Flotilla di terra, atterrati a Fiumicino i primi attivisti: resta alta la tensione per i dieci ancora bloccati in Libia
I primi sei attivisti della Flotilla di terra sono appena atterrati all'aeroporto di Fiumicino. Il ritorno a casa è scattato dopo che l'intero Land Convoy, la carovana umanitaria partita con tonnellate di aiuti umanitari nelle scorse settimane dalla Mauritania e diretta a Gaza, è stato costretto a interrompere bruscamente la sua marcia in Libia e a ripiegare forzatamente verso l'aeroporto di Tripoli, abbandonando il campo base allestito a ridosso della Cirenaica. Se per i primi cooperanti si chiude l'odissea in territorio libico, rimane invece altissima la tensione e l'apprensione per il gruppo di dieci attivisti internazionali che domenica scorsa è stato prelevato al checkpoint di Sirte dalle milizie fedeli al generale Khalifa Haftar. Tra i dieci delegati ancora trattenuti dalle autorità della Libia orientale ci sono i due cittadini italiani Domenico Centrone e Leonarda (Dina) Alberizia, insieme a cooperanti di nazionalità statunitense, spagnola, polacca, portoghese, uruguaiana e tunisina, inclusi due medici argentini.
La denuncia della Flotilla: "Nessuna notizia sulle loro condizioni"
Ad oggi, non si ha "nessuna notizia sulle loro condizioni", ha spiegato la portavoce della Global Sumud Flotilla a Fiumicino. Nonostante l'immediata intensificazione del dialogo consolare avviato dai rispettivi ministeri degli Esteri con le autorità di Bengasi, la portavoce del movimento umanitario denunciano infatti il totale silenzio informativo sul luogo esatto di detenzione, sullo stato di salute dei cooperanti e sulle reali tempistiche di un loro eventuale rilascio. I dieci delegati avevano oltrepassato la linea di demarcazione militare "5+5″ nel tentativo di negoziare" in buona fede un corridoio sicuro per i camion di aiuti, le ambulanze e i moduli abitativi, scontrandosi però con il blocco dei militari che intendono processarli con l'accusa di ingresso non autorizzato".
Il ripiegamento forzato del convoglio verso Tripoli e il fermo della delegazione sollevano pesanti interrogativi politici sulla gestione dei corridoi umanitari. Maria Elena Delia ha commentato la chiusura delle rotte nordafricane, evidenziando come "ogni tentativo di far valere il diritto internazionale" si scontri con veti geopolitici invalicabili: "Tutte le strade che percorriamo per raggiungere Gaza sono bloccate, in un modo o nell'altro. Stiamo provando a raggiungere la Striscia in diversi modi, ma le modalità con cui viene impedito il passaggio presentano un filo conduttore comune: senza Israele non è possibile raggiungere in alcun modo la Palestina".
"Mi auguro che il giudice decida di farli ritornare in Italia", ha dichiarato nel frattempo il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, auspicando che tornino a casa "il prima possibile" senza però offrire alcuna certezza reale, nemmeno alle famiglie degli attivisti italiani, su quali saranno i prossimi sviluppi o cosa ci si debba effettivamente aspettare dalle prossime ore. Sul fronte opposto, il ministero degli Affari Esteri del governo libico ha formalizzato le proprie accuse contro la delegazione: secondo le autorità locali, la carovana avrebbe violato i confini territoriali muovendosi "illegalmente" e "priva delle necessarie autorizzazioni" per transitare lungo gli snodi portuali e le rotte stradali interne dello Stato.
Nonostante lo stop forzato in Libia e il ritorno dei primi attivisti a Roma, i promotori della Flotilla hanno comunque ribadito l'intenzione di non fermare le iniziative di solidarietà internazionale.