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Kiev colpisce la Russia nell’Artico, la regione che finanzia la macchina bellica del Cremlino

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Non sono ancora del tutto chiare le circostanze in cui un drone russo e un aereo con a bordo il presidente ucraino Volodymyr Zelensky si sarebbero trovati pericolosamente vicini. Se ieri sera c’era chi diceva che l’aereo – partito dalla Moldavia e diretto a Oslo, dove oggi si sono tenuti i funerali del re norvegese – fosse stato quasi colpito, nelle ultime ore il resoconto dell’accaduto sembra abbastanza ridimensionato. Dal governo moldavo specificano che l’aereo su cui viaggiava Zelensky è partito in ritardo da Chișinău dopo che lo spazio aereo moldavo è stato chiuso a causa della presenza di un drone, molto probabilmente russo, passato attraverso il confine ucraino. Si sarebbe prima diretto verso la capitale, Chișinău, per poi entrare anche nello spazio aereo romeno e infine fare ritorno e precipitare nel nord della Moldavia.

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In tutto, è rimasto in volo per circa un’ora. Non è la prima volta che un drone russo valica lo spazio aereo di un Paese dell’est Europa. In questo caso, chiaramente, l’incursione è ancora più sospetta, vista la presenza dell’aereo con a bordo il presidente ucraino. Ma non sappiamo se sia stato un tentativo di colpire deliberatamente Zelensky, se si sia trattato di un’intimidazione – un modo per dimostrare che il presidente è sempre vulnerabile ed esposto agli attacchi – oppure una coincidenza.

L'attacco ucraino nell'Artico

Quello che sappiamo è che, nonostante proseguono i tentativi di riaprire il tavolo dei negoziati, entrambe le parti stanno intensificando gli attacchi. La Russia nelle ultime ore ha lanciato 149 droni contro l’Ucraina, che sta rispondendo tono su tono. E per la prima volta è riuscita a colpire l’Artico. Una regione remota e considerata irraggiungibile dagli attacchi ucraini, quindi sicuri. Ma non sarebbe così. Le forze speciali di Kiev hanno fatto sapere di aver attaccato due impianti energetici in Siberia, nella regione di Yamalo-Nenets, precisamente a NovyJ Urengoj e Purovsky. In altre parole, a circa tremila chilometri dal confine.

Si tratta di un attacco importante. Non solo perché è riuscito a colpire molto lontano dal fronte, in zone considerate sicure, ma anche perché ha preso di mira il cuore pulsante dell’economia russa, ciò che finanzia la macchina da guerra del Cremlino: l’industria energetica, del gas e del petrolio. Nella regione di Yamal ci sono importanti giacimenti di petrolio e gas naturale: tonnellate e tonnellate di idrocarburi che vengono estratte, lavorate ed esportate a mezzo mondo. Ma da quando l’esercito ucraino ha intensificato gli attacchi alle raffinerie russe, i problemi per il Cremlino si fanno sentire. Da un lato le truppe russe hanno difficoltà di rifornimento, dall’altro sono aumentati i prezzi alla pompa di benzina anche per i comuni cittadini, che quindi iniziano a sentire in modo più pesante le conseguenze del conflitto.

I tentativi di riaprire i negoziati

Nonostante queste ondate di attacchi sempre più dure, proseguono parallelamente anche i tentativi di riaprire dei negoziati. Negli ultimi giorni il Cremlino ha lasciato aperto qualche spiraglio di potersi sedere al tavolo per delle trattative trilaterali negli Emirati Arabi Uniti, tra Vladimir Putin, Donald Trump e Volodymyr Zelensky. Allo stesso tempo, anche oggi il portavoce Dmitry Peskov ha ribadito che le condizioni di Mosca non sono cambiate: quindi la cessione del Donbass e la promessa, da parte di Kiev, di non entrare nella Nato. Condizioni irricevibili per l’Ucraina, che fanno pensare che in realtà un colloqui a tre non sia così vicino come viene raccontato da alcuni media in questi giorni. Più probabile, forse un trilaterale tra Putin, Trump e Xi Jinping a margine di un vertice a novembre, di cui avrebbero discusso in una telefonata il presidente russo e quello statunitense.

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