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Il summit con Russia, Cina, India e Iran che sfida le pretese di egemonia dell’Occidente

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L’Iran e la Russia sono due Paesi in guerra che hanno parecchio bisogno di non apparire completamente isolati dal resto del mondo. Sia Mosca che Teheran vogliono mostrare di avere ancora alleati disposti a sostenerli al loro fianco. Per questa ragione il SCO, il Forum della Shanghai Cooperation Organization che si sta tenendo in questi giorni in Kirghizistan, è così importante per Vladimir Putin e Masoud Pezeshkian. E importanti sono soprattutto due interlocutori, tra i dieci Paesi che fanno parte dell’organizzazione: Narendra Modi, il premier indiano, e Xi Jinping, il presidente cinese.

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Putin in difficoltà nell'incontro con Modi

L’attenzione in queste ore è tutta su Putin, che alla vigilia dei lavori è stato impegnato in un bilaterale dietro l’altro. E in particolare un incontro ha attirato l’attenzione dei media, uno in cui il presidente russo è apparso visibilmente a disagio. Quello con Modi. Il premier indiano in più occasioni ha chiamato Putin un amico, è anche salito a bordo della sua auto per recarsi insieme a un evento, ha ribadito quanto sia importante la collaborazione economica tra i due Paesi e quanti progressi si stiano facendo. Però, in conferenza stampa (quindi davanti al mondo intero), ha anche parlato della guerra in Ucraina. Ha detto che ogni giorno che passa in cui la guerra va avanti, l’umanità regredisce di un passo indietro. E che si deve passare da una guerra senza fine alla fine della guerra, alla cessazione delle ostilità.

Per qualche secondo Putin è apparso in difficoltà, poi ha ringraziato Modi dicendo che quella è la direzione verso cui si sta andando. Dall’Ucraina, arrivano altri segnali: nei giorni scorsi gli attacchi contro Kiev si sono intensificati e si teme che Mosca stia preparando l’escalation. Ad ogni modo, quello di Modi è stato l’appello finora più diretto per la fine della guerra, detto in faccia a Putin pubblicamente, da un partner del Cremlino. L’India comunque, come ha scritto anche Politico, continua a essere un importante alleato commerciale della Russia, uno dei principali acquirenti del suo petrolio, che ha anche iniziato a sua volta a rifornire Mosca di carburante, quando gli attacchi ucraini hanno iniziato a colpire le raffinerie russe.

L'ambiguità dell'India

L’India è anche un importante alleato degli Stati Uniti, ma questa ambiguità non è una novità. Mentre infatti la Casa Bianca sta portando avanti una guerra economica pesantissima, volta a isolare completamente il regime degli Ayatollah, Modi ha infatti annunciato da Bishkek, la capitale del Kirghizistan che ospita il Sco, di voler ampliare e diversificare gli scambi commerciali con Teheran nel prossimo futuro. Non quando la guerra sarà terminata, quindi. Non come promessa e incentivo per arrivare a un accordo diplomatico per il cessate il fuoco. Modi ha annunciato di voler rafforzare gli scambi tra India e Iran mentre Donald Trump minaccia “enorme conseguenze economiche” per chi aiuta Teheran, che si tratti di banche, imprese o istituzioni.

Il presidente iraniano Pezeshkian, da parte sua, ha cercato di trovare quanti più alleati possibili al forum, in chiave anti-statunitense, chiaramente. In conferenza stampa ha ribadito che non è stato l’Iran a iniziare questa guerra, che i Pasdaran si sono semplicemente difesi. E l’organizzazione ha risposto condannando gli attacchi all’integrità territoriale di Teheran e chiedendo una soluzione politica e diplomatica al conflitto. Al di là delle parole di sostegno, comunque, Pezeshkian in questi giorni sta provando a cercare anche sostegno economico. In questo senso non è mancato il bilaterale con Xi Jinping, a cui si è affiancato anche un incontro tra i ministri degli Esteri iraniano e cinese. Pechino, in questi mesi, ha sempre continuato a comprare petrolio dall’Iran, fornendo quindi al regime degli Ayatollah un fondamentale sostegno economico nella guerra con gli Stati Uniti e Israele.

