“Le dimissioni non si annunciano, si danno”, sosteneva Alcide De Gasperi. Un aforisma diventato un mantra negli anni della Repubblica italiana. E quella frase riecheggia, da più di un mese, nelle Istituzioni, da Palazzo Chigi alle Aule parlamentari. Con il Quirinale per ora spettatore interessato e possibile arbitro. Da inizio dicembre la politica vive questa crisi di governo strisciante, un infinito braccio di ferro, con le dimissioni delle ministre renziane, Teresa Bellanova ed Elena Bonetti, pronte a essere depositate. Proprio nelle ultime ore Bellanova ha parlato di “esperienza conclusa, al capolinea”, mentre la collega Bonetti ha bacchettato il governo di cui fa parte: “La scuola che non apre è la debacle dell’esecutivo”. Tutto un andirivieni di possibile crisi, giocata sul filo del rasoio di una tensione crescente. In mezzo il piano Ciao, la sfida sui presunti responsabili al Senato per salvare il governo e tante dichiarazioni al vetriolo.

Sono insomma trascorsi più di trenta giorni di dimissioni annunciate, che tuttora giacciono nei cassetti. Una minaccia sul tavolo. Era il 7 dicembre quando il leader di Italia viva, Matteo Renzi, ha impresso l’accelerazione alla tensione con il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte: “Spero che il premier si fermi prima di mettere ai voti una scelta non condivisa”, ha scandito allora il fondatore di Iv, in un’intervista, bocciando con forza l’idea di una task force per sovrintendere la gestione dei fondi del Recovery plan. E alla vigilia del voto al Senato del 9 dicembre, sulla riforma del Mes, l’ex Rottamatore ha rotto gli argini: “Se Conte ha fatto i conti non si impunta oppure ha una maggioranza che non conosciamo. Altrimenti si ferma e fa un’operazione ragionevole sul Recovery fund. Perché questo paese di task force muore”. La ministra Bellanova, in quella stessa giornata, ha fatto da sponda: “Da questa situazione si esce tornando alla normalità, senza voler fare i fenomeni della compagnia”. E la Bonetti non è stata da meno: "Se si arrivasse a una rottura, io e Teresa Bellanova daremmo le dimissioni".

La capogruppo alla Camera, Maria Elena Boschi, ha tentato di fare da pompiere, passando quasi inosservata in mezzo ai clangori degli scontri: “Noi ci auguriamo che non sia apra una crisi di governo, ma come siamo stati e siamo responsabili noi, ci auguriamo che lo sia anche il presidente Conte”. Così il 9 dicembre, secondo il copione, Renzi ha attaccato a testa bassa durante il suo intervento a Palazzo Madama, applaudito anche dal leader della Lega, Matteo Salvini. “Dica ai suoi collaboratori che chiamano le redazioni dei giornali per dire che Iv è in cerca di poltrone che se ha bisogno di qualche poltrona ce ne sono 3 a sua disposizione, due da ministro e una da sottosegretario”, ha detto – tra le tante cose – il leader di Italia viva. Prefigurando un possibile “no” alla Legge di Bilancio, in caso di presenza della governance “tecnica”, la ben nota task force, nella gestione dei fondi europei. Parole che hanno segnato uno spartiacque nella crisi al ralenti del Conte 2.

Poche ore dopo, è partito un altro attacco: “Se Conte immagina di fare un emendamento nottetempo per chiedere pieni poteri mi alzo in Parlamento e dico no”, ha dichiarato Renzi. A fargli eco, ancora una volta, la ministra Bellanova: “Il metodo di lavoro con cui stiamo affrontando questi ultimi mesi di emergenza non funziona”. In quei giorni, insomma, sembrava che tutto stesse precipitando molto velocemente. Con la deadline, fissata alla fine dell’anno, dopo l’ok alla manovra, rivista per eliminare le misure contestate da Iv. L’attenzione si è così spostata sulla verifica di governo, avviata da Conte il 14 dicembre, proprio in seguito alle dichiarazioni dei vertici di Italia viva.

