La questione dei finanziamenti ai partiti è tornata al centro dell'attenzione mediatica dopo lo scoppio dell'inchiesta sull'ex Fondazione Open, attiva tra il 2012 e il 2018 per sostenere l'attività politica dell'ex presidente del Consiglio, Matteo Renzi. La procura di Firenze ha avanzato l'ipotesi che  la Fondazione funzionasse come estensione di partito politico e ha quindi indagato sui suoi finanziatori e sui rapporti economici fra questa e alcuni parlamentari. Luigi Di Maio ha subito visto nell'inchiesta il pretesto per tornare a parlare di finanziamenti ai partiti.

"È evidente che c’è un problema serio per quanto riguarda i fondi e i finanziamenti che ricevono i partiti che finalmente abbiamo disciplinato con la nuova legge anticorruzione. Lo abbiamo chiesto in più occasioni e continuiamo a farlo oggi: serve subito una commissione d’inchiesta sui fondi ai partiti. Lo chiederemo nel contratto di governo che vogliamo far partire a gennaio", ha affermato il leader pentastellato. Ma come funziona oggi il meccanismo di finanziamento ai partiti? Facciamo chiarezza.

Il finanziamento ai partiti oggi

Il finanziamento pubblico ai partiti non esiste formalmente più dal 2013, quando fu abolito dal governo di Enrico Letta. Modalità di finanziamento indiretto ai partiti, tuttavia, continuano ad esistere: i partiti continuano infatti a ricevere dei contributi dal bilancio di Camera e Senato (finanziato da soldi pubblici) per sostenere le attività istituzionali. Nel 2019 la Camera ha previsto un contributo di circa 31 milioni di euro per i parlamentari, mentre quello del Senato si aggira attorno ai 22 milioni.

Esistono poi i finanziamenti privati. I partiti possono contare sul 2 per mille, una piccola parte della quota Irpef che i contribuenti possono destinare ai gruppi parlamentari o allo Stato al momento della dichiarazione dei redditi. Ci sono poi le donazioni dei privati, che però non possono superare i 100mila euro. Le fondazioni collegate a partiti e a sostegno degli stessi sono nate nel corso degli anni proprio in conseguenza alla drastica riduzione delle risorse destinate ai gruppi parlamentari.

La storia del finanziamento ai partiti

Il finanziamento pubblico ai partiti è stato introdotto nel 1973 dalla legge Piccoli: questo si componeva in due erogazioni distinte. Da una parte c'era il sostegno diretto ai gruppi parlamentari, mentre dall'altra si prevedeva un finanziamento per l'attività elettorale. Negli anni a seguire questi vennero aumentati e riformati più volte. Negli anni Novanta, tuttavia, dopo lo scoppio di Tangentopoli, i Radicali promossero un referendum per abolire il finanziamento pubblico ai partiti.

Nel 1993, anno della consultazione, vinse il sì e vennero di conseguenza eliminati i finanziamenti pubblici ai partiti. Non in toto: infatti il referendum dei Radicali riguardava solo il sostegno economico ai gruppi parlamentari, ma non si esprimeva in termini di finanziamenti per l'attività elettorale. Questo tipo di beneficio, venne promosso nel corso degli anni a seguire, diventando di fatto uno strumento di finanziamento ai partiti.

Una prima restrizione arrivò con il governo di Mario Monti, che mise un tetto al rimborso spese per le attività elettorali. Il finanziamento venne poi totalmente eliminato nel 2013 con la legge promulgata dal governo Letta. In conclusione, si può quindi dire che oggi il finanziamento pubblico ai partiti non esiste più, anche se rimangono in piedi forme indirette di sostegno economico ai gruppi parlamentari e le donazioni private.