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Com’è andata Giorgia Meloni a Pulp Podcast

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ospitata da Pulp Podcast di Fedez e Mister Marra, ha parlato principalmente del referendum sulla giustizia e della guerra in Iran. Non sono mancati gli errori, le manipolazioni retoriche e qualche momento strano – come una risposta ‘a distanza’ al professor Alessandro Barbero, senza l’interessato fosse presente.
A cura di Luca Pons
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Da Pulp Podcast
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La puntata di Pulp Podcast andata in onda oggi, anticipata e discussa negli scorsi giorni, ha visto come ospite Giorgia Meloni. La presidente del Consiglio, a poche ore dall'apertura delle urne per il referendum sulla giustizia, ha parlato con i conduttori Fedez e Mister Marra principalmente di due temi: la guerra in Iran avviata da Stati Uniti e Israele e, appunto, la riforma della giustizia.

Nel corso della puntata Meloni ha riproposto molti dei temi usati dalla campagna del Sì al referendum. Sia su questo tema che sulla guerra, comunque, più di una volta la leader di Fratelli d'Italia ha manipolato gli argomenti a suo favore, e in alcuni casi ha fatto affermazioni poco chiare o proprio scorrette. Un momento particolare è stato quello in cui la premier ha risposto a un intervento del professor Alessandro Barbero, ma ‘a distanza', cioè senza che il diretto interessato fosse presente.

Il numero che cambia di continuo

Sul tema della giustizia, la presidente del Consiglio ha ripetuto che la riforma avvicinerebbe l'Italia all'Europa. Ha detto che "in almeno 21 su 27 membri dell'Unione europea c'è la separazione delle carriere".

È un dato che la campagna del Sì ha usato più volte. Sembra, però, che non ci sia molta chiarezza sul numero esatto di Paesi. Pochi giorni fa, l'8 marzo, Meloni diceva a Fuori dal coro che si trattava di 22 Paesi. Nicola Procaccini, dirigente di alto livello di Fratelli d'Italia e co-presidente del gruppo dei Conservatori al Parlamento europeo, ha detto che sono 25. Evidentemente è stato difficile mettersi d'accoro, e Meloni ha scelto di dire "almeno 21", che copre tutti i numeri.

Peraltro, anche se è vero che la separazione delle carriere è presente in una maggioranza di Stati europei, questa è gestita in modi molto diversi da un Paese all'altro. E soprattutto ci sono altri aspetti della riforma che, invece, non hanno praticamente equivalenti in Europa. Come il fatto di sorteggiare i componenti del Csm, o di creare un'Alta corte per le funzioni disciplinari, anche questa sorteggiata.

La responsabilità dei giudici

C'è un'informazione falsa che è arrivata non da Meloni, ma da uno dei conduttori. "Nel 1987, in un referendum l'80% votò per la responsabilità civile dei magistrati. Dimenticato completamente", ha affermato Fedez.  Meloni gli ha dato ragione implicitamente: "Perché in Italia per 80 anni la giustizia non l'hai mai potuta riformare in modo sostanziale", ha risposto.

La verità è diversa. Nel 1988, la legge Vassalli fu varata proprio in conseguenza del referendum. Si disciplinò la possibilità per i cittadini di ottenere un risarcimento degli eventuali danni subiti per atti dei magistrati effettuati con dolo o colpa, come una violazione della legge o un grave travisamento delle prove. La procedura, che esiste ancora oggi, è stata riformata ancora una volta nel 2015. Meloni sedeva in Parlamento, all'epoca. Difficile sostenere che sia un tema che è caduto nel vuoto dopo il referendum.

Meloni dice che ha fatto campagna solo parlando "nel merito"

La presidente del Consiglio ha anche ribadito per l'ennesima volta che il suo interesse nella campagna referendaria è solo parlare della riforma: "Il fronte del No ha difficoltà a stare nel merito della proposta", ha detto. E ancora: "Io ho tentato di restare nel merito e continuo a tentare di farlo". E: "Io sto raccontando le cose come sono".

Questo si scontra, però, con tutte le volte che lei e il suo partito hanno attaccato direttamente i giudici durante la campagna elettorale. Fino ad arrivare a promettere che, se passa la riforma, non ci saranno più "casi Garlasco" o casi come la "famiglia nel bosco", e che non saranno più "messi in libertà stupratori e pedofili". Non proprio interventi nel merito di una riforma del Csm.

In più, Meloni ha ripetuto un'argomentazione per la separazione delle carriere: "Voi sapete in quanti casi il giudice accoglie la proposta del pubblico ministero?", ha chiesto. "Per tutti i tipi di richiesta che deve essere convalidata, tra il 93 e il 99%". Affermando quindi che i giudici seguano quasi sempre le indicazioni dei pm perché c'è un rapporto tra i due.

