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Conflitto Israele-Palestina e in Medio Oriente

Flotilla di terra, atterrati a Fiumicino i primi attivisti: resta alta la tensione per i dieci ancora bloccati in Libia

I primi attivisti della Flotilla di terra sono atterrati questa mattina a Fiumicino dopo il ripiegamento del convoglio a Tripoli. Resta però ancora massima l’apprensione per i dieci delegati, tra cui due italiani, ancora bloccati in isolamento a Bengasi e senza notizie sulle loro condizioni.
Foto di Filippo Boi
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I primi sei attivisti della Flotilla di terra sono appena atterrati all'aeroporto di Fiumicino. Il ritorno a casa è scattato dopo che l'intero Land Convoy, la carovana umanitaria partita nelle scorse settimane dalla Mauritania e diretta a Gaza, è stato costretto a interrompere bruscamente la sua marcia in Libia e a ripiegare forzatamente verso l'aeroporto di Tripoli, abbandonando il campo base allestito a ridosso della Cirenaica. Se per i primi cooperanti si chiude l'odissea in territorio libico, rimane invece altissima la tensione e l'apprensione per il gruppo di dieci attivisti internazionali che domenica scorsa è stato prelevato al checkpoint di Sirte dalle milizie fedeli al generale Khalifa Haftar. Tra i dieci delegati ancora trattenuti dalle autorità della Libia orientale ci sono i due cittadini italiani Domenico Centrone e Leonarda (Dina) Alberizia, insieme a cooperanti di nazionalità statunitense, spagnola, polacca, portoghese, uruguaiana e tunisina, inclusi due medici argentini.

La denuncia della Flotilla: "Nessuna notizia sulle loro condizioni"

Ad oggi, non si ha "nessuna notizia sulle loro condizioni". Nonostante l'immediata intensificazione del dialogo consolare avviato dai rispettivi ministeri degli Esteri con le autorità di Bengasi, i portavoce del movimento umanitario denunciano infatti il totale silenzio informativo sul luogo esatto di detenzione, sullo stato di salute dei cooperanti e sulle reali tempistiche di un loro eventuale rilascio. I dieci delegati avevano oltrepassato la linea di demarcazione militare "5+5" nel tentativo di negoziare in buona fede un corridoio sicuro per i camion di aiuti, le ambulanze e i moduli abitativi, scontrandosi però con il blocco dei militari che intendono processarli con l'accusa di ingresso non autorizzato.

Il ripiegamento forzato del convoglio verso Tripoli e il fermo della delegazione sollevano pesanti interrogativi politici sulla gestione dei corridoi umanitari. Maria Elena Delia, portavoce della delegazione italiana della Global Sumud Flotilla, ha commentato con amarezza la chiusura delle rotte nordafricane, evidenziando come ogni tentativo di far valere il diritto internazionale si scontri con veti geopolitici invalicabili: "Tutte le strade che percorriamo per raggiungere Gaza sono bloccate, in un modo o nell'altro. Stiamo provando a raggiungere la Striscia in diversi modi, ma le modalità con cui viene impedito il passaggio presentano un filo conduttore comune: senza Israele non è possibile raggiungere in alcun modo la Palestina".

Nonostante lo stop forzato in Libia e il ritorno dei primi attivisti a Roma, i promotori della Flotilla hanno comunque ribadito l'intenzione di non fermare le iniziative di solidarietà internazionale, mentre la diplomazia italiana ed europea continua a lavorare dietro le quinte per sbloccare la posizione dei dieci attivisti rimasti a Bengasi e garantirne il rimpatrio immediato.

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