Il governo ha raggiunto un accordo con la CEI, dunque dal 18 maggio riprenderanno le celebrazioni eucaristiche su tutto il territorio nazionale. Il via libera alle messe, caldeggiato anche dal Parlamento (con l’approvazione a larghissima maggioranza di un emendamento alla Camera dei deputati), è reso possibile dalla firma di un protocollo, sottoscritto da Governo, Comitato tecnico scientifico e Conferenza Episcopale Italiana, che contiene le norme di sicurezza da adottare nei luoghi di culto e disciplina anche le modalità con le quali saranno officiate le funzioni religiose. Si tratta di un protocollo che costituirà la base di partenza per accordi simili da stipulare con le altre confessioni religiosi, in modo da far cadere le limitazioni dell’ultimo Dpcm del 30 aprile.

Nel dettaglio, il protocollo prevede che l’accesso ai luoghi di culto avvenga in modo “da evitare ogni assembramento sia nell'edificio sia nei luoghi annessi, come per esempio le sacrestie e il sagrato”, rispettando la distanza di sicurezza di almeno un metro fra le persone e contingentando l’accesso all’interno delle chiese (non c’è un numero prefissato, dipenderà dalla capienza delle strutture e dalle persone “in coda”). Sarà obbligatorio l’utilizzo della mascherina e l’adozione di tutte le norme di comportamento atte a prevenire le possibilità di contagio (sanificazione e areazione dei locali, igienizzazione delle mani). Cambieranno anche le modalità con cui saranno celebrati i riti: le acquasantiere saranno vuote, si continuerà a omettere lo scambio del segno della pace, ci sarà un organista ma non il coro, la comunione sarà distribuita con guanti monouso e l’ostia sarà offerta “senza venire a contatto con le mani dei fedeli”, le unzioni saranno effettuate con tutti i necessari dispositivi di produzione. Inoltre, le offerte saranno raccolte solo tramite i contenitori fissi e si rinuncerà ai libretti per i canti e agli altri sussidi cartacei.

Perché permettere le messe non è una buona idea

Si tratta di misure sufficienti a ridurre il rischio contagio? Non possiamo dirlo con certezza e già tale dubbio dovrebbe costituire una ragione sufficiente per valutare con maggiore prudenza l’idea. Quella stessa cautela che ha finora ispirato le scelte del governo e che ora si abbandona di colpo, esponendo il Paese a un rischio evitabilissimo. Peraltro, il via libera non riguarda tutte le occasioni di incontro sociale (per tacere poi delle situazioni di teatri e cinema), ma paradossalmente solo quelle più a rischio.

Solo qualche giorno fa, Rezza dell’ISS spiegava come le traiettorie epidemiche nelle diverse zone del Paese siano state modificate artificiosamente grazie alle politiche di intervento adottate, ribadendo un concetto cardine: il lockdown ha limitato la circolazione del virus, ma non ha ovviamente determinato la fine dell’epidemia. Non è un caso che nel documento tecnico scientifico sulle riaperture, che ha costituito la base per l’avvio della cosiddetta fase due, si insista sulla necessità di mantenere il valore di R0 entro le stime attuali (0,5/0,7) spiegando come “lo spazio di manovra sulle riaperture non sia molto” perché da tutte le simulazioni effettuate appare evidente che “se R0 fosse anche di poco superiore a 1 (ad esempio nel range 1.05-1.25) l’impatto sul sistema sanitario sarebbe notevole”. Tradotto in parole povere: l’intero sistema si regge su un equilibrio precario e bisogna muoversi con estrema cautela per non annullare quanto fatto finora e non far ripiombare il Paese (o alcune aree) nell’incubo vissuto qualche settimana fa. In tal senso, un decreto del ministero della Salute disciplina in modo stringente il monitoraggio su base Regionale e provinciale, formalizzando criteri rigorosissimi per chiusure e nuovi lockdown. Per scongiurare tali ipotesi, sempre il comitato tecnico scientifico ritiene che sia necessario controllare in particolare i movimenti dei cittadini, assumendo un modello con tre presupposti essenziali:

  • vengano mantenute tutte le attività in smart working e/o lavoro agile;
  • le attività scolastiche rimangano nella situazione attuale;
  • le attività di aggregazione siano interdette.

Ecco, di tutte le attività di aggregazione, il governo sceglie di far ripartire quella più a rischio in assoluto: la celebrazione delle funzioni eucaristiche. Rischi che derivano dalle specificità dei luoghi di culto, a partire dalla questione degli ingressi e delle uscite (non è un caso che nel protocollo si parli di entrate e uscite separate “ove possibili”), per proseguire con le complessità legate alle attività di sanificazione (che dovranno tenere conto delle specificità di locali e arredi), nonché con quello che appare come un vero controsenso, la messa a numero chiuso (con i controlli affidati poi a non meglio specificati “volontari” e, giustamente, nessuna sanzione). Decine di persone, in locali vecchi e poco ventilati, con impossibilità di operare controlli o di disciplinare gli ingressi (non parliamo di supermercati) e con momenti che rendono impossibile il distanziamento sociale (l'eucarestia o la confessione, ad esempio): sono solo alcuni dei punti che sfuggono a qualunque protocollo, anche il più stringente.

Il problema principale è inoltre di tipo “demografico”, considerando l’alta età media di coloro che frequentano i luoghi di culto con maggiore assiduità. Potremmo trovarci in presenza di alte concentrazioni di soggetti a rischio non solo all’interno delle chiese, ma anche nei luoghi adiacenti e sui mezzi pubblici: un’ipotesi che confligge con la necessità di proteggere e tutelare proprio le fasce più esposte della popolazione. Non è un caso che tra le raccomandazioni del CTS sulle riaperture vi sia quella di “adottare un approccio a passi progressivi”, che tenga conto proprio del “comportamento delle persone dopo la riapertura in termini di adesione alle norme sul distanziamento sociale ed utilizzo delle mascherine” e della necessità di “non consentire in alcun modo l’aggregazione sociale”. Invece di convincere le persone anziane a restare a casa il più possibile, incentiviamo la loro presenza in massa in luoghi in cui non siamo sicuri di poter garantire le condizioni minime di sicurezza. Non la migliore delle idee possibili.

La questione "messe" si intreccia inevitabilmente con ragionamenti di carattere politico e ideologico, la cui importanza è fuori discussione (anche, anzi soprattutto in momenti del genere). Però, come spiega Henri Peña-Ruiz, non dovremmo ancora essere al punto da “qualificare una misura di sicurezza pubblica come una violazione della libertà religiosa, come se la manifestazione esteriore della fede dovesse avere la precedenza su tutto e dare origine a un'eccezione che finirebbe appunto per essere un privilegio”. Lo Stato non dovrebbe invadere la sfera privata e della spiritualità, siamo d’accordo, ma in questo caso si chiede di avallare un’eccezione al principio di precauzione in nome di una libertà di culto che non è negata, ma solo “confinata” in spazi privati in nome della sicurezza collettiva. Statuendo un privilegio de facto, l'ennesimo.

Insomma, se ci sono le condizioni, se il governo e i tecnici ritengono che ci siano, siano consentiti anche gli altri spazi di socialità, sempre nel rispetto delle norme di sicurezza. Ma di eccezioni per mero calcolo politico sulla pelle dei cittadini non abbiamo proprio bisogno.