Nel corso di questi mesi, abbiamo imparato a misurarci con questioni nuove, di complessità sempre più elevata, che hanno diviso l’opinione pubblica e messo in crisi certezze granitiche e abitudini consolidate. Non è bastato per arrivare pronti alla discussione sul Natale e sulle festività, peraltro inquinata fin dall’inizio da strumentalizzazioni, disinformazione e speculazioni politiche. Ed è davvero un peccato, perché ci ritroviamo ad affrontare uno snodo cruciale della pandemia non solo senza uno straccio di coscienza collettiva, ma addirittura senza aver chiaro neanche qual è l’obiettivo di fondo. Mentre Conte annunciava il DPCM che di fatto cancella il Natale per come lo conosciamo, Salvini e Meloni aizzavano i propri sostenitori mettendo addirittura in correlazione l'apertura dei porti ai migranti con la rinuncia alle feste natalizie. Una roba indegna, che rende bene l'idea del clima che si respira.

Forse converrebbe recuperare lucidità, andando con ordine e provando a mettere in fila i tasselli della questione, cominciando dal contesto. Da qualche giorno ISS e analisti indipendenti ripetono che la pandemia rallenta, sottolineando l’andamento delle curve dei principali indicatori del contagio. Il monitoraggio del 27 novembre ha evidenziato il calo dell’Rt a 1,08 e le condizioni da “Fase 1” di undici fra Regioni e PA (qui vi abbiamo spiegato cosa significa); il ministro della Salute Roberto Speranza ha emanato un’ordinanza che cambia i “colori” di Lombardia, Piemonte, Calabria, Puglia e Sicilia; il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha confidato di aspettarsi che tutta Italia possa essere zona gialla a breve. Migliorano, sempre stando ai dati del monitoraggio ISS, i numeri delle terapie intensive e dei ricoveri in area medica, mentre aumentano i guariti, il cui numero ha superato quello dei nuovi casi nella giornata di venerdì 27 novembre. Stando ad alcuni modelli predittivi che si sono dimostrati piuttosto affidabili, il picco dei contagi potrebbe essere stato raggiunto intorno al 22 novembre, e indicatori importanti come il tasso di positività sui casi testati e l’incidenza su 100mila abitanti sono in leggero calo da giorni in quasi tutte le Regioni. Il Governo ha deciso di allentare le restrizioni e l'intera nazione si appresta a diventare "gialla" proprio in prossimità delle feste natalizie.

È fondamentale però inserire tali dati (e più in generale l’andamento della curva dei contagi) all’interno di una cornice interpretativa che tenga conto anche degli altri indicatori e dei possibili scenari futuri, non fosse altro per non ripetere gli errori commessi nei mesi precedenti. Il contesto in cui registriamo il calo di alcuni indici, infatti, è quello della diffusione capillare del contagio sull’intero territorio nazionale, del picco di decessi ancora non raggiunto e di un numero di attualmente positivi che supera le 750mila unità. Guardando ai dati per Regione, è possibile rintracciare ulteriori elementi di preoccupazione, in particolare per quel che riguarda lo stress del sistema sanitario.

Queste sono le percentuali di occupazione dei porti di terapia intensiva e di area medica delle singole Regioni italiane:

Dopo reiterate richieste, la Protezione Civile ha cominciato a inserire nel bollettino quotidiano anche i numeri dei nuovi ingressi in terapia intensiva, al posto del tradizionale "saldo", che chiaramente era influenzato dai decessi e spesso non rendeva con precisione l'idea dell'evoluzione delle situazione nei reparti. Ebbene, il 3 dicembre si sono registrati ben 217 nuovi ingressi in terapia intensiva, con una situazione particolarmente preoccupante in Lombardia, Veneto e Puglia.

L’ISS nella sintesi del monitoraggio spiega:

“Gli ultimi dati sono incoraggianti e segnalano l’impatto delle misure di mitigazione realizzate nelle ultime settimane, tuttavia si accompagnano ad un lieve aumento nelle ospedalizzazioni in area medica e in terapia intensiva con pressione ancora molto elevata sui servizi ospedalieri che complessivamente non è in regressione. L’incidenza rimane ancora troppo elevata per permettere una gestione sostenibile ed il contenimento. Per questo motivo, è necessario raggiungere livelli di trasmissibilità significativamente inferiori ad 1 consentendo una rapida diminuzione nel numero di nuovi casi di infezione e, conseguentemente, una riduzione della pressione sui servizi sanitari territoriali ed ospedalieri”.

