È difficile trovare una vicenda che sia più significativa dello stato di salute della politica italiana di quella sul “fine vita”. Il riassunto di quanto (non) accaduto negli ultimi undici mesi rende bene l’idea di quanto la classe dirigente di questo Paese si sia dimostrata irresponsabile, incompetente e vigliacca, non assumendosi le proprie responsabilità fino in fondo. La vicenda è quella di DJ Fabo, di cui abbiamo parlato a lungo anche su Fanpage.it, e vede coinvolto Marco Cappato, il cui processo si era “parzialmente concluso” nel febbraio dello scorso anno con l’assoluzione per il reato di istigazione al suicidio, ma con la remissione alla Corte Costituzionale sul giudizio di costituzionalità dell’articolo 580 del codice penale (“Chiunque determina altri al suicidio o rafforza l'altrui proposito di suicidio, ovvero ne agevola in qualsiasi modo l'esecuzione, è punito, se il suicidio avviene, con la reclusione da cinque a dodici anni”).

Il 24 ottobre del 2018 la Consulta si era pronunciata, rilevando che “l'attuale assetto normativo concernente il fine vita lascia prive di adeguata tutela determinate situazioni costituzionalmente meritevoli di protezione e da bilanciare con altri beni costituzionalmente rilevanti”. Dunque, per consentire al Parlamento di intervenire la Corte di Cassazione aveva deciso di rinviare a settembre del 2019 la propria pronuncia sull’articolo 580. Tempo al Parlamento affinché facesse il proprio dovere, insomma.

In undici mesi il nostro Parlamento non è riuscito a completare l’intervento normativo. O meglio, non è riuscito nemmeno a incardinare un singolo testo, mentre si sono arenate le cinque diverse proposte presentate. Per 11 mesi i nostri rappresentanti hanno disatteso le indicazioni della Corte e sono venuti meno al loro dovere di rappresentare in maniera degna i cittadini italiani. Tra ritardi, polemiche, ostruzionismo o semplice menefreghismo si è arrivati a poche settimane dalla pronuncia della Cassazione senza assumersi la propria responsabilità, come se si trattasse di un argomento minore e non di una questione che riguarda la possibilità di disporre della propria vita in modo compiuto e completo.

Undici mesi in cui si è visto di tutto, tra rimpalli di responsabilità e scuse ai limiti dell’assurdo, fino a tirare in ballo addirittura la crisi di governo (che ha tolto solo pochi giorni di lavoro a Camera e Senato, andrebbe ricordato). Fino all’assurdo di qualche ora fa, quando la Presidente del Senato Elisabetta Casellati si è “offerta di fare una telefonata informale alla Consulta per chiedere più tempo all’Aula prima della pronuncia”. Una mossa che non ha precedenti nella storia repubblicana, come ha spiegato proprio Marco Cappato ospite della nostra redazione: “Non esiste alcun modo e alcuna forma per il Presidente di una Assemblea Parlamentare di fare pressione sul massimo organo giurisdizionale italiano. È gravissimo, perché sono due competenze diverse e la Consulta non ha alcun modo pubblico per difendersi da una pressione di questo tipo. Spero che Mattarella chiarisca che queste pressioni sono inaccettabili in una democrazia liberale”. Qualche giorno fa lo aveva fatto la Chiesa: un appello a rinviare una sentenza della Consulta. Assurdo. Inaccettabile.

E mentre ci si avvia a una decisione della magistratura per supplire alle mancanze della politica, non ci resta che registrare l'ennesima pagina nerissima di questo Paese, che continua ad avere una scala delle priorità del tutto singolare. E tremendamente ingiusta.