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backstair / Follow the money
19 Luglio 2021
20:14

Follow The Money 2 – Cosa c’è dietro le parole di Durigon sul generale che indaga sulla Lega

La seconda puntata dell’inchiesta “Follow the money” sul potente braccio destro di Salvini, Claudio Durigon, e sui 49 milioni della Lega svela chi è il generale che secondo il sottosegretario leghista può controllare le indagini sulla Lega: è Giuseppe Zafarana, l’attuale comandante generale della Guardia di finanza. A rivelarlo è lui stesso durante una cena in cui Durigon è insieme anche a un imprenditore napoletano che il sottosegretario presenta come “Molto vicino ai servizi segreti”.
A cura di Backstair
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Immagine Follow the money: inchiesta sul caso Durigon

Il braccio destro di Salvini, Claudio Durigon, oggi sottosegretario all’economia e alle finanze del governo Draghi, non teme le indagini sui 49 milioni della Lega. Lo rivela lui stesso in una conversazione pubblicata nel primo episodio dell'inchiesta Follow the money, dove il deputato leghista sostiene che il generale della Guardia di finanza che svolge le indagini sui soldi truffati dalla Lega, sarebbe stato nominato proprio da Salvini. Il generale a cui fa riferimento il sottosegretario, come viene rivelato nel secondo episodio dell’inchiesta, è il numero uno della Guardia di finanza, Giuseppe Zafarana.

“Quello che indaga della Guardia di finanza, Zafarana, il generale, l'abbiamo messo noi”, afferma Durigon, sostenendo di non preoccuparsi per il futuro del leader Salvini, nonostante l’arresto dei commercialisti del suo partito.

Giuseppe Zafarana è il comandante generale della Guardia di finanza. Viene nominato al vertice delle Fiamme gialle il 25 maggio 2019, durante il governo Conte I. Come confermato da alcune fonti di governo di primo piano, nelle settimane precedenti la sua nomina, la sua candidatura viene avanzata dai massimi esponenti della Lega, in primis Giorgetti e Salvini, che, con l’appoggio del Movimento 5 Stelle, rendono possibile la sua nomina, salutata con favore da entrambi i partiti. A gestire le trattative per questo incarico è anche Claudio Durigon.

Gli episodi dell’inchiesta

Zafarana diventa così, a 56 anni, il più giovane comandante generale della storia della Guardia di finanza, ed è unanimemente considerato il più titolato a ricoprire questo incarico. “L’attuale comandante generale era del gruppo di Pollari, ma me ne hanno parlato tutti bene” – racconta l’ex viceministro Vincenzo Visco, riferendosi al legame con Niccolò Pollari, l’ex direttore del Sismi, i servizi segreti militari.

Zafarana è stato anche un uomo di fiducia dell'ex comandante generale Roberto Speciale, prima che il ministro Tommaso Padoa-Schioppa chiedesse le sue dimissioni per lo scandalo delle spigole trasportate con un aereo militare, una circostanza per cui venne condannato per peculato. Speciale durante il suo mandato conferì a Zafarana 14 encomi e lo promosse capo del personale delle Fiamme gialle quando era ancora solo un colonnello.  Speciale, infatti, poche ore prima di lasciare il corpo (si candiderà poi con il Pdl alle elezioni del 2008), retrodatò il trasferimento di 74 ufficiali, fra cui proprio Zafarana.

In tempi più recenti Zafarana è stato capo di stato maggiore del generale Giorgio Toschi, suo predecessore al comando generale. Ed è proprio a cavallo fra la direzione di Toschi e quella di Zafarana che avviene un avvicendamento che riguarda il comando provinciale della Guardia di finanza di Genova che indaga sui 49 milioni della Lega.

L'inchiesta sui 49 milioni della Lega

Sui fondi della Lega indagano due procure, quella di Genova e quella di Milano. La prima inchiesta nasce in Liguria, quando il tesoriere del partito di via Bellerio, il genovese Francesco Belsito, viene processato per presunta truffa aggravata ai danni dello Stato, reato in seguito prescritto. La Lega di Salvini viene condannata a restituire i soldi truffati, circa 49 milioni di euro.

