Avviso di garanzia per Emilio Coveri, il responsabile di Exit Italia, l’associazione che promuove la libera scelta sull’eutanasia. Il provvedimento, notificato dai carabinieri, si riferisce alla vicenda di una donna di Paternò (Catania), deceduta in una clinica svizzera in cui si pratica il suicidio assistito. A farlo sapere è lo stesso Coveri: “Mi hanno invitato a comparire in qualità di presidente della Exit Italia”, a cui la donna era associata. Coveri spiega che si aspettava questo avviso di garanzia: “Ho pensato all'eroe Marco Cappato che si è autodenunciato per aver accompagnato il DJ Fabo a Zurigo. Marco ora non sei più solo, adesso ci sono anche io e mi onoro di essere indagato come te per aver commesso tu un gesto d'amore e compassione verso una persona che ti aveva chiesto di essere aiutata mentre per me, che non ho fatto proprio nulla di eroico come invece hai fatto tu, hanno ipotizzato ugualmente il reato di quell'Art. 580 che da tempo chiediamo di ‘sospendere’ in questi casi che non vogliono certo apparire come un'agevolazione o istigazione al suicidio”.

Il presidente di Exit Italia non rinnega le sue battaglie e, anzi, le riafferma con convinzione: “Ci rimane il fatto che tutti noi che crediamo veramente in quel diritto di libera scelta che ci stanno negando, siamo amareggiati: la politica invece di discutere una normativa di legge sull’eutanasia e sul suicidio assistito in Italia pensa soltanto a litigare”. L’indagine ai danni di Emilio Coveri viene portata avanti dalla procura di Catania e l’accusa è di istigazione al suicidio. Al presidente di Exit Italia è stato notificato anche un invito a comparire: dovrà presentarsi il 25 luglio in procura per essere sentito dall’aggiunto Ignazio Fonzo e dal sostituto Angelo Brugaletta, titolari del fascicolo con il procuratore Carmelo Zuccaro.

La vicenda riguarda una donna di 47 anni, morta il 27 marzo scorso. La donna non era malata terminale, ma soffriva di una grave forma di depressione. L’accusa ritiene che l’associazione abbia “rafforzato la donna nella sua decisione di togliersi la vita” attraverso mail e telefonate. Secondo la procura sarebbe “dubbia la sussistenza dei requisiti richiesti per il suicidio legalmente assistito praticato anche per l'ordinamento svizzero, ossia ‘patologia incurabile, handicap intollerabile o dolori insopportabili, debitamente certificati' alla luce della certificazione medica rilasciata alla donna e delle patologie alla stessa diagnosticate”. In particolare, la procura vuole chiarire la “qualità di socia” della donna dell’associazione svizzera che ha praticato l’eutanasia, a cui avrebbe pagato poco più di 6mila euro per assisterla nel suicidio. E, allo stesso tempo, vuole capire il ruolo dell’associazione italiana.