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Non è chiaro se dopo le elezioni di metà mandato, le midterms, gli Stati Uniti riprenderanno a bombardare l’Iran. Donald Trump, qualche settimana fa, ha usato i suoi canali social per precisare che Washington non avrebbe bombardato il Paese prima dell’appuntamento per rinnovare il Congresso, ma non ha mai specificato quali fossero le sue intenzioni rispetto a quanto avverrà dopo. Da un lato sostiene che gli Stati Uniti debbano ancora “take care” (cioè occuparsi) di un paio di siti nucleari in Iran, come ad esempio quello di Pickaxe Mountain, per cui ci sarebbe già un piano che – parola di Trump – potrebbe essere messo a terra in circa dieci minuti. Insomma, riaprire il conflitto su larga scala e tornare ad attaccare sarebbe relativamente semplice. Dall’altro lato, però, Trump ha anche detto che i negoziati stanno andando bene e che non ha fretta.
Sappiamo che il suo vicepresidente, JD Vance ha mandato una lettera al segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniana, Mohsen Rezai, e secondo il sito di informazione Axios in quella missiva si sarebbe parlato della possibilità di riprendere i negoziati. Rimane comunque lo scambio tra ufficiali di più alto rango che sia avvenuto tra le due parti negli ultimi mesi, in cui le trattative sono rimaste arenate in un sostanziale stallo.
La telefonata tra Trump e Netanyahu
Un’altra cosa che sappiamo è che c’è stata una telefonata, sabato scorso, tra Trump e il premier israeliano Benjamin Netanyahu. E in questo colloquio si sarebbe parlato ovviamente anche di Iran. Netanyahu preme per riprendere gli attacchi su larga scala. Gli obiettivi quindi sarebbero diversi, rispetto all’azione ipotizzata da Trump: per Bibi il punto non è lanciare qualche missile contro i siti nucleari (o presunti tali) che non sono ancora stati colpiti in circa otto mesi di conflitto, ma riprendere una guerra frontale con lo scopo di annientare una volta per tutte lo storico nemico. E lo avrebbe detto chiaramente a Trump nella telefonata di sabato, chiedendogli di affrettarsi a riprendere i bombardamenti subito dopo le elezioni di metà mandato. Per l’opposizione israeliana è abbastanza chiaro cosa sta succedendo: Netanyahu vorrebbe riaprire il conflitto per usarlo come scusa per non convocare la nuova Knesset, prendere tempo e non abbandonare il potere.
In tutto ciò gli iraniani rimangono in attesa. Dal ministero degli Esteri di Teheran sottolineano che agli Stati Uniti sia già stato sottoposto un piano in sette punti, tuttora sul tavolo, che potrebbe essere attuato in brevissimo tempo. Insomma, ora tocca alla Casa Bianca rispondere e da quella risposta dipende, ad esempio, anche la riapertura dello stretto di Hormuz. Ma Trump non ha ancora deciso il da farsi. Secondo alcune fonti riportate dalla rivista The Atlantic il presidente starebbe seriamente pensando di riprendere le azioni militari, cercando al tempo stesso un capro espiatorio per il fallimento di tutta l’operazione Epic Fury che, nei calcoli iniziali, doveva essere già archiviata per le midterms. E in tal senso l’incarico di Pete Hegseth, a capo del Dipartimento della Guerra, sarebbe in bilico.
Dopo le midterms riprenderanno gli attacchi all'Iran?
Ora bisognerà vedere l’esito delle elezioni di metà mandato. In particolare, gli scenari potrebbero cambiare se i Repubblicani dovessero perdere la maggioranza alla Camera. La politica estera statunitense infatti passa anche da lì, al netto dei poteri molto ampi di cui dispone il presidente. La Camera infatti può intervenire sulle spese per la difesa, rendendo ad esempio difficile il finanziamento di alcune operazioni. Su questo fronte va fatta anche un’altra precisazione: il malcontento per come stanno andando le cose in Iran e per le conseguenze del conflitto, che ha creato un problema di carovita anche negli Stati Uniti, non è una prerogativa dei Democratici. È trasversale e colpisce anche molti Repubblicani.
Il peso del Congresso sulla politica estera USA
Ad esempio un conservatore rimasto anonimo ha detto al sito Politico che “ad un certo punto, all’inizio dell’anno, si pensava di fare la storia, ma poi Trump ha bombardato l’Iran” ed è cambiato tutto. Il prezzo del petrolio è schizzato alle stelle, aumentando a catena i costi dell’energia e di tanti altri prodotti, mettendo in difficoltà una fetta molto ampia di popolazione che non capisce come mai si debba investire in una guerra lontanissima, quando negli Stati Uniti ci sono così tante persone in difficoltà. La percezione è che la Casa Bianca si sia fatta trascinare in una nuova guerra dall’alleato isrealiano e che ora non sappia più come uscirne, situazione scomoda per chiunque, ma a maggior ragione per un presidente che è stato eletto con la promessa di mettere un punto a tutte le guerre e riportare l’attenzione del governo all’interno degli Stati Uniti.
Insomma, per Trump e per il conflitto in Iran si avvicina quindi un momento decisivo.
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