I soldi truffati dalla Lega essendo provento di reato dovevano essere sequestrati, – ci racconta una fonte interna alla Guardia di finanza – ma quando i finanzieri vanno a cercarli vedono che nelle casse del partito c’era solo un milione e rotti, una roba di poco conto: i soldi erano spariti. In termini giuridici, se io vado a toccare del denaro che è stato giudicato provento di un reato, commetto riciclaggio. Quindi vi erano due esigenze: trovare il malloppo e trovare chi avesse dato l’ordine di spostarlo in giro per i vari paesi del mondo.”

A Genova il nucleo di polizia economico finanziaria, guidato dal colonnello Maurizio Cintura, su disposizione della Procura, acquisisce nel corso degli anni centinaia di documenti circa la movimentazione di questi soldi, trasmettendo una parte del materiale anche alla procura di Milano.

Nel 2018 i finanzieri genovesi arrivano così a perquisire la sede centrale della banca Sparkasse di Bolzano, alla ricerca di tre milioni di euro che dal Lussemburgo sarebbero tornati in Italia.

Dopo la scoperta dei finanzieri di Genova sui soldi della Lega, però, arriva la richiesta di trasferimento dell’ufficiale a capo delle indagini, il colonnello Maurizio Cintura, motivata dalla promessa di una promozione ad un altro incarico in un’altra regione. La procura ligure, però, si oppone al trasferimento del colonnello proprio perché ci sono le indagini ancora in corso.

L’anno dopo, nel 2019, arriva l’ordine di trasferimento del diretto superiore di Cintura, il generale Renzo Nisi, comandante provinciale di Genova e coordinatore del nucleo che indaga sui 49 milioni della Lega.

Il 13 marzo 2019, infatti, sotto il comando del generale Giorgio Toschi, con Zafarana Capo di Stato Maggiore, il neo promosso generale di brigata Vincenzo Tomei viene designato a prendere il posto di Nisi al comando provinciale di Genova. Il trasferimento è solo annunciato e non operativo. Nel radiomessaggio interno alla Guardia di finanza che incarica Tomei del ruolo di Nisi, non manca solo la decorrenza, ma anche la destinazione di quest’ultimo. Una circostanza giudicata da fonti interne alle Fiamme gialle assai poco frequente, soprattutto in casi come quello di Nisi, dove non c’era l’urgenza di operare un trasferimento dell’ufficiale per ragioni di incompatibilità.

Il cambio al vertice di Genova si perfeziona soltanto il 10 luglio del 2019, poco dopo la nomina del nuovo comandante generale delle Fiamme gialle, Giuseppe Zafarana, che subentra al posto di Toschi. Con Zafarana al comando, Vincenzo Tomei prende il posto di Nisi che viene trasferito al comando del nucleo speciale beni e servizi, una posizione considerata di importanza minore rispetto a quella a cui era assegnato.

Nella Guardia di Finanza ci sono comandi di serie A e comandi di serie Z, – spiega la nostra fonte nelle Fiamme gialle – quello a cui viene destinato Nisi è sicuramente un comando di serie Z”. Non solo, Nisi viene anche retrocesso nella graduatoria che decide gli avanzamenti di carriera all'interno della Guardia di finanza: dal terzo posto scivola al diciassettesimo, un trattamento che, secondo le nostre fonti, viene riservato di solito a ufficiali che si sono macchiati di gravi colpe.

Eppure Renzo Nisi si era distinto meritoriamente negli anni per aver condotto alcune indagini importanti e delicate, come quella sul Mose di Venezia. Nella sua esperienza in laguna, aveva scoperto con i suoi uomini che il numero 2 della Guardia di finanza, Emilio Spaziante, quand'era vicecomandante generale rivelava agli indagati informazioni segrete sulle indagini condotte da Nisi. Per queste circostanze il generale Spaziante venne arrestato e patteggiò una pena a quattro anni di reclusione per concorso in corruzione, venendo poi condannato dalla Corte dei conti al pagamento di un risarcimento di un milione di euro per il grave danno d'immagine procurato al Corpo.

Dopo aver contribuito all’arresto di Spaziante, Nisi arriva a Genova come comandante provinciale. Qui, oltre a coordinare il gruppo di Cintura che è sulle tracce dei soldi della Lega, Nisi si distingue per aver organizzato l’attività di indagine delle Fiamme gialle sul crollo del Ponte Morandi, ma dopo tre anni in Liguria viene trasferito e sostituito dal generale Tomei.