Non ha citato però un caso che è abbastanza indicativo, a sua volta. Ovvero che, quando si arriva a processo, nel 53% dei casi (questo il dato sul 2025) il giudice in primo grado assolve. Ovvero dà ‘torto' all'accusa, quindi proprio ai pm.

Lo strano scontro a distanza con Alessandro Barbero

Un capitolo strano è stata la risposta a un video di Alessandro Barbero, storico impegnato per il No. I conduttori hanno mostrato a Meloni uno spezzone dell'intervento in cui il professore sostiene che, con la riforma, il governo avrebbe la possibilità di influenzare la scelta delle persone sorteggiate al Csm. Infatti i nomi sarebbero estratti da una lista stilata dal Parlamento, su cui le regole non sono ancora stabilite: quante persone la compongono, con quale modalità devono essere scelte, e così via.

La presidente del Consiglio ha risposto a Barbero, ma naturalmente senza che lo storico fosse presente. E senza la possibilità, quindi, che lui a sua volta replicasse. "La mia malafede non ha questa immaginazione", ha detto. Poi ha contestato l'idea che il Parlamento segua le indicazioni del governo: "Per uno storico, temo che sia un tesi un po' forzata. Se c'è una maggioranza in Parlamento, il governo fa quello che dice".

Un'obiezione che in realtà regge poco, considerando che negli ultimi anni (anche ben prima del governo Meloni) il ruolo del Parlamento è diventato sempre più marginale e il margine d'intervento dell'esecutivo si è allargato moltissimo. Non essendoci un contraddittorio, però, Barbero non ha potuto difendere le sue affermazioni.

Non solo: per contestare il professore, Meloni ha annunciato anche una novità. Ha detto, cioè, che è sua intenzione fare in modo che per eleggere la lista da cui sorteggiare i membri del Csm serva una maggioranza dei tre quinti, in Parlamento. Rendendo obbligatorio, quindi, coinvolgere anche le opposizioni. Una cosa che non era scontata, e che certamente non è scritta nero su bianco nella riforma. In parte può rispondere ai dubbi sollevati da Barbero, ma certo lo storico non poteva esserne a conoscenza prima che Meloni fosse spinta a prendere una posizione sul tema.

La guerra in Iran e quell'accordo sul nucleare ‘dimenticato'

Infine, come detto, anche durante il confronto sull'Iran ci sono stati dei punti in cui Giorgia Meloni ha dichiarato cose false o poco chiare. Sostenendo che la guerra sia iniziata perché gli Stati Uniti e l'Iran non avevano raggiunto un accordo sull'uso dell'energia nucleare, ha detto: "L'accordo con l'Iran si cerca di fare da qualche decennio. Non ci si è riusciti".

Peccato che nel 2015, quando Meloni era già deputata e presidente di Fratelli d'Italia, Usa e Iran raggiunsero eccome un accordo. Era durante la seconda amministrazione Obama. Lo firmarono non solo i due Paesi, ma anche l'Unione europea – quindi l'Italia -, Regno Uniti, Russia e Cina. Furono proprio gli Stati Uniti a tirarsi indietro, tre anni dopo, affermando che gli iraniani non avevano rispettato i patti. Alla Casa Bianca c'era Donald Trump.

Meloni ha anche affermato che "l'alternativa alla guerra" sarebbe stato un "regime degli ayatollah che si dota di un'arma nucleare". Questa è tra le motivazioni che Donald Trump ha citato spesso. In passato, però, è stata più volte messa in discussione.

Solo due giorni fa la direttrice dell'intelligence statunitense, Tulsi Gabbard, ha detto esplicitamente che gli attacchi contro l'Iran effettuati la scorsa estate hanno "obliterato" il programma nucleare iraniano. E soprattutto, ha aggiunto, da allora"non c'è stato alcun tentativo di ricostruire la capacità di arricchire l'uranio". Parole che hanno smentito del tutto la linea della Casa Bianca. Ma va detto che né la premier, né i conduttori del Pulp Podcast potevano saperlo perché la puntata è stata registrata nei giorni precedenti.

Tuttavia, già il 3 marzo il presidente dell'Agenzia internazionale dell'energia atomica Raphael Grossi aveva dichiarato ufficialmente che "non ci sono prove della costruzione di una bomba atomica da parte dell'Iran". Le smentite abbondano, insomma, ma la presidente del Consiglio ha deciso di restare comunque fedele alla linea di Trump.

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