Per piegare Rt sotto l’1 abbiamo una sola arma, sempre la stessa: la drastica riduzione delle interazioni fisiche tra le persone. Scrivono sempre i tecnici: “È fondamentale che la popolazione eviti tutte le occasioni di contatto con persone al di fuori del proprio nucleo abitativo che non siano strettamente necessarie e di rimanere a casa il più possibile. Rimane essenziale evitare gli eventi aggregativi che, se effettuati, porteranno ad un rapido aumento nel numero di nuovi casi”.

Il Natale

Ecco, ora parliamo del Natale, provando a distanziarci tanto dalla retorica del "giù le mani da Gesù Bambino" che dalla superficialità dell' "è solo una festa, con 800 morti al giorno non si può pensare allo shopping o al panettone". Il periodo a ridosso delle festività natalizie, oltre ad avere un enorme valore per i credenti, non può banalmente essere liquidato come il trionfo del consumismo e del conformismo dei rapporti sociali, men che meno in un anno del genere. Per milioni di italiani le festività natalizie sono spesso l'unico momento in cui ritrovare la propria famiglia, riabbracciare gli amici, ritagliarsi tempo e spazio per coltivare i propri affetti. Non c'è persona che non abbia un ricordo legato al Natale, non c'è persona che non associ a esso la parola "casa". Anche la questione dei regali non può e non deve essere banalizzata, come non dovrebbe essere banalizzata qualunque scusa per essere felici, per dimenticare angosce e problemi di un anno complicatissimo. Il tutto senza neanche considerare l'enorme impatto sul settore economico, che non va valutato superficialmente bensì in tutta la sua concretezza: decine di migliaia di posti di lavoro, centinaia di migliaia di famiglie che vedranno crollare i loro redditi. Rinunciare al Natale è un sacrificio enorme per gli italiani.

Affrontare la questione con supponenza, faciloneria o peggio ancora presunzione, rischia di avere conseguenze nefaste e ripercussioni su quel patto fiduciario tra cittadini e istituzioni che sarà fondamentale per tirarci fuori dalle sabbie mobili della pandemia. Allo stesso modo, come abbiamo visto, ogni concessione ha un peso concreto, perché aumenta il livello di rischio cui esporre il Paese.

Un campo minato su cui il Governo si è mosso con inevitabile incertezza. Prima di tutto ha chiesto che fosse l'UE a impostare una cornice comune all'interno della quale inserire le indicazioni specifiche di livello nazionale. La risposta è arrivata sotto forma di linee guida della Commissione Europea. Limitatamente all'oggetto della nostra discussione, la Commissione ha mostrato di avere pochi dubbi nel ritenere che le festività natalizie rappresentino "un contesto che può comportare un rischio di aumento della trasmissione del virus a causa, ad esempio, della necessità di riunirsi in spazi al chiuso" e ritiene necessario continuare ad adottare "alcune misure tra cui il distanziamento fisico e la riduzione dei contatti sociali", oltre che controlli serrati nel settore dei viaggi, che "richiede un approccio coordinato" e l'applicazione di meccanismi di quarantena "quando la situazione epidemiologica nella regione di origine è peggiore di quella di destinazione". La stessa Commissione, però, ha insistito sulla necessità che ogni provvedimento tenesse conto della situazione epidemiologica locale, "per limitare il loro impatto sociale ed economico e aumentare la loro accettazione da parte delle persone".

Il Governo e la linea del rigore

Non è certo un mistero che le posizioni all’interno della maggioranza e del governo sui provvedimenti da adottare per Natale fossero e siano ancora molto diverse. Stando alle norme approvate e alle parole del Presidente del Consiglio, però, è chiaro che a spuntarla è stata l’ala rigorista, quella capeggiata dal ministro della Salute Speranza e caldeggiata dai tecnici dell’Istituto Superiore di Sanità. Tre sono stati gli elementi che hanno blindato la scelta rigorista e marginalizzato le richieste di aperture da parte delle Regioni e di allentamento delle restrizioni da parte di alcuni esponenti della maggioranza.