Vincenzo Tomei nel 2006 fu al centro di un contenzioso politico che durò circa un anno. Tomei insieme al generale Mario Forchetti, al colonnello Rosario Lorusso, e al tenente colonnello Virgilio Pomponi, fu inserito in una lista stilata dall’allora viceministro all’economia Vincenzo Visco, che ne chiedeva il trasferimento. Visco sosteneva che questi ufficiali avessero formato un centro di potere interno alle Fiamme gialle capeggiato da Spaziante.

L’allora comandante generale Roberto Speciale, infatti, aveva proposto a Visco una rotazione di quasi tutti i vertici della Guardia di Finanza, a eccezione di quello lombardo, dove Forchetti e i suoi fidati ufficiali permanevano da tempo. "Le informazioni arrivate al mio Gabinetto – scrisse Visco a proposito della vicenda – da altre fonti interne al Corpo sollevavano ulteriori dubbi sulla permanenza degli stessi ufficiali, nella stessa sede, per l'inevitabile cristallizzazione di amicizie e di conoscenze con ambienti dell'economia, della politica e dell'informazione".

Proprio in Lombardia Vincenzo Tomei è stato per anni allievo prediletto di Mario Forchetti, generale che dopo il suo addio alla Guardia di finanza ha ricoperto vari ruoli nelle istituzioni guidate dalla Lega. Forchetti è stato uomo di fiducia dell’ex governatore, il leghista Roberto Maroni, che lo scelse come capo del comitato di controllo sugli appalti dell’Expo; ora componente dell’Orac, l’organismo anticorruzione regionale, difeso più volte dall’attuale presidente della regione Lombardia, il leghista Attilio Fontana.

Forchetti è stato quello che ha lanciato Tomei, gli ha consentito di andare a occupare dei posti di prestigio”, sostiene la nostra fonte. “Essendo Tomei un subordinato rispetto a Forchetti, quando succedevano le cose è chiaro che Tomei doveva riferire a Forchetti. Poi se continua a farlo ancora adesso, francamente non lo so. Loro due però hanno un legame molto profondo”.

Non sappiamo se Claudio Durigon si riferisse proprio a queste circostanze quando ha affermato di non preoccuparsi per le indagini sulla Lega. Il sottosegretario, infatti, continua a non voler chiarire il senso di quell’affermazione, nonostante sulla vicenda ci siano state interrogazioni in Parlamento e richieste di dimissioni a suo carico da esponenti di rilievo del Governo.

Durigon e Matacena

Poco sappiamo anche dei suoi rapporti con l'imprenditore napoletano, Luigi Matacena.

La sera in cui Claudio Durigon si lascia andare a confidenze pericolose su Zafarana è a Napoli e si è appena alzato dal tavolo di un ristorante sulla riviera di Chiaia. È il settembre 2020 e il braccio destro di Salvini si trova in Campania per uno degli ultimi comizi prima delle elezioni regionali. Al tavolo, seduto accanto a lui, c’è proprio Matacena, che Durigon presenta agli altri commensali come “uno molto legato ai servizi segreti”.

Fra una portata e l’altra si discute di nomine. Si parla dell’imprenditore Alfredo Romeo e del magistrato Catello Maresca come possibile candidato del centrodestra a sindaco di Napoli, cosa che effettivamente sarebbe successa da lì a qualche mese. Alla cena è presente anche Severino Nappi, esponente napoletano della Lega. Ma il commensale con cui l’attuale sottosegretario si intrattiene di più è proprio Matacena. Tra di loro c’è confidenza: “Lo conosco da un sacco di tempo, cinque anni sicuro, – dice Durigon quando l’imprenditore è ormai andato via – a Roma è conosciuto lui”.

Il business principale di Matacena è la fornitura di attrezzature antincendio e antisismiche a enti locali, commesse milionarie che riceve da protezione civile e vigili del fuoco, un ente che dipende dal Ministero dell’interno. Tra gli appalti vinti dalle sue società ricorre anche il nome della Sma Campania, l'azienda dei rifiuti campana al centro dell'inchiesta di Fanpage Bloody Money. Il nome dell’uomo d’affari napoletano compare nell’elenco dei correntisti italiani della filiale di Ginevra della Hsbc, la cosiddetta lista Falciani, e nei Paradise Papers, per aver avuto una società nel paradiso fiscale di Malta.

