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Donald Trump e Benjamin Netanyahu avrebbero avuto nelle ultime ore il loro confronto più acceso dall’inizio di questa guerra contro l’Iran. Lo ha raccontato Axios, un sito statunitense di informazione politica, che riesce sempre ad avere retroscena interessanti: due giornalisti, Barak Ravid e Marc Caputo, hanno scritto che Trump si sarebbe infuriato per le operazioni militari israeliane in Libano – considerate come un’escalation senza senso e un problema per i negoziati con Teheran – e avrebbe definito Netanyahu un pazzo e un ingrato. Un virgolettato ha fatto il giro del mondo: “Sei un fottuto pazzo. Saresti in prigione se non fosse per me. Tutti ti odiano, tutti odiano Israele adesso. Ma che stai facendo?".
Sono le frasi che alcuni funzionari della Casa Bianca avrebbero sentito urlare al presidente al telefono. E che hanno scatenato diverse reazioni, tra smentite e tentativi di ridimensionamento. Al di là degli insulti precisi e dei toni più o meno accesi, però, nessuno nega che lo scambio sia stato teso. E non è la prima volta che tra Trump e Netanyahu le cose si fanno complicate, anche se questo chiaramente non significa che Washington e Tel Aviv siano in rottura. È chiaro però che ci sono distanze sugli obiettivi della guerra. Netanyahu ha bisogno di continuare a mantenere alta la tensione, necessita di uno stato di guerra perenne per mantenersi al potere. Trump invece deve risolvere lo stallo nel Golfo: le elezioni di midterm si avvicinano e la guerra è sempre più impopolare, vista la crisi energetica e il caos economico che sta causando. Al presidente serve una via d’uscita, che non è facile da trovare, però, se si continua ad alzare l’asticella delle tensioni.
Oggi Trump, parlando al podcast Pod Force One, ha ammesso di aver dato del pazzo a Netanyahu nell’ultima telefonata in cui hanno parlato del cessate il fuoco in Libano. Ha detto di essere rimasto turbato dai continui combattimenti, ma di lavorare bene con Netanyahu. E di non aver iniziato questa guerra con l’Iran solo perché spinto del premier israeliano: Trump ha rivendicato che sia stata una sua scelta perché non si può permettere a Teheran di avere un’arma nucleare. Su questo ha anche aggiunto che l’Iran a questo punto ha accettato di non avere mai l’atomica e che i negoziati procedono in questo senso, per cui forse in futuro ci sarà anche un incontro con l’Ayatollah Khamenei.
C’è però un evidente scostamento tra le dichiarazioni di Trump e la realtà dei fatti: se il regime iraniano avesse accettato di rinunciare al suo programma nucleare, l’accordo sarebbe già controfirmato e la crisi dello stretto di Hormuz sarebbe risolta. Invece solo nell’ultima notte hanno ripreso a cadere missili e droni in tutto il Golfo. Prima i Marines avrebbero bloccato una nave battente bandiera del Botswana che cercava di raggiungere un porto iraniano, scatenando la furia dei Pasdaran che a loro volta hanno preso di mira un’imbarcazione israelo-statunitense. Poi le forze statunitensi hanno attaccato l’isola di Qeshm, mettendo fuori uso un’antenna delle telecomunicazioni. A quel punto dall’Iran è partita una pioggia di missili e droni diretti verso le basi USA in tutto il Golfo, dal Kuwait, al Bahrein.
Il Comando centrale di Washington ha detto che tutte le minacce sono state neutralizzate e che gli obiettivi non sono stati colpiti. Ma sappiamo che in realtà l’aeroporto internazionale del Kuwait è stato raggiunto da dei droni iraniani: un attacco costato la vita a una persona, che ha provocato diversi feriti e mandato in caos il traffico aereo.
Nel Golfo la tensione è tornata altissima: diversi Paesi come l’Arabia Saudita e il Qatar hanno condannato gli attacchi iraniani, il Kuwait ha espulso alcuni diplomatici di Teheran e il prezzo del petrolio è tornato a salire. Anche la riserva petrolifera di emergenza degli Stati Uniti si sta avvicinando a un minimo storico, verso livelli che non si vedevano dagli anni Ottanta. E una soluzione a questa crisi ancora non si vede.
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