Piccoli errori del post elezioni, soprattutto se i risultati relegano la sinistra al peggior ruolo della storia recente: non incolpare gli elettori, non accusare Renzi se con Renzi si era deciso davvero di dare un taglio radicale, non accanirsi sui congiuntivi o su altre frivolezze (soprattutto se la campagna elettorale ha dimostrato che no, proprio non funzionano) e soprattutto tralasciare la narrazione del "ripartire" se "ripartire" significa ancora una volta analizzare la sconfitta senza individuare (serenamente) i responsabili.

Gli elettori, intanto: chi ha votato a sinistra in passato oggi vota Movimento 5 Stelle e la Lega di Salvini. I casi sono due: o decidiamo che tutti gli elettori si sono improvvisamente rincoglioniti (e allora ci prendiamo la responsabilità di rinchiuderci in un caffè letterario esclusivo per soli soci a disquisire della tormenta dei tempi e addio la politica) oppure evidentemente in un tempo di disperazioni che proprio la sinistra storicamente è sempre riuscita a intercettare in passato (mancanza di lavoro, distruzione del welfare, sanità in crisi, disuguaglianze in aumento e poteri finanziari pressoché incontrastati) oggi qualcun altro (Movimento 5 Stelle e Lega, viene facile dirlo) riesce dare risposte credibili. Possiamo metterci dentro le fake news, certa pessima stampa, la moda della superficialità e tutto quello che vogliamo ma il risultato delle urne è netto e non dà adito a troppe interpretazioni: chi ha votato a sinistra oggi ha deciso di votare altro. Piuttosto che offenderli e offendersi sarebbe il caso di ascoltarli, capire il perché, rilanciare sui temi. Costruire credibilità insomma.

Poi c'è la questione dei congiuntivi, dell'impreparazione degli avversari e del permutamento ossessivo. Beh, cari compagni, non funziona, no. Se gli elettori sentono la sinistra come distante e distratta dai problemi reali (le "real issues", ricordate?) forse non è proprio il massimo assumere quell'espressione da narcisisti della grammatica e fabbricare meme sui congiuntivi piuttosto che sui contenuti politici. L'operazione simpatia (che non è mai stata un granché negli ultimi anni a sinistra) prevede che l'ironia non sia svilita a propaganda e che la serietà si dimostri con le azioni proprie piuttosto che con lo sbertucciamento dell'avversario. Forse gli elettori sono disposti a sopportare qualche inciampo sintattico dalla persona che ritengono credibile per migliorare le proprie condizioni di vita, così come difficilmente rideranno a chi li ha resi esodati o precari con le sue azioni di governo. Se proprio bisogna praticare l'ironia allora dedicatevi all'autoironia. Meglio.

Poi c'è il "ripartire". Ogni volta, dopo una sconfitta e la scontata analisi della sconfitta (su cui la sinistra ha costruito un vero e proprio genere letterario) la "ripartenza" appare d'obbligo. Di per sé, per carità, è un bel sinonimo di tenacia e serietà ma ciò che sembra non entrare in testa è che per "ripartire" bisogna dare un nome e un cognome agli errori fatti, definire le responsabilità, dire in modo chiaro cosa si è sbagliato e chi ha sbagliato (senza incolpare gli elettori, repetita iuvant) e avere il coraggio di dire (e di dirsi) che chi ha fallito gentilmente può tornare nelle retrovie. La classe dirigente, in qualsiasi mestiere, è responsabile del risultato ottenuto dalla squadra: succede negli uffici, nei reparti vendite, nelle competizione sportive, nei consigli di amministrazione eppure sembra non essere mai regola utile per la politica. Forse sarebbe il caso di praticarla.

Di Renzi, invece, non c'è nulla da dire. Se la "sinistra" ha deciso di recidere il cordone ombelicale da Renzi non serve che ne continui a parlare.