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Il Veneto ci aveva già provato due anni fa. Ma allora, nel 2024, per un solo voto non era stata approvata la legge regionale sul suicidio assistito. Un voto, tra l’altro, arrivato dal Partito democratico, in contrasto con la posizione e la linea del partito su questo tema. Con la nuova legislatura si è scelto di riprovarci e questa volta il testo è passato. Non che gli equilibri politici da allora siano cambiati: il Veneto è sempre una regione di centrodestra – la prima in questo senso ad approvare una legge sul fine vita, dopo i casi di Toscana, Sardegna ed Emilia Romagna, tutte governate dal centrosinistra – guidata dalla Lega. Ma il governatore di allora che oggi presiede il Consiglio regionale – parliamo di Luca Zaia – ha sempre sostenuto questa battaglia, affermando che ci siano temi su cui la politica e le amministrazioni dovrebbero semplicemente dare risposte ai cittadini.
Non proprio tutti, nella Lega, sono d’accordo con Zaia. Durante la votazione ieri ha spiccato infatti il voto contrario del capogruppo leghista nel Consiglio, senza contare che nel Carroccio ci sono anche state alcune astensioni. Ha votato nettamente contro, invece, Fratelli d’Italia e l’unico consigliere di Futuro Nazionale. In Forza Italia si è andati secondo coscienza. Questa volta, nel Pd, non ci sono state sorprese.
La legge sul fine vita in Veneto
Zaia l’ha definita “una legge di civiltà che ha coinvolto le coscienze prima che le appartenenze” politiche, che vuole ribadire il “rispetto ai malati terminali in attesa”, ma anche dare “un segnale a livello nazionale, perché il Parlamento legiferi”. In un’intervista a Repubblica – alla giornalista Brunella Giovara, che gli chiedeva se stesse lanciando qualche frecciatina ai partiti alleati – Zaia ha detto di non voler fare accuse, ma che è da trent’anni ormai che il Parlamento discute di questo tema, dal caso di Eluana Englaro. Per poi aggiungere che, secondo lui, se a livello nazionale si votasse con voto segreto – quindi lasciando scegliere liberamente i parlamentari a seconda della loro coscienza, senza seguire l’imposizione di linea delle segreterie di partito – la legge passerebbe sicuramente: “Non metto nessuno sul banco degli imputati, la Meloni, la destra, la sinistra… con libertà di coscienza e voto segreto avremmo delle sorprese”.
Al momento, comunque, la principale critica alla legge veneta non è arrivata da partiti politici, ma dal patriarca di Venezia. Monsignor Francesco Moraglia ha detto di essere amareggiato perché, con questa legge, “si afferma un modello culturale e un modello di sanità che possono portare a una deriva difficilmente controllabile”. E poi ha anche detto che “la percezione della dignità della vita umana appare oggi meno tutelata”.
Botta e risposta tra Zaia e il patriarca di Venezia
Una scelta particolare, quella di usare la parola “dignità”. Perché, semplificando il dibattito, la posizione cattolica contraria al suicidio assistito ritiene che la vita non sia a disposizione dell’individuo, ma sia un dono sacro, ricevuto da Dio, sul quale quindi l’essere umano non ha facoltà di disporre come meglio crede, anche se si tratta della sua stessa vita. Posizione in contrasto con quella di chi invece è a favore della libertà di ognuno di scegliere per sé stesso, fino alla fine. Non perché si ritenga, in assoluto, minore il valore della vita, ma perché si pone l’accento sulla dignità della stessa. Lasciando quindi scegliere all’individuo che cosa sia una vita dignitosa, in caso contrario, quando e come porle fine. Entro determinate condizioni medico-sanitarie.
Alle parole del patriarca, Zaia ha risposto in un’altra intervista – questa volta di Laura Berlinghieri, sul Mattino di Padova – dicendo che sia una posizione legittima: “Ma, come ho detto in passato anche a lui, la Chiesa si occupa dell’anima e noi dei corpi. Abbiamo le leggi da applicare e non esiste la figura dell’amministratore obiettore di coscienza. L’istituzione deve essere laica: può portare i valori della cristianità, ma deve essere laica. A Moraglia ricordo che non abbiamo approvato il fine vita e che i fragili e i vecchi non c’entrano nulla. C’è una sentenza che dal 2019 stabilisce chi può accedere al fine vita. Una sentenza scritta da autorevoli magistrati, anche di espressione del mondo cattolico”.
La sentenza della Corte costituzionale del 2019
Quella sentenza della Corte Costituzionale – pronunciata in seguito al caso di dj Fabo, accompagnato in Svizzera da Marco Cappato per accedere al suicidio assistito, dopo che un incidente devastante lo aveva lasciato tetraplegico – fissa quattro requisiti: essere affetti da una patologia irreversibile, provare sofferenze fisiche o anche psicologiche intollerabili, dipendere da trattamenti di sostegno vitale ed essere in grado di decidere liberalmente e consapevolmente. La Consulta nel 2019 aveva fissato questi criteri e poi chiesto al Parlamento di intervenire con una normativa a riguardo, cosa che non è mai accaduta.
Nella legge veneta – partita da una proposta di iniziativa popolare dell’Associazione Luca Coscioni, che aveva raccolto 9mila firme – si stabilisce la costituzione in ogni azienda sanitaria di una commissione medica permanente, che avrà il compito di esaminare le richieste. Non sono però stati messi nero su bianco i tempi in cui i pazienti riceveranno una risposta. Ma c’è una ragione: nelle altre leggi regionali la definizione delle tempistiche era stata bocciata dalla Consulta. In Veneto si è quindi preferito procedere in modo da evitare il problema. Ma, assicurano i sostenitori della legge, le commissioni lavoreranno in tempi rapidi, anche tenendo in considerazioni le condizioni dei pazienti.
Tra le altre cose sancite dalla legge veneta c’è anche la priorità delle cure palliative e poi – punto introdotto da un emendamento che sembrerebbe essere una di compromesso con il mondo cattolico e conservatore – la presenza delle associazioni pro-vita nell’iter informativo dei malati terminali che fanno richiesta di accedere al suicidio assistito.
Le regioni e il Parlamento
Con il Veneto sono quattro le regioni che si sono dotate di una normativa sul suicidio assistito, ma molte altre stanno discutendo di fare lