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Il presidente della Repubblica ha firmato tre provvedimenti di grazia: due verso persone incarcerate per fatti di droga e un terzo (di grazia parziale) nei confronti di un gioielliere che aveva ucciso due rapinatori nel 2008. Un caso, quello di Guido Gianni, molto simile a quello di Mario Roggero, che quest’estate era finito al centro del dibattito politico, con svariati ministri del governo Meloni che avevano tirato per la giacchetta Mattarella chiedendogli proprio di estinguere la pena. Le vicende sono simili nelle dinamiche dei fatti – cioè le rapine e gli omicidi – ma sono profondamente diverse se guardiamo a tutto quello che è successo dopo. Ragion per cui non ha alcun senso equipararli e chiedere che ora anche Roggero riceva la grazia.
Il caso di Guido Gianni
Ripercorriamo i fatti. Nel 2008 tre uomini entrarono nella gioielleria che Gianni gestiva insieme alla moglie. Presero in ostaggio la donna con una pistola (che poi si scoprì essere a salve), la minacciarono e picchiarono. Gianni aveva una pistola regolarmente detenuta: prima la usò per sparare in aria, poi la rivolse contro i rapinatori, uccidendone due. Furono colpiti alla schiena e questo mise fuori gioco l’ipotesi di legittima difesa. Nel processo infatti i giudici hanno ritenuto che, dal momento che gli uomini sono stati colpiti da dietro, stessero scappando quando Gianni ha esploso i colpi. E questo significa che in quel momento non c’era alcun pericolo immediato per la sua incolumità, che è il criterio per cui si verifica la legittima difesa.
I suoi avvocati comunque provarono a far valere la tesi secondo cui l’uomo avesse agito per difendersi in stato di shock, provocato appunto dal trauma dell’assalto al suo negozio (che aveva già subito dei furti) e alla moglie. Ma i giudici alla fine condannarono comunque Gianni a 12 anni e 4 mesi. Una sentenza quindi simile a quella ricevuta da Roggero, condannato a 14 anni a 9 mesi. Anche Roggero aveva subito una rapina nel suo negozio, ma i video delle telecamere di sorveglianza avevano subito messo in chiaro che non avesse aperto il fuoco per difendersi: nel filmato infatti lo si vedeva chiaramente rincorrere i ladri mentre se ne stavano andando e freddarli a sangue freddo. Con un’arma detenuta illegalmente, inoltre.
La battaglia politica per Mario Roggero
Nei mesi scorsi Matteo Salvini è andato a trovare Roggero in carcere, così come aveva fatto con Gianni anni fa. Quella della “difesa sempre legittima”, del resto, è una campagna storica della Lega: con Roggero però il Carroccio – così come molti altri esponenti della destra e del governo Meloni – non si è limitato alla propaganda politica, ma ha chiesto espressamente a Mattarella di intervenire per “correggere” quello che riteneva essere un errore giudiziario. C’è stato anche un passo in avanti del ministro della Giustizia in persona, Carlo Nordio, che però è stato subito richiamato da Mattarella, che gli ha ricordato come la grazia sia una prerogativa del presidente della Repubblica.
Ora, alla notizia della grazia a Gianni, Salvini ha scritto sui social: “Oggi sono felice per Gianni e per la sua famiglia. L’ho detto allora e continuo a pensarlo: chi viene aggredito nella propria attività, vede la propria moglie minacciata e reagisce per difendere sé stesso e i propri cari non può essere trattato come un criminale. Un abbraccio a Guido. La difesa è sempre legittima”.
Anche se non viene nominato esplicitamente, c’è un riferimento a Roggero. I casi del resto sono simili. Ma allora, perché a Gianni è stata concessa la grazia (parziale) mentre la richiesta per Roggero è stata tacciata come propaganda? Perché nonostante le somiglianze e le coincidenze, questi due casi sono profondamente diversi per quello che è avvenuto dopo.
Perché i due casi sono diversi
Gianni è un uomo che ha già scontato una buona parte della sua pena, oltre 5 anni. Ha dei problemi di salute e con la grazia parziale – per cui gli resterebbero meno di quattro anni da scontare – può essere affidato in prova ai servizi sociali. La sua domanda ha rispettato tutte le regole dell’iter ordinario: la domanda è stata presentata al ministero della Giustizia, che ha raccolto varie informazioni e il parere del magistrato di sorveglianza, ha poi dato un proprio parere e trasmesso la pratica al presidente della Repubblica.
Per Roggero le cose non erano andate così: Nordio aveva avviato l’istruttoria di sua personale iniziativa, senza che il condannato o un suo familiare presentassero alcuna domanda. Ragion per cui era stato richiamato da Mattarella che aveva ricordato dove finiscono i poteri dei ministri e quali sono quelli che spettano solamente al Quirinale. Tra l’altro, Nordio aveva annunciato di voler chiedere la grazia immediatamente dopo la conferma della condanna, quando non erano ancora nemmeno state depositate le motivazioni della Cassazione. Una tempistica completamente sbagliata, perché tratta la grazia come una sorta di quarto grado del giudizio, con cui le istituzioni politiche possono cambiare le sentenze che non piacciono.
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