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31 Agosto 2016
18:05

Fertility Day: la ridicola campagna che colpevolizza le donne

L’iniziativa del ministero della Salute ci catapulta indietro di oltre settant’anni e ignora qualsiasi principio di autodeterminazione sul proprio corpo. Ma tra vignette e slogan colpevolizzanti, quello che è totalmente assente è il senso della realtà.
A cura di Claudia Torrisi
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Durante i pranzi o le cene di famiglia per le ricorrenze o le feste comandate arriva sempre quel momento in cui una parente a caso si avvicina, e con fare prima vago e poi sempre più insistente inizia a chiedermi quand'è che ho intenzione di "regalarle un nipotino". "Io alla tua età ero già sposata e avevo già partorito. Comunque sei grande, quando hai intenzione di farlo?". A questo punto, alla parente di turno viene spiegato che non siamo più negli anni 50, che le nostre vite sono cambiate, noi siamo cambiati, eccetera eccetera. Di solito, la parente annuisce e finge d'aver capito.

La stessa sensazione l'ho provata quando stamattina mi sono imbattuta nella campagna di lancio del Fertility Day del ministero della Salute, una giornata prevista il 22 settembre "dove la parola d'ordine sarà scoprire il ‘Prestigio della Maternità'". Come si legge sul sito, lo scopo è quello di "operare un capovolgimento della mentalità corrente volto a rileggere la Fertilità come bisogno essenziale non solo della coppia ma dell’intera società". In sostanza, il ministro Beatrice Lorenzin è preoccupata del calo demografico che interessa il nostro paese, e per fronteggiarlo, come ha spiegato già nel 2014, ha pensato che sia necessario "educare alla maternità", perché "va riscoperta la bellezza di diventare madri in età più fertili". In che modo siano legati una condizione biologica come la fertilità di un individuo – che, citando il vocabolario, non è altro che "la potenzialità riproduttiva di un organismo" – e il "bisogno essenziale dell'intera società" è presto detto: come recita una delle cartoline della campagna, "la Fertilità è un bene comune".

Così, uno slogan e una campagna ideata da un ministro del Nuovo Centrodestra riescono a catapultarci indietro di oltre settant'anni e ci dicono che se la popolazione non cresce e siamo ultimi come nascite in Unione europea la ragione è che non siamo "educate alla maternità". Il corollario di tutto questo è che bisognerebbe fare bambini non perché si vuole o si ha la possibilità di farli, ma perché altrimenti si reca un danno allo Stato; mentre quest'ultimo per cautelarsi lancia una campagna di rieducazione, in modo che donne – in primis – e uomini rientrino nei ranghi, smettano di perdere tempo e ricomincino a procreare.

Passando in rassegna il resto delle "cartoline" del Fertility Day il messaggio appare lampante: il calo delle nascite è colpa delle donne che non fanno figli – o comunque non li fanno presto. È proprio questa dimensione colpevolizzante l'aspetto più inquietante che emerge dalla campagna, dalla quale sostanzialmente sembra sia stata esclusa solo la slide "se non fai figli Gesù piange".

C'è la ragazza con sorriso ironico ma severo con in mano una clessidra che ti ricorda quanto tempo tu stia perdendo per procreare, perché "la bellezza non ha età. La fertilità sì"

O la cartolina che invita a "darti una mossa" e non "aspettare la cicogna" (e probabilmente è questo il tipo di "educazione alla maternità" che ha in mente Lorenzin, seguendo il modello dei cartoni animati sull'educazione sessuale che vedevamo alle elementari).

D'altronde fare figli presto non solo aiuta lo Stato, ma "è il modo migliore per essere creativi". L'unico riferimento che qui mi viene in mente è a tutti i modi che una/un venticinquenne/trentenne con un lavoro magari precario, mal pagato potrebbe inventarsi per crescere dignitosamente un figlio. Ma forse il ministero della Salute ha in mente altro quando propone una pallina sorridente tra i piedi di due persone che ovviamente stanno solo procreando.

Infine, una cartolina ricorda che persino la costituzione tutela la "procreazione cosciente e responsabile" – qualunque cosa questo significhi in una campagna in cui ti spingono a fare figli solo perché il tuo organismo te lo consente (promossa in un paese in cui la legge sull'aborto viene costantemente calpestata).

Probabilmente, secondo il ministro Lorenzin, procreare non è altro che un dovere della donna, se non il fine ultimo per cui questa è programmata. Non assolvere a questo compito è dunque sicuramente sbagliato. Ma al di là del prospettare un mondo in cui vengono beatamente ignorati oltre cinquant'anni di storia e il minimo principio di autodeterminazione sul proprio corpo, quello che è totalmente assente dalla campagna è il senso della realtà. L'imperativo è fare figli, poi non ha importanza se non hai un lavoro, se è precario e malpagato, se rischi di perderlo se resti incinta o anche solo se vorresti in futuro, se con ogni probabilità non avrai mai una pensione, se non puoi permetterti un affitto, se non avrai sostegno una volta diventata madre, se non avrai congedi, se dovrai necessariamente pagare un asilo privato o una baby sitter. Ha, ovviamente, ancora meno importanza se un figlio non puoi averlo e se accedere alle tecniche che te lo consentirebbero è un percoso a ostacoli (quando non un incubo), giacché se qualcosa impedisce quello che è stato stabilito come il naturale svolgersi delle cose sono notoriamente cazzi tuoi. Se, infine, non vuoi diventare madre c'è sicuramente qualcosa che non va in te.

Il punto è che quella che riduce tutto a una mera questione biologica, a un dovere da assolvere nei modi e tempi prestabiliti, è un'operazione non solo bigotta, ma anche totalmente deresponsabilizzante. Dire che per combattere il calo delle nascite bisogna semplicemente "fare più figli" (e farlo per lo Stato), che manca "educazione alla maternità" e corredare queste affermazioni con vignette con clessidre e cicogne pronte a colpevolizzare è un bello scaricabarile. Perché al di là del volerlo o meno, diventare genitore è una scelta che ti devi poter permettere. E il compito di creare le condizioni necessarie per farlo indovina un po' chi ce l'ha?

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