Il 15 dicembre, tuttavia, l’incontro potenzialmente chiarificatore con Iv è saltato, a causa di impegni di Bellanova a Bruxelles. Solo in quelle ore, Renzi è apparso più cauto: “Far cadere il governo? Non ci penso neppure. Diciamo al presidente del Consiglio diamoci una smossa, diamo più fondi alla sanità. Smettiamola con le polemiche. Una tregua durata il tempo di un amen. Il vertice si è tenuto il 17 dicembre, ma senza grossi effetti: la delegazione di Italia viva ha consegnato un documento di cinque pagine con alcune proposte che sono state prese in esame da Palazzo Chigi. Nessuna vera schiarita, dunque. Del resto qualche ora prima Bellanova aveva tuonato: “Se non arrivano le risposte che noi attendiamo, per le mie dimissioni non si dovrà attendere molto”. E Renzi, in una lettera indirizzata proprio al numero uno del governo, ha scritto: “Ti abbiamo detto, caro Presidente, che abbiamo fatto un Governo per evitare i pieni poteri a Salvini. Non li affideremo a altri. L’insistenza con cui non ti apri a un confronto di maggioranza è inspiegabile”. Quel caro presidente, per molti osservatori, è stata la riedizione dello “stai sereno”, riservato a Enrico Letta. Ma anche questa volta c’è stato un rinvio.

Il 20 dicembre è toccato al coordinatore di Iv, Ettore Rosato, alzare il tiro: “Bisogna costruire un rapporto fiduciario di maggioranza che oggi non c’è più. Conte ha sciupato la fiducia che aveva, non solo con noi”, ha affermato ai microfoni di Sky. Crisi aperta, dunque? Per niente. Nei giorni prenatalizi, il bersaglio di Renzi è stato un altro alleato, Dario Franceschini, capo delegazione del Pd al governo, reo di aver paventato le elezioni anticipate in caso di caduta del Conte 2. “Se qualcuno pensa di minacciare il voto è sbagliato, in democrazia il voto non è una minaccia. Franceschini è il ministro della Cultura, si occupasse della Cultura. Il presidente della Repubblica non è Franceschini ma Sergio Mattarella. Franceschini non è Ribery, è Mattarella che ha quel ruolo lì”. L’ipotesi di una crisi ufficiale è così slittata al nuovo anno.

Renzi, nel giorno del via libera alla Legge di Bilancio al Senato, ha  annunciato il voto favorevole. Tutto previsto, compresi i toni battaglieri: “A chi ci viene a dire ‘siete irresponsabili perché mettete in discussione la stabilità’, rispondiamo che c'è una differenza epocale tra la stabilità e l'immobilismo. Come in una bicicletta l’equilibrio si tiene se ci si muove, è l'immobilismo che fa terminare la vita della legislatura”. Del resto, sempre a Palazzo Madama, c’è stato un ulteriore innalzamento della tensione con la presentazione del piano ribattezzato “Ciao”, il progetto di Italia viva per il Recovery fund. Un titolo provocatorio, dal sapore del commiato. E invece ancora niente: la rottura è stata congelata.

Il Capodanno è trascorso sul crinale dei presunti responsabili pronti a sostenere il governo in Aula, in sostituzione dei senatori renziani. Conte, infatti, nella sua conferenza stampa di fine anno ha annunciato che sarebbe andato in Parlamento in caso di uscita dalla maggioranza di un partito. “Se, come sembra vuole andare in aula per fare la conta dei responsabili, lo faccia, è suo diritto, forse suo dovere”, è stata la replica, piccata, di Renzi. Una sfida che proprio non è andata giù al senatore: “Non mi è parso un atteggiamento proprio lungimirante, ma se vuole farlo è un suo diritto”, ha ripetuto.

La delegazione governativa di Iv ha tenuto il gioco al leader. Il 7 gennaio la ministra Bonetti ha ribadito: “Non ci stiamo ad occupare le poltrone per le poltrone”. Poche ore dopo Bellanova è stata ancora più dura: “Per me il tempo qui è finito”. E non solo: “Il premier dovrebbe prendere atto che questa esperienza è al capolinea e dire se siamo in grado tutti di ripartire”. Si è persa così nella polemica l’uscita, firmata Boschi, molto meno battagliera: “Vogliamo aprire le scuole, non una crisi di governo”. Del resto ancora oggi, ospite in tv, Renzi ha pestato duro: “Non mi interessa se Conte andrà o meno al Quirinale, vorrei che Conte tiri fuori il Recovery plan che al momento è solo chiacchiere. Se non siamo d'accordo con questo Recovery noi diciamo amici come prima ma ridiamo le poltrone”. Così, a quel punto, potrebbero essere tirare fuori le fantomatiche dimissioni pronte da più di un mese.