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Youssef Siher è stato fermato e condotto in carcere sabato scorso, dopo che le indagini sulle pagine social Movimento 17 Ottobre avevano fatto presupporre il reato di istigazione a delinquere, aggravata da finalità di terrorismo, e violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche. Il mercoledì successivo la giudice per le indagini preliminari Tiziana Landoni non ha convalidato l’arresto e l’uomo è stato rilasciato. Poche ore dopo è arrivato un video sui social di Giorgia Meloni. Video in cui la presidente del Consiglio ha definito “vergognosa” la decisione della gip e ha accusato tutto il tribunale di Milano di aver mortificato in modo insopportabile il lavoro delle forze dell’ordine. Non si è fermata qui: ha anche chiesto come possa allora lo Stato proteggere i cittadini perbene, se poi la magistratura prende decisioni che tutelano persone come Siher, definito nella lettura della premier come la persona che ha incitato l’organizzazione di quelle manifestazioni che hanno portato alla devastazione delle vetrine a Milano.
Meloni attacca i giudici (di nuovo)
E questa è, molto banalmente, una bugia. Perché le indagini non hanno mai riguardato una presunta implicazione di Siher nei fatti del 17 ottobre a Milano, nei disordini e saccheggi che ci sono stati in città quel giorno. Perché la pagina Instagram e il gruppo Telegram sono nati dopo. Durante una conferenza stampa, un giornalista le ha fatto notare come avesse detto una falsità nel suo video social, ma Meloni ha risposto dicendo due cose: prima ha detto di aver semplicemente sbagliato il tempo verbale – ma questo non è un dettaglio, è un elemento che smonta totalmente l’accusa che la premier ha rivolto – e poi ha rigirato la questione dicendo al giornalista di essere contenta del fatto che ci tenesse così tanto a difendere Siher.
E qui torna l’elemento (molto grave) che ha caratterizzato tutto l’attacco di Meloni alla magistratura. Cioè il minare il principio dello stato diritto. Perché, che al governo piaccia o meno, in uno stato di diritto i giornalisti fanno le domande, come quella che le è stata rivolta puntualizzando l’incongruenza del suo attacco. E, in uno stato di diritto, la magistratura applica la legge e non tiene in carcere una persona se i presupposti con cui è stata fermata non trovano fondamento. Che alla politica piacciano o meno le idee e le posizioni di quella persona.
Cosa dicono le carte che hanno scarcerato Siher
Dalle carte con cui la gip non ha convalidato il fermo emerge chiaramente il motivo per cui Youssef Siher è stato rilasciato. In una trentina di pagina la magistratura ha sviscerato, una dopo l’altra, le accuse che erano state mosse al 30enne, mostrandone l’infondatezza.
Ad esempio, viene preso in esame quel post che era stato additato come esempio di istigazione alla violenza, cioè: “Lo Stato ci piscia addosso e i media ci fanno credere che piove, Meloni dichiara guerra al futuro di questo Paese e noi dichiariamo guerra a questo presente infame”. Questa frase, per i giudici, “non può ritenersi integrante il delitto di istigazione a commettere delitti come l’ordine pubblico, così come contestato dal capo a) d’incolpazione".
E ancora:
Si tratta senz’altro di affermazioni di critica rivolta allo Stato, all'attuale governo e ai media, connotate da toni aspri ed espressioni volgari. Vi è, inoltre, una ferma presa di posizione dinnanzi a politiche non condivise e ritenute dannose per il futuro dell'Italia, che sfocia in una generica "dichiarazione di guerra" ad un "presente infame" (e non nei confronti delle istituzioni dello Stato), non accompagnata da specifici e concreti riferimenti ad azioni violente o in altro modo costituenti reato, tali da indurre gli utenti a commettere atti di tal genere.
Non solo, nelle carte si legge anche:
Tra l'altro dai contenuti pubblicati da SIHER all'interno del gruppo Telegram "movimento 17 ottobre", come verrà meglio rappresentato nel prosieguo, emergono le modalità di protesta avverso le attuali politiche governative indicate dal medesimo agli utenti, le quali, oltre ad evocare azioni di "disobbedienza civile", non si traducono nell'adozione di comportamenti violenti o più in generale criminosi, bensì nella mera programmazione di manifestazioni settimanali, capaci di sensibilizzare e coinvolgere il maggior numero possibile di persone.
Il proposito esternato dall'indagato con il post sopra riportato – ricorrendo ad un termine "estremo", rivolto, come detto, "al presente" – letto congiuntamente ai contenuti rinvenuti all'interno del citato gruppo Telegram, pare essere, piuttosto, espressione della ferma volontà del medesimo di avviare una stabile forma di protesta a fronte di problematiche socio-economiche che, secondo il suo pensiero, non trovano risposta nelle attuali politiche governative.
In definitiva, sulla scorta delle risultanze investigative, non sono ravvisabili, allo stato, gravi indizi di colpevolezza a carico dell'indagato in ordine al reato di cui al capo a) d'incopalzione.
Le accuse di violenza non stanno in piedi
Per quanto riguarda l’altra accusa, quella di violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche, i giudici hanno preso in esame tutti gli elementi citati dalla procura, ma non hanno potuto fare altro che constatare che non ci fosse alcun riferimento a “strumenti offensivi da utilizzare nel corso delle manifestazioni contro le Forze dell'Ordine, nè istruzioni per reagire dinnanzi al lancio di lacrimogeni”. No, quella che veniva fatta era semplicemente l’organizzazione di una piazza che potesse manifestare le proprie istanze (che è diverso dall’aggregazione finalizzata alla violenza), specificando tra l’altro che “nel caso in cui le Forze dell'Ordine avessero "cominciato a picchiare", le prime file del corteo avrebbero dovuto arretrare di qualche passo".
Il dissenso non è reato
E poi:
Dinnanzi a comportamenti di tal genere adottati dalle Forze dell'Ordine, dunque, i manifestanti erano sollecitati a non rispondere con azioni violente”. E ancora: “Vi era, altresì, l'esplicito invito rivolto ai manifestanti a "restare fermi e calmi" in caso di lancio di lacrimogeni da parte delle Forze dell'Ordine ed era rimarcata l'importanza di soccorrere i partecipanti alla manifestazione e di assicurare reciproca protezione.
Insomma, proteste, manifestazione, disobbedienza civile. Sono tutte pratiche di una società democratica. Non è terrorismo e non è istigazione alla violenza, hanno riconosiciuto i giudici. Che hanno semplicemente fatto il loro lavoro, riconoscendo che quel reato che veniva contestato in realtà non si profilava. Il dissenso democratico, per ora, non è ancora un reato.
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