abbastanza brutture e storture di questo paese: il decadimento delle università italiane, l'attribuzione del valore di un essere umano in base al suo conto in banca, le contraddizioni tra chi, come Suarez, volendosi sposare diventa cittadino italiano in 15 giorni, forse grazie a una truffa, e chi, come i 5.306.548 stranieri residenti in Italia, non lo diventa nemmeno in 15 anni, grazie alla vigliaccheria del centro sinistra in materia di ius soli.

Sul tema della cittadinanza si dicono un sacco di scemenze, da anni, precisamente dal 13 ottobre 2015, quando la Camera licenziò la legge sullo ius soli con 310 sì, 66 no e 83 astenuti. "Non abbiate paura" esortava dalla panchina Walter Veltroni, che tre anni prima, proprio sullo ius soli, aveva avuto invece un’enorme strizza di giocarsi il consenso elettorale. "L’Italia cambia" cantava Matteo Renzi, tirava aria di Svezia, aria di progressismo, e noi tutti corremmo a metterci l’abito buono, quello riformista. Se il Pd avesse passato la legge al Senato con passo spedito, già a inizio 2016, avrebbe avuto il tempo utile di esercitare la mozione di fiducia e fare approvare la legge, con buona pace dell’allora ministro Angelino Alfano, ma preferì rinunciare e vincere soltanto la battaglia delle unioni civili.

Per altro lo ius soli proposto allora non era certo il cavallo di Troia in cui nascondere l’esercito di donne incinte provenienti da paesi stranieri come andava ripetendo (e ancora ripete) la destra. Più che una rivoluzione, era una legge scritta in punta di piedi, che prevedeva sì la cittadinanza a chi fosse nato in territorio italiano da genitori stranieri, ma a condizione che almeno uno dei due fosse già in possesso di un permesso di soggiorno Ue a lungo periodo. Non c’era il rischio che le nostre coste diventassero meta turistica per orde di ‘anchor-babies' scodellati in Italia con il solo obiettivo di tirarsi dietro parenti e zii tramite il ricongiungimento familiare. È dai tempi della legge Bossi-Fini che la destra lavora sottotraccia e complica, aggiunge cavilli alla burocrazia legata al ricongiungimento familiare. Insomma, quello del 2015 era uno ius soli all’acqua di rose, senza rischi, e se anche ce ne fossero stati, si sarebbe potuto rimettere mano al testo, stabilendo ulteriori margini di miglioramento alla legge. Non lo si è fatto. Anzi, il tema è scomparso per lungo tempo dall’agenda del centro sinistra e dai contratti dei governi. Divenne una ‘riflessione', come la definì Giuseppe Conte durante il suo primo mandato.

Dopo la crisi agostana di Salvini nel 2019, il Pd s’è fatto ometto, ha ripreso a rinominare lo ius soli e a dire che "è una questione di civiltà". Sbagliato. La cittadinanza è una questione pratica, utilitaristica, che poco o niente ha da spartire con i decasillabi "è-u-na-que-stio-ne-di-ci-vil-tà" scanditi ai microfoni dalle anime belle quando il vento è in poppa. Non è una questione di civiltà, ma di utilità, misurabile in ranking. La cittadinanza italiana è preferibile a quella pakistana o albanese per una serie di parametri oggettivi e misurabili, come ad esempio libertà di movimento, servizi, e previdenza. Checché se ne dica di questo tanto bistrattato paese, spesso con toni inutilmente catastrofici, essere cittadini italiani è bello. Ogni anno l'ente U.S. News pubblica una classifica internazionale il cui ranking prende in considerazione 75 parametri e stila i nomi dei paesi dove avere la cittadinanza comporta più vantaggi che altrove, e l’Italia di solito non si discosta dal ventesimo posto, di fatto confermandosi ogni volta tra i "Paesi progressisti, inclusivi, e ricchi di capitale sociale". Un ranking più che dignitoso, considerato che si compete con Svizzera, Canada, Svezia, Germania, Giappone, paesi in cui lo Stato è onnipotente, la burocrazia è smart, e il Parlamento non è una scatoletta di tonno da aprire.

Insomma, l'Italia se la cava, nonostante tutto, e ottenere la cittadinanza italiana rimane un sogno per quasi tutti. È un pezzo di carta che solitamente si va a firmare in Comune dopo anni, decenni di grattacapi, ansie, paure. Un pezzo di carta che senza togliere niente agli altri, a chi già ne è in possesso, semplifica la vita a chi non ce l’ha. La semplifica addirittura a un calciatore milionario come Suarez. Non sarà ‘il pistolero' a far venir meno il nostro garantismo, per quanto traballante, dunque aspettiamo l’esito delle indagini della Procura e della Guardia di Finanza. Una cosa però è certa: il caso Suarez è la dimostrazione che se hai i soldi non sei straniero in nessun luogo, anche se non spiccichi una parola di italiano. Se non li hai, rimani straniero. Per anni, e anni, e anni.