Mai come oggi si parla tanto di transizione ecologica. Il rilancio delle economie nazionali europee, dopo la profonda crisi innescata dall'emergenza coronavirus, deve necessariamente passare per la lotta al cambiamento climatico e uno sviluppo sostenibile e green. Circostanze che hanno portato, in Italia, alla nascita di un ministero della Transizione ecologica. Ma è ancora troppo presto per dire se questo riuscirà in effetti a portare a un cambio di rotta in quanto ad ambiente, risorse energetiche e inquinamento, o se alla fine prevarranno comunque altri interessi, come per troppi anni è accaduto. Abbiamo fatto il punto della situazione con Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace Italia.

Quali sono le priorità che avete portato al tavolo con Mario Draghi, di cui secondo voi dovrebbe occuparsi immediatamente il nuovo governo?

Per prima cosa abbiamo parlato del Recovery: il 37% delle risorse del Recovery Fund devono essere volte alla crisi climatica. Contestualmente la Commissione europea, in vista della Cop26, secondo i meccanismi negoziali previsti dall'accordo di Parigi ha rivisto a rialzo gli obiettivi di riduzione delle emissioni. Che secondo noi non sono sufficienti, ma comunque siamo passati da un obiettivo europeo di ridurre del 40% le emissioni di CO2 al 2030 rispetto al 1990 fino al 55%, assorbimenti forestali inclusi. Questo passaggio significa che l'Italia, e quindi la vecchia bozza di Recovery Plan, sia ulteriormente non adeguata. In particolare, per quanto riguarda l'elettricità da fonti rinnovabili, il piano su cui si basano gli attuali investimenti prevede al 2030 una quota di rinnovabili del 55%: ma la nostra stima ci dice che al 2030 bisogna andare al 70%. Gli obiettivi sul clima sono stati aumentati, ma questo non si riflette in alcun modo sulla bozza del Recovery Plan di Conte. Bisogna avere delle risorse aggiuntive per intervenire. E in particolare sugli accumuli industriali, perché questo innalzamento dal 55% al 70% si potrà fare soltanto con enormi sviluppi nel solare e nell'eolico, che essendo fonti rinnovabili intermittenti richiedono una rete adeguata a poter sovra-produrre, quando le risorse ci sono, e accumulare. Abbiamo fatto notare al presidente come la parola batterie e accumuli praticamente non siano presenti nel piano di Conte, tranne che per gli accumuli termici che servono alle centrali a gas. Quello degli accumuli e delle reti è un capitolo completamente assente. Se vogliamo fare la transizione energetica, che è la base di quella ecologica, queste voci vanno aggiunte e vanno messe delle risorse adeguate.

Che cosa non va allora nella bozza attuale del Piano di rilancio del Conte bis e quali sono le modifiche imprescindibili che secondo voi bisogna fare?

Questo primo punto di cui ho parlato è decisivo. Perché è l'architrave della transizione, se non c'è tutto il resto viene meno. Un'altra questione riguarda la mobilità urbana, che è debolissima nel piano attuale. Nel discorso di Draghi c'è stato un riferimento importante alle strutture di ricarica per i veicoli elettrici e questo è buono, ma non c'è stato invece alcun accenno alla mobilità ferroviaria. La sostenibilità nella mobilità è data da due componenti: avere elettricità rinnovabile e avere mobilità elettrica. Questo è un altro argomento che manca. L'altra cosa che noi abbiamo detto e che poi anche Draghi ha citato nel suo discorso è l'agricoltura. Che è un tema, perché in Italia abbiamo un eccesso di produzione di latte e di carne. Abbiamo un problema di inquinamento da allevamenti intensivi, che è sia locale che globale. Prevedere delle buste di bilancio per consentire agli agricoltori di cambiare produzione, andando verso soluzione più logiche, è necessario. L'Italia è campione del più logico, ma lo è anche sui pesticidi. Il rapporto Ispra sulla qualità delle acque ci dice che il 72% delle acque superficiali e il 32% delle falde sono inquinate. E queste sostanze chimiche sono legate al ciclo agricolo.

Pensate che il ministero della Transizione ecologica possa rappresentare un punto di svolta nel cambiamento climatico o temete che ci possano essere degli interessi economici che si mettono di traverso?

La transizione ecologica è stata affidata a una persona che viene dall'industria di cui noi non condividiamo molte opinioni. Ma noi stiamo alle parole del presidente del Consiglio. Quello che possiamo dire ad oggi è che ad esempio la frenata sulle rinnovabili sia determinata da uno scontro di interessi: da una parte c'è la lobby del gas e dall'altra la sottovalutazione che tutti gli operatori del settore hanno avuto sulla possibilità che le rinnovabili entrassero in maniera esplicita nel sistema energetico. Le tecnologie ci sono. Per fortuna ci sono anche investitori privati che vanno nella giusta direzione, ma noi siamo ancora legati a questi investimenti sul gas semplicemente per il fatto che ci sono ancora corposi interessi e una resistenza fossile. Il problema di Draghi è che per fare un vero piano verso la transizione energetica dovrà vincere queste resistenze e dovrà anche essere pronto a cambiare i piani industriali. Noi abbiamo bisogno di vedere cambiamenti rilevanti in questo decennio. Le politiche, le misure e le decisioni di investimento devono essere indirizzate ai prossimi anni: per poter avere una traiettoria non disastrosa sul clima dobbiamo tagliare le emissioni totali entro il 2030. Tutti i piani, come anche ad esempio quello dell'Eni, in cui i cambiamenti avvengono dopo il 2035 sono piani truffa. L'ora delle decisioni è adesso, non è un caso che il Recovery Plan debba essere presentato adesso. Un cambiamento nelle infrastrutture energetiche non si fa in cinque minuti. Per vedere le rinnovabili contare davvero ci vuole tempo. Per questo il momento è storico e il discorso di Draghi può aprire una nuova epoca. Noi speriamo che questo accada. Quello che vogliamo vedere è un cambiamento, ma senza la politica questo difficilmente può avvenire. O meglio, io credo che avverrà comunque, ma il problema è se avviene in tempo e se l'Italia usa questa grande occasione per ricollocarsi. Se la resistenza fossile avremmo perso la partita del contributo che l'Italia può dare alla lotta sul clima e anche una chance di ammodernamento ecologico.

Siete quindi scettici verso il nome di Roberto Cingolani e temete che alcune scelte possano essere greenwashing più che effettive operazioni per la transizione ecologica?

Noi giudicheremo i fatti. La scelta che ha fatto Draghi l'ha fatta lui e avrà i suoi motivi: comunque credo che i ministri tecnici risponderanno innanzitutto al presidente. Da parte nostra noi sottolineiamo il fatto che le parole di Draghi non abbiano precedenti in Italia. Introducendo il tema climatico in maniera trasversale sul programma Draghi ha utilizzato parole totalmente nuove, che secondo noi sono motivate dalla sua adesione al progetto politico europeo, di fare dell'Ue una leader nelle politiche per il clima. Per noi quelle parole sono credibili per due ragioni: per l'altissimo profilo della figura di Draghi e perché coincidono con la linea europea, che noi vorremmo ancora più ambiziosa, ma che certamente indirizza verso la giusta direzione.