L’interesse di Matacena è avere amicizie importanti, una volta che lui si insinua diventa un amicone, è di una simpatia unica”, dice di lui un ex esponente del Pdl. Matacena è stato, infatti, l’animatore delle estati ischitane di personaggi di rilievo. I suoi giri spaziano dal vicepresidente di Italo ed ex ad di Terna Flavio Cattaneo e la moglie Sabrina Ferilli, agli ex generali della Guardia di Finanza Michele Adinolfi e Vito Bardi, oggi presidente della regione Basilicata.

Proprio uno dei suoi incontri con alcune alte cariche delle Fiamme gialle, nel 2011, risulta di particolare interesse per la Procura di Napoli nell’ambito delle indagini sulla presunta Loggia P4, un sistema occulto di potere che sembrava aver infettato le istituzioni.

I pm Curcio e Woodcock interrogarono Matacena su un pranzo offerto nel 2010 ad alcuni ufficiali della Guardia di finanza. L’episodio risultava significativo perché Matacena, essendo presente sulla lista Falciani, aveva avuto degli accertamenti da parte delle Fiamme gialle e aveva scudato i soldi depositati all’estero. In conseguenza di ciò, i magistrati gli chiesero conto dell’opportunità di frequentare i vertici delle Fiamme gialle, offrendo loro un pranzo e dei piccoli doni. In quell’occasione al tavolo di Matacena, oltre ai generali della Guardia di finanza Vito Bardi e Michele Adinolfi, sedevano il generale Giuseppe Grassi, l’ex ufficiale Stefano Grassi, l’allora ad del Milan Adriano Galliani, e anche il generale Giuseppe Zafarana, l’attuale comandante generale delle Fiamme gialle.

Matacena oltre a frequentare i vertici della Guardia di finanza è anche un volto molto noto negli ambienti politici vicini al centrodestra e sa come introdursi. Anche per la cena di Durigon e dei suoi commensali, infatti, Matacena si offre di saldare il conto piuttosto salato, a base di cruditè di pesce e vino bianco. “Matacena ha lasciato pagato”, ammette a fine serata l’attuale sottosegretario.

Ma l’interesse di Matacena non è solo quello di essere riconosciuto come ospite generoso. Nella serata pre-elettorale napoletana, infatti, si siede al tavolo con Durigon per una questione politica: sta provando a portare alla Lega Luciano Passariello, ex consigliere regionale di Fratelli d'Italia, indagato dalla Procura di Napoli a partire dall’inchiesta di Fanpage Bloody Money proprio per i suoi rapporti con la Sma Campania. Qualche settimana prima della cena con Durigon, Passariello, infatti, aveva rinunciato alla candidatura alle elezioni regionali con Forza Italia.

Luciano l’ho portato io e so come è andata la storia con Forza Italia”, spiega Matacena agli altri commensali a proposito del passo indietro prima delle elezioni. E Durigon conferma: “Lui lo voleva candidare con noi, mi sta portando Passariello”. Matacena spiega ai presenti anche il perché sia saltata questa candidatura con la Lega: “Molteni (il coordinatore regionale della Lega in Campania, ndr) non l’ha voluto perché arrivava primo”.

I rapporti politici di Matacena non finiscono qui, come racconta lo stesso Durigon nello spiegare come inizia il loro rapporto: “L’ho conosciuto con Massimo Casanova e con il mio capo di gabinetto, Vito Cozzoli. Le prime volte che lo vedevo, dicevo: ‘Massimo, a me questo mi mette paura, c'ha un pelo sullo stomaco così'. Mi ha invitato anche a pranzo a casa sua nel periodo di Natale”.

Alla base del rapporto tra Durigon e Matacena c’è, quindi, Massimo Casanova, l’europarlamentare della Lega, proprietario del Papeete e plenipotenziario di Salvini in Puglia, che Matacena descrive come un suo amico storico. È riferendosi a lui che Matacena si congeda dal tavolo, non prima di aver avanzato una richiesta a Durigon: “Domani vedi di vedere Massimo Casanova, che ti devo dire una cosa importante”, gli fa l’imprenditore napoletano stringendogli la mano, e invitandolo a parlarne in disparte.