La Cina e il sostegno alla Russia

Nulla di paragonabile, però, all’appoggio che la Cina ha dato e continua a dare alla Russia. Ora però, in questa fase così complessa della guerra in Ucraina, Putin vorrebbe portare questo sostegno a un livello successivo: quello del gasdotto Power of Siberia 2, Forza della Siberia 2. Per ora è solo un progetto: il Cremlino ha fretta di chiudere, ma la Cina temporeggia e tentenna, probabilmente nel tentativo di portare a casa l’accordo più vantaggioso possibile. E non è semplice dire con certezza quale esso sia, nel bel mezzo di una crisi energetica globale che ha fatto schizzare i costi alle stelle.

Si tratta di un progetto mastodontico che, dai giacimenti della Siberia orientale, attraverso la Mongolia, porterebbe fino 50 miliardi di metri cubi di gas all’anno in territorio cinese. In questo modo la Russia riuscirebbe a dirottare buona parte delle forniture prima destinate all’Europa, attraverso il Nord Stream 1, a cui sono stati chiusi i rubinetti con lo scoppio della guerra in Ucraina. Parliamo di enormi riserve di gas che Gazprom non riesce più a piazzare sul mercato europeo. La Cina però vuole delle garanzie, in particolare sul prezzo. Il Wall Street Journal scrive che dei funzionari cinesi avrebbero detto ai vertici di Gazprom di essere disposti a sostenere il progetto in cambio di condizioni estremamente favorevoli. Ad esempio quelle in vigore nel mercato interno russo, o giù di lì.

Condizioni estremamente favorevoli per la Cina, ma insostenibili per la Russia. Che però, in questo momento, non si può permettere di scrivere le regole del gioco. Da tempo ormai i rapporti di forza tra i due alleati propendono nettamente per Pechino, che può scegliere da chi acquistare gas e petrolio. Se dalla Russia, piuttosto che dall’Iran o da ex Paesi sovietici dell’Asia centrale, come il Turkmenistan. Certo, importare gas dalla Russia è tra le opzioni più vantaggiose per la Cina, ma secondo diversi analisti Xi Jinping sta tergiversando per vedere quanto può forzare nei negoziati, quanto può sfruttare la posizione debole di Mosca in questo momento per portare a casa un accordo sfacciatamente vantaggioso nei suoi confronti. Segnale che, una solida alleanza politico-strategica non rende immuni dal braccio di ferro sul piano economico.

La fine della pretesa egemone occidentale

Insomma, al di là di cosa è avvenuto nei singoli bilaterali, dall’altra parte del mondo Russia, Cina, India e Iran sono in questo momento attorno allo stesso tavolo. Mentre ci si indigna e si discute del ritorno di un ministro russo al G20 delle finanze in North Carolina, in vertici come quello della SCO in Kirghizistan vengono prese decisioni politiche e firmati accordi economici che hanno un peso sempre maggiore sullo scacchiere globale. Forum in cui Paesi come la Russia cercano di rafforzare una rete di sostegno mentre, con la solita propaganda, difendono la guerra in Ucraina e promettono che sia a un passo dalla fine. E Paesi come l’Iran provano a mostrare di non essere affatto isolati nella loro risposta alla guerra scatenata dagli Stati Uniti. Ci sono dieci Paesi che rappresentano circa il 40% della popolazione mondiale e un rilievo economico crescente: è un’organizzazione con molta diversità al suo interno e interessi che non sempre vanno nella stessa direzione. Ma sicuramente c’è un fil rouge: la consapevolezza che la pretesa egemonica degli Stati Uniti e dell’Occidente sia ormai relegata al passato.

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