Il tema dei vitalizi dei parlamentari è tornato al centro del dibattito politico con il giudizio, atteso al Senato, sulla possibilità di ripristinarli per gli ex senatori che hanno presentato ricorso. Qualcuno sostiene che si procederà proprio in questa direzione, motivo per cui il Movimento 5 Stelle ha convocato una manifestazione per sabato 15 febbraio, con l’obiettivo di ribadire il suo no ai vitalizi, tagliati proprio durante questa legislatura su spinta dei pentastellati in entrambe le Camere. E il M5s, in vista della manifestazione, rilancia quello che definisce un “odioso privilegio” per gli ex parlamentari riportando il caso di qualche vitalizio particolare, erogato a vita nonostante riguardi ex deputati o ex senatori che hanno ricoperto l’incarico per pochissimi giorni, se non ore. Pur avendo, comunque, versato regolarmente migliaia di euro di contributi. Il vitalizio, ricordiamo, è l’assegno pensionistico che gli ex parlamentari ricevono a fine mandato. Una sorta di rendita a vita. Per definizione il vitalizio prevede che un soggetto corrisponda a vita a un altro soggetto una rendita. I vitalizi sono stati tagliati all’inizio della legislatura, sia alla Camera che al Senato, per gli ex parlamentari.

Il primo caso riportato dal Movimento 5 Stelle è quello di Piero Craveri. Fu eletto al Senato il 2 luglio del 1987, tra le fila dei Radicali. Solamente una settimana dopo erano arrivate la sue dimissioni, accettate il 9 luglio come si può leggere sulla pagina del Senato della decima legislatura. Fino al dicembre del 2018, quindi prima dell’entrata in vigore del taglio, ha percepito un vitalizio da 2.300 euro netti al mese, secondo quanto riportato ancora sul blog delle stelle.

Ma non è di certo l’unico caso. Un altro, raccontato anche dal Tempo, riguarda Angelo Pezzana, anche lui eletto tra i Radicali. Fu deputato dal 6 febbraio al 14 febbraio 1979. E ha percepito un vitalizio da 2.200 euro lordi. “Le mie dimissioni sono state determinate da motivi personali che mi impediscono di lasciare Torino e quindi non mi consentirebbero di partecipare ai lavori della Camera con la dovuta assiduità”, aveva spiegato una volta diventato parlamentare.

Il terzo caso è quello forse più clamoroso, anche se mosso da una motivazione particolare. Parliamo di Luca Boneschi, esponente anche lui del Partito Radicale. Fu eletto il 12 maggio del 1982 alla Camera e si dimise solamente un giorno dopo. “Non prenderò possesso della carica di deputato”, aveva comunicato. Percependo, però, il vitalizio da 3.100 euro lordi al mese, 1.733 netti. Ma le motivazioni di Boneschi erano legate al fatto che non voleva godere dell’immunità: era infatti stato querelato da un giudice per alcune sue dichiarazioni contro la decisione processuale sul caso di Giorgiana Masi, la studentessa uccisa durante una carica della polizia a Roma nel 1977. Boneschi forniva il suo patrocinio gratuito alla famiglia Masi e sperava di ricorrere alla querela per tornare a discutere della morte di Giorgiana e del caso giudiziario, cercando così di riaprirlo. E rinunciare all’immunità, spiegò, aveva proprio l’obiettivo di tornare a parlare del caso.