Conte e Speranza si sono già scottati una volta, acconsentendo a un cambio di paradigma che ha contribuito a determinare la seconda ondata e mostrandosi lenti nel reagire alla lenta ma evidente ripresa della circolazione del virus tra settembre e ottobre: a Chigi sanno benissimo di non potersi permettere mosse tardive, inefficaci e l’inconsistenti per prevenire una terza ondata che avrebbe conseguenze disastrose e forse irreparabili.

In secondo luogo, se è vero che alcuni indicatori migliorano e che il Paese intero si appresta a diventare “giallo”, allo stesso tempo il quadro epidemiologico complessivo resta preoccupante. Non solo per il record di morti nel giorno del varo del Dpcm di Natale, ma anche per l'elevato numero di nuovi ingressi in terapia intensiva (217 nel solo 3 dicembre) e soprattutto per la presenza di circa 760mila casi attivi "noti", praticamente sull'intero territorio nazionale. Detto in altre parole, il Sars-Cov2 è ancora capillarmente diffuso sull'intero territorio nazionale, ci sono centinaia di migliaia di casi che plausibilmente non stiamo rilevando e aumentare la mobilità delle persone in un periodo così limitato di tempo è un rischio tremendo, soprattutto in una fase in cui la curva dei contagi sembra piegarsi, seppur a fatica, e mentre intravediamo la luce del vaccino in fondo al tunnel della pandemia. La divisione in colori, tardiva e raffazzonata, non può più bastare, specie se si tollerano giochetti e magheggi con dati, test e rilevazioni. Spostarsi equivale a diventare o incontrare potenziali diffusori e le dinamiche proprie di trasmissione del virus indicano con chiarezza cosa accadrebbe nel caso di aumento incontrollato degli spostamenti individuali e collettivi.

Le feste natalizie, purtroppo, sono il detonatore perfetto per la bomba epidemiologica. Abbiamo già detto dell'aumento della mobilità e delle relazioni sociali come cause primarie della diffusione del virus, ora proviamo a confrontarci su un altro elemento: la pericolosità degli incontri intra-familiari e le modalità di trasmissione del coronavirus in tale contesto. Questo grafico, tradotto dal British Medical Journal rende bene l'idea:

I pranzi in famiglia, gli incontri con gli amici, le cene tra parenti rientrano evidentemente nelle casistiche più problematiche: no uso mascherina, tempo di esposizione molto elevato, ambienti piccoli e poco aerati (è pur sempre dicembre inoltrato), persone che, naturalmente, parlano, ridono, si toccano. Il giornale tedesco Zeit ha messo a punto questo simulatore, che calcola approssimativamente la possibilità di contagiarsi in base al tempo di permanenza, all'aerazione, al numero di persone e alla grandezza degli ambienti: provate a farvi un'idea di quale possa essere la situazione nelle vostre case, simulando magari un tradizionale pranzo di Natale o della vigilia.

L'unica scelta possibile

Lo ripetiamo ancora una volta: quella che ci apprestiamo a fare non è una rinuncia semplice, non dopo mesi di privazioni e restrizioni. Ma è l'unica scelta possibile, l'unica in grado di preservare la salute collettiva. Non possiamo permetterci una terza ondata, non possiamo permetterci che l'Rt salga ancora, non possiamo permetterci un incubo senza fine. Non ha senso immaginare magheggi e trucchetti per festeggiare comunque con gli amici, per brindare all'anno nuovo: in gioco vi è la salute collettiva e quella individuale.

Perché il punto è questo: non ci sono dubbi, sappiamo cosa succederà se non rinunciamo al Natale per come lo conosciamo, sappiamo quanti morti costerà vivere le festività come se nulla fosse, sappiamo il disastro cui potremmo andare incontro. Lo sappiamo perché lo abbiamo vissuto. Ancora e ancora.