Al ritorno a tavola, Durigon svela il contenuto della confidenza: “Sai che mi ha chiesto ora? Se ti serve, al parco del Gargano hanno licenziato il direttore. Quando hai un altro amico, dillo a Massimo”. La vicenda di cui parlano in segreto è conosciuta soltanto dagli addetti ai lavori, ma ha avuto implicazioni ai massimi livelli politici. I due si riferiscono al Parco Nazionale del Gargano, il secondo parco naturale più grande d’Italia. Essendo vigilato dal Ministero dell’ambiente, le nomine delle cariche direttive del Parco sono ministeriali.

La settimana prima dell’incontro tra Durigon e Matacena, Pasquale Pazienza, presidente dell’ente, decide di licenziare la direttrice del Parco, Maria Villani, dopo soli tre mesi dalla nomina da parte dell’allora ministro dell’ambiente Sergio Costa.

Il presidente Pazienza, nominato su input della sottosegretaria leghista all’ambiente Vannia Gava, prende questa decisione scavalcando un decreto ministeriale e creando un impasse istituzionale. A seguito del licenziamento della dirigente, le funzioni di direttore vengono assegnate da Pazienza a Vincenzo Totaro, dipendente del Parco che secondo una relazione della corte d’appello di Bari del 2016, sarebbe stato incandidabile a ricoprire un ruolo pubblico perché “ritenuto persona legata da rapporti d'amicizia” con il clan della mafia del Gargano dei Macchiaioli.

La Lega ha sempre mostrato interesse per il Parco, quando ci fu da fare le nomine, la Lega mise subito sul tavolo il Parco del Gargano – afferma l’europarlamentare del M5s Mario Furore, la presidenza fa gola a molte forze politiche. I rapporti tra la Lega e i mondi oscuri del Gargano sono notori".

Il Parco del Gargano è un chiodo fisso di Massimo Casanova. L’europarlamentare leghista, infatti, non aveva perso occasione in passato di attaccare l’ente: “Il vero, grande problema, nella provincia di Foggia, è il Parco nazionale del Gargano che è un freno a mano tirato per tutto”.

La preoccupazione di Casanova derivava anche dal fatto che da oltre un decennio è anche il vicino di casa del Parco. Mr Papeete, infatti, ha stabilito la sua residenza sul lago di Lesina, in provincia di Foggia. La sua enorme proprietà è uno dei pochi lembi di terra che non fanno parte dell’area protetta del Parco del Gargano, pur essendo immersa dentro i suoi confini naturali.

Il presidente Pasquale Pazienza, infatti, ha un rapporto cordiale con Massimo Casanova e Matteo Salvini: “Subito dopo la sua nomina Pazienza andò a un brunch con Salvini, con una certa confidenza che mi lasciò di stucco. Lui lo chiamò pranzo istituzionale, in realtà aveva tutt’altra parvenza,” – spiega Furore foggiano e collega di Casanova a Bruxelles – “il Parco Nazionale del Gargano è un parco molto ricco, ha un bilancio che consente di dare un sacco di prebende”.

Ed è proprio di queste prebende che Matacena parla a Durigon durante la serata napoletana, mettendolo al corrente dell’opportunità di nominare un amico come nuovo direttore del Parco del Gargano e di interessare di questo Massimo Casanova.

Quando Durigon esce dal ristorante, poco prima di lasciarsi andare alla tanto discussa rivelazione sulla Guardia di finanza, il sottosegretario non perde tempo e fa una proposta a un suo amico: “Ora noi, anche in Puglia, le nomine bisogna farle… io ti posso buttare dentro su qualche nomina”.

Non sappiamo se l’incarico a cui si riferisce Durigon sia lo stesso di cui aveva parlato con Matacena solo qualche minuto prima. Dal canto suo l’imprenditore napoletano nega tutto: “Non ho nessun interesse sul parco del Gargano, in vita mia non ci sono mai stato, non so nemmeno dove sia. Durigon l’ho visto per trenta secondi in vita mia, non gli ho mai chiesto niente e non ho nulla da chiedergli. Come si usa a Napoli, per cortesia, ho pagato io la cena, senza alcun interesse e senza alcun ritorno.” E sull’accusa di essere legato ai servizi segreti, annuncia con durezza: “Durigon si beccherà una querela immediatamente”.

A cura di Luigi Scarano e Sacha Biazzo

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