Una giornata di studio, senza nessuna mossa azzardata e in attesa di nuove trattative. Sembra concludersi così questa prima serie di votazioni per l’elezione dei presidenti di Camera e Senato. Già tra ieri sera e questa mattina tutti i partiti avevano fatto sapere che avrebbero votato scheda bianca nei primi due scrutini in entrambi i rami del Parlamento. E finora così è stato. Tutto lascia pensare che così sarà anche per le successive votazioni di oggi. Ma cosa succederà nelle prossime ore?

Al momento l’impasse sembra difficilmente superabile: da una parte c’è Forza Italia che continua a puntare tutto sul nome di Paolo Romani come candidato del centrodestra al Senato, dall’altra c’è il MoVimento 5 Stelle che pone un veto su Romani e non vuole sedersi a un tavolo con Silvio Berlusconi per proseguire le trattative. Se si trovasse un nome considerato valido da M5s e magari anche dal Pd, però, Forza Italia e il centrodestra potrebbero tornare alla loro proposta degli scorsi giorni: presidenza del Senato al centrodestra e quella della Camera al M5s che ha proposto finora il nome di Roberto Fico. Tra le due posizioni intransigenti di Fi e M5s c’è in questo momento Matteo Salvini: il leader della Lega critica i pentastellati per i loro veti e Berlusconi per essersi impuntato sul nome di Romani. Il ruolo di Salvini potrebbe quindi essere cruciale, magari convincendo il suo alleato a puntare su Anna Maria Bernini o su Elisabetta Caselatti, entrambi nomi filtrati negli scorsi giorni.

Le trattative potrebbero andare avanti per tutta la serata e anche nella notte. Mentre domani mattina, prima delle nuove sedute dell’aula, i gruppi potrebbero riunirsi nuovamente. E proprio domani sarà la giornata decisiva, almeno al Senato dove l’elezione del presidente arriverà al massimo alla quarta votazione con il ballottaggio tra i due candidati più votati nel turno precedente. Al momento le opzioni possibili sembrano essere tre.

Prima ipotesi: accordo trovato

La notte potrebbe portare consiglio, come afferma qualcuno tra i corridoi di Montecitorio e Palazzo Madama. O, più realisticamente, potrebbe portare un accordo tra le varie forze in campo. In questo momento l’ostacolo principale per un accordo tra le forze politiche sembra essere il nome di Paolo Romani come candidato del Senato. Ma se Berlusconi dovesse decidere di optare per un altro nome (magari dopo un confronto diretto con il M5s), allora si potrebbe trovare una soluzione: presidente della Camera ai pentastellati e del Senato a Fi. Con il Pd pronto a sostenere figure di garanzia che però non sembrano rappresentate, almeno per ora, da Romani al Senato. Più facile che invece il Pd converga sul nome di Roberto Fico a Montecitorio. In ogni caso, se la mediazione di Salvini tra Berlusconi e Cinque Stelle dovesse riuscire si potrebbe arrivare alle elezioni dei due presidenti già domani: un buon auspicio per un eventuale futuro governo formato da Cinque Stelle e centrodestra, le due forze in campo più forti a livello numerico.

Seconda ipotesi: nessun accordo con Pd decisivo

Nel caso in cui centrodestra e M5s non riescano a trovare un accordo, diventerebbe decisivo il Partito Democratico. Partiamo dal Senato: al terzo scrutinio serve la maggioranza assoluta dei presenti (quindi al massimo 161 voti). Il Pd potrebbe così decidere se fare eleggere un candidato del centrodestra o uno dei Cinque Stelle. Infatti Pd e centrodestra insieme raggiungono 197 voti, Pd e M5s 172. Ma il Pd, in questo caso, diventando l’ago della bilancia potrebbe pretendere qualcosa in più: magari la presidenza di una delle due Camere. Se da una parte Fi sembra che stia già cercando una sponda nei dem per far eleggere Romani (o comunque un altro loro candidato), dall’altra non si esclude l’ipotesi che il centrodestra o il M5s offrano una delle due presidenze per assicurarsi l’altra. Non a caso nelle ultime ore stanno circolando due ipotesi: Zanda presidente del Senato e Fico della Camera o Bonino presidente del Senato e un esponente del centrodestra alla Camera. Ipotesi ancora tutte da verificare, ma che non sarebbero da escludere, soprattutto considerando la stima di cui godono personaggi come Bonino e Zanda anche nelle altre forze politiche.

La partita potrebbe però arrivare, almeno a Palazzo Madama, fino al ballottaggio. Lì basta un voto in più e il Pd sarebbe certamente decisivo in caso di mancato accordo tra centrodestra e M5s. Un calcolo di questo genere va però fatto prima, perché nella terza votazione i due candidati con più preferenze vanno al ballottaggio, escludendo tutti gli altri. Da questo eventuale accordo al Senato deriverebbe, probabilmente, un altro accordo a Montecitorio che consentirebbe una rapida chiusura delle operazioni anche lì. Alla Camera servono – a partire dalla quarta votazione – 316 voti, la maggioranza assoluta. M5s e Pd hanno 339 seggi, centrodestra e Pd ne hanno 373. In entrambi casi numeri sufficienti per eleggere un presidente senza coinvolgere l’altra parte in causa.

La terza ipotesi: nessun accordo con Pd in disparte

L’ipotesi del ballottaggio al Senato tra i due candidati più votati al terzo scrutinio è la più probabile. Nell’eventuale ballottaggio viene eletto semplicemente chi prende più voti. È sufficiente un solo voto in più (o lo stesso numero per il più anziano tra i due). Se il Pd decidesse di non schierarsi e di non puntare a eleggere un suo esponente (lo si saprebbe già al terzo scrutinio), al ballottaggio andrebbero un candidato del centrodestra e uno del M5s. Per il ballottaggio il centrodestra partirebbe leggermente favorito con poche decine di eletti in più. Se il Pd con i suoi 60 senatori non prendesse parte alla disputa, sarebbe difficilmente evitabile una vittoria del centrodestra, se unito (con LeU che ha soli quattro eletti e quasi certamente non può incidere). A quel punto dovremmo avere un presidente del Senato di centrodestra (che potrebbe essere anche Romani) e alla Camera invece le trattative dovrebbero andare avanti. Ma una volta eletto il presidente dell’aula di Palazzo Madama, il centrodestra potrebbe ‘cedere’ l’altro ramo del Parlamento al MoVimento 5 Stelle. Una ipotesi che da una parte non comprometterebbe il M5s che non sarebbe così costretto a trattare con Berlusconi e a cedere su un suo nome e che dall’altra potrebbe star bene anche al centrodestra che mostrerebbe così senso di responsabilità da riutilizzare poi come arma durante le consultazioni del capo dello Stato. Ma questa situazione non può prescindere da un passo indietro del Pd che dovrebbe completamente disinteressarsi di quanto avviene al ballottaggio del Senato, decidendo di non sfruttare il ruolo determinante che potrebbe invece avere.

La quarta ipotesi: la Lega scarica Forza Italia

C'è poi un'altra ipotesi, al momento difficilmente realizzabile: quella che Matteo Salvini decida di ‘tradire' i suoi alleati (Fi e FdI) e trovi un accordo con Luigi Di Maio: a quel punto una presidenza andrebbe alla Lega e una al MoVimento 5 Stelle. Insieme hanno i numeri per farcela, al Senato già dalla terza votazione (e anche più facilmente al ballottaggio) e alla Camera a partire dalla quarta. Un'ipotesi di questo tipo, finora non considerata molto plausibile, potrebbe essere una rampa di lancio per un accordo di governo tra queste due forze, escludendo da una futura maggioranza la coalizione di centrodestra.