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L’America dimenticata scarica Trump: così il MAGA ha perso le midterm

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Abdul El-Sayed è il primo uomo di fede musulmana ad essere eletto nel senato statunitense. Deb Haaland è la prima governatrice di discendenza nativo-americana. Chris Pappas è il primo uomo apertamente gay a vincere un seggio in Senato. Keisha Lance Bottoms è la prima governatrice nera. Le elezioni di metà mandato hanno segnato una serie di vittorie storiche per gli Stati Uniti. L’incubo del movimento MAGA, che è uscito sconfitto da questa tornata. Senza ombra di dubbio. E il grande paradosso è che Donald Trump – che prima del voto aveva cercato di far passare le midterm come una sorta di referendum su sé stesso, e dopo il voto ha dato la colpa ai suoi dicendo che se ci fosse stato scritto il suo nome sulle schede il risultato sarebbe stato certamente diverso – e tutta la sua agenda sono stati sconfitti proprio sulle premesse che lo avevano portato alla vittoria due anni fa.

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I MAGA hanno perso proprio sulle premesse che avevano portato al bis di Trump

Nel 2024, dopo l’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021 innescato da un discorso di Trump che non riconosceva il risultato delle presidenziali, nessuno si sarebbe mai potuto immaginare un suo bis. Eppure Trump è tornato alla Casa Bianca facendo una promessa all’America dimenticata. Quella stessa America che ora gli ha voltato le spalle. Trump era riuscito a intercettare il profondo e radicato malcontento di un pezzo di Paese – lontano dalle élites di New York, dal glamour hollywoodiano e dai visionari della Silicon Valley – che si sentiva lasciato indietro.

Mentre gli USA si erano posti alla guida del progresso e della globalizzazione, le fabbriche chiudevano o venivano delocalizzate, intere comunità venivano abbandonate a loro stesse, aumentavano i prezzi e le diseguaglianze profonde. Tanti elettori di Trump non hanno visto nel MAGA solo una questione di identità o di nostalgia per un sogno americano di grandezza che sembrava prerogativa del passato: hanno visto una promessa di riscatto che aveva tutto a che fare con le loro condizioni economiche. Per loro quell’elezione è stata una questione di soldi. E Trump ha saputo, abilmente, trasformare la frustrazione di tanti in una proposta politica.

Chi ha scaricato il presidente?

Ha promesso di combattere la globalizzazione, di tornare a produrre negli Stati Uniti e mettere al centro i lavoratori statunitensi. Ha promesso di smetterla di spendere soldi in guerre lontane, in Paesi sconosciuti a gran parte dell’elettorato.

Ma tutte queste promesse non solo non sono state mantenute, sono state tradite. Perché i dazi si sono rivelati un boomerang, che pesano e mettono in difficoltà anche le imprese statunitensi. Per non parlare dell’effetto politico di mesi e mesi di negoziati e coltellate alle spalle degli stessi alleati di Washington, che hanno solo portato gli Stati Uniti a essere più isolati, avvicinando invece i suoi stessi alleati commerciali, come l’Europa, ad altre potenze. La promessa di mettere fine a tutte le guerre, poi, si è rivelata una farsa. Con Trump si sono inaspriti dei conflitti e se ne sono aperti degli altri, in primis la guerra contro l’Iran ovviamente. Che ha scatenato, con la chiusura dello stretto di Hormuz e l’aumento esponenziale del prezzo del gasolio, una crisi globale che ha colpito fortemente anche le famiglie e le imprese statunitensi.

Cosa succede ora?

Trump ha accettato la sconfitta. Sarebbe stato difficile, del resto, mettere in discussione un risultato così chiaro ed evidente. Non è detto però che la sua agenda verrà meno, ora che i Democratici controllano sia la Camera che il Senato. Gli Stati Uniti del resto sono una repubblica presidenziale e i poteri di Trump sono enormi. Il Congresso può provare a ostacolarlo in alcuni modi, ma questa vittoria non vuol dire che Trump avrà le mani legate da qui al 2028. Sicuramente il presidente ha le spalle al muro. Ma questa condizione potrebbe renderlo ancora più imprevedibile e pericoloso.

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