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Turchia e Pakistan hanno concordato un dispiegamento di truppe in Arabia Saudita per contrastare gli attacchi degli Houthi. È stato quindi attivato per la prima volta il Patto de La Mecca, firmato appena due mesi fa dai tre Paesi: un’alleanza difensiva costruita sul modello dell’articolo 5 della Nato, per cui se un Paese viene attaccato, tutta la coalizione si attiva militarmente per rafforzare la sicurezza. A fare l’annuncio è stato Khalid bin Salman, cioè il ministro della Difesa saudita, che ha scritto su X:
“La riunione d'emergenza del Comitato politico e di difesa strategica dell'Alleanza di difesa della Mecca ha riaffermato la solidarietà e l'unità dei nostri Paesi nell'affrontare i vili attacchi contro il Regno e i luoghi santi. Il Comitato ha concordato di attivare misure di deterrenza collettiva nell'ambito dell'Alleanza, in risposta agli attacchi e nei confronti di tutti i loro responsabili”.
Cos'è il Patto della Mecca
Non è chiaro il quantitativo di mezzi e forze armate che verrà impiegato, il Comitato si è limitato a precisare di voler “procedere immediatamente all'attuazione pratica degli impegni di difesa collettiva e di adottare le misure necessarie per fornire le forze e le capacità militari concordate e garantirne il rapido dispiegamento", si legge in una nota.
Per l’Arabia Saudita ogni aiuto è importante in questa fase. Nelle ultime settimane infatti gli Houthi – la milizia sciita, parte dell’asse della Resistenza, quindi alleata dell’Iran, che da oltre dieci anni combatte una guerra civile in Yemen – hanno intensificato gli attacchi, avanzando e conquistando territori lungo la costa occidentale della penisola araba. Quest’estate hanno preso il controllo dello stretto di Bab el Mandeb, uno svincolo fondamentale per il commercio del petrolio globale. E un canale imprescindibile per l’Arabia Saudita e le sue esportazioni di greggio, a maggior ragione visto il blocco dell’altro stretto, quello di Hormuz, sul fianco orientale della penisola.

Gli Houthi intensificano gli attacchi
Non solo gli Houthi hanno iniziato a prendere di mira con sempre maggiore intensità le petroliere saudite, che cercavano di attraversare lo stretto per dirigersi verso il canale di Suez e da lì nel Mediterraneo. Le milizie sciite sono anche riuscite a colpire uno dei più importanti oleodotti nel Paese, che dai campi estrattivi dell’est trasporta il greggio lungo la costa ovest, evitando così il Golfo persico. Negli ultimi giorni si è registrata una nuova escalation e gli Houthi hanno rivendicato attacchi contro aeroporti, strutture militari e installazioni petrolifere. In particolare, il portavoce militare Yahya Saree, ha detto che è stato colpito l’aeroporto internazionale di Riad provocando lo stop del traffico aereo, una raffineria della compagnia statale Aramco nella regione della Mecca dove sarebbe anche scoppiato un incendio, e altri obiettivi sensibili nel Paese tra cui una base militare. Sempre secondo quanto detto dagli Houthi (informazioni che nemmeno al Jazeera è riuscita a verificare in modo indipendente) si tratterebbe di attacchi precisi rispetto agli obiettivi indicati e che arrivano in risposta ai raid e agli attacchi missilistici sauditi effettuati negli ultimi giorni contro la capitale Sana’a e altre province yemenite sotto il controllo dei ribelli.
Effettivamente le forze armate ufficiali dello Yemen e le milizie a loro affiliate, sostenute appunto da Riad, stanno avanzando nella parte occidentale del Paese, puntando alla riconquista di Sana’a. Hanno detto di aver ripreso il controllo di Dhubab, che è una località costiera immediatamente a nord dello stretto di Bab el Mandeb e di essere entrate anche nella città portuale di Mokha, nella provincia di Taiz che è uno dei luoghi più caldi al momento dello scontro. Si tratta dell’operazione, lanciata ieri, “Alba dello Yemen”, che ha l’obiettivo dichiarato di riprendere il controllo dello Stato. Ma sul terreno la situazione rimane complessa, con i ribelli che contestano e smentiscono le dichiarazioni delle forze governative.
Un conflitto regionale, l'Arabia Saudita in difficoltà
A complicare ulteriormente tutto quanto c’è il fatto che non ci si trovi più nel quadro di una guerra civile, ma in quello più ampio del caos regionale. L’Arabia saudita, in questo contesto, è in seria difficoltà. Sul piano militare si vede attaccata da est e da ovest: da oriente i Pasdaran iraniani prendono di mira le basi militari, da occidente gli Houthi attaccano le petroliere e le infrastrutture energetiche. Sul piano economico le esportazioni di greggio, già compromesse da mesi e mesi di guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran e dal blocco dello stretto di Hormuz, ora sono seriamente in difficoltà, con lo stretto di Bab el Mandeb sotto controllo degli Houthi. Tutto questo chiaramente allontana il piano del principe ereditario Mohammed bin Salman, Vision 2030, che aveva l’obiettivo di essere una vera e propria rivoluzione per il Paese e che passava soprattutto da un progetto di indipendenza dell’economia saudita dal petrolio: l’ambizione è quella di passare da petrostato a vera e propria potenza regionale, ma in questo contesto risulta difficile. Anche perché le difficoltà ci sono anche sul piano strategico: l’Arabia non riesce a contrastare realmente una milizia come quella degli Houthi, che invece riescono a colpire Riad e metterla in difficoltà.
Gli interessi di Pakistan e Turchia
Tanto da costringerla a chiedere aiuto agli Stati Uniti, che però in questo momento non hanno alcuna intenzione di aprire ufficialmente un altro fronte di guerra nel Golfo. Vorrebbe dire, per Donald Trump, ammettere di aver creato un pantano da cui ora non riesce più a uscire, tradendo totalmente la promessa con cui era tornato alla Casa Bianca, per cui avrebbe posto fine a tutti i conflitti. Ora l’Arabia conta su Pakistan e Turchia per garantire la propria sicurezza. Ma che interessi hanno questi due Paesi?
Partiamo dal Pakistan: per Islamabad tutelare Riad ed evitare un’escalation regionale è utile nel quadro dei negoziati tra Stati Uniti e Iran, che al momento rimangono in stallo. Il Pakistan si è proposto come mediatore, come Paese capace di stabilizzare la regione, su cui i suoi alleati possono fare affidamento: la distensione gli è utile in questo senso, mentre una ripresa su larga scala della guerra nel Golfo farebbe naufragare tutti gli sforzi fatti finora.
La Turchia invece non ha mai nascosto la sua ambizione di diventare una forte potenza regionale, che si tratti del Mediterraneo o del Medio Oriente. Intervenendo al fianco dell’Arabia Saudita si prepara a estendere la sua influenza anche al Golfo, al Mar Rosso e al corno d’Africa (dove migliaia di sfollati yemeniti stanno cercando rifugio in queste settimane, in fuga dalla guerra e da una profondissima crisi umanitaria).
Insomma, il Patto de La Mecca che è stato attivato ora in risposta agli attacchi degli Houthi non rappresenta solo un’alleanza difensiva, pragmatica e contestuale: potrebbe essere il primo punto di una nuova serie di equilibri nel Golfo.
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