È nata un'altra Italia, un'Italia che parte dal Veneto e scende giù fino alla Sicilia. Un'Italia alla ricerca di una leadership che dia risposte ai suoi problemi. Un'Italia che si è affidata a Di Maio e Salvini, i due segretari più bistrattati dal mainstream e al tempo stesso i più vincenti.

Hanno vinto perché fuori dalla politica-politichese; fuori dai salotti (o almeno sono stati bravi a farsi percepire così); fuori dai dibattiti su tecnicismi che poco appassionano gli elettori. Qualsiasi giudizio ciascuno abbia su Di Maio e Salvini bisogna dar loro atto di essere riusciti a rimanere fuori dal tritacarne della politica romana che ama guardarsi allo specchio caratterizzandosi come outsiders.

Hanno sfruttato meglio degli altri le piattaforme sociali e le reti dei propri partiti. Sono rimasti al centro del dibattito nonostante gli errori, le sgrammaticature e le rispettive posizioni. Sono rimasti vicini agli elettori. Che ci piaccia o no, hanno saputo costruire un racconto che non fosse solo di protesta (sarebbe riduttivo e miope parlare solo di voto di protesta) ma anche di risposta ai problemi concreti della gente: dal reddito di cittadinanza al tema dell'immigrazione.  Hanno imposto la loro agenda nonostante il mainstream provasse a dirottare il dibattito su altri temi.

La distanza siderale tra quanto accadeva nel paese e la bolla (altro che Facebook) tv/politica è apparsa lampante nel corso della maratona di Porta a Porta. Da una parte un dibattito sulla riforma della legge elettorale ( :O ) dall'altra i risultati dal sud Italia e l'exploit della Lega. E così ancora una volta, nei salotti televisivi si è consumata la frattura che viene scaricata sugli elettori come se ne fossero loro i responsabili.

Per dirla in maniera semplice: la colpa è dell'elettore che non capisce i temi alti non degli opinionisti che non si chiedono come si possa vivere in regioni dove il fondo per le cure mediche finisce a luglio; come si vive in territori dove la criminalità determina l'economia impedendo a chi vuole fare impresa legale di crescere; come si vive nelle periferie del nord che sono sempre più lontane dai centri ricchi e scintillanti.

A questi temi hanno provato a rispondere Di Maio e Salvini. Non si sono fatti impantanare in dibattiti sul Rosatellum e altri temi buoni per una mailing list tra addetti ai lavori, no: hanno dettato la propria agenda e sono riusciti a prendere i voti nelle roccaforti della sinistra.

Sono riusciti a presentarsi come corpi intermedi nuovi. Ma il merito non è, solo, loro. Il merito è di chi, a Porta a Porta, parla senza conoscere questo paese. Dicendo aberrazioni come: "Il Movimento 5 Stelle ha vinto al sud perché hanno promesso il reddito di cittadinanza e si sa lì questi temi fanno presa" o ancora "uniscono quell'anima da Masaniello che tanto piace". Cliché, null'altro. Pregiudizi che, come tutti i pregiudizi, sono solo l'espressione di una profonda ignoranza.

Chiunque volesse provare a battere Salvini e/o Di Maio oggi dovrebbe ricominciare da qui. Dovrebbe spegnere Porta a Porta e uscire in mezzo alla gente. Dovrebbe prendere i bus, stare nelle periferie, provare a farsi delle analisi in un'Asl, a fare una fila. Dovrebbe provare a conoscere, davvero, l'Italia e i suoi problemi. Solo allora, forse, smetterebbe di pontificare dallo scranno di una tv e capirebbe che la "colpa" non è degli elettori ma di chi li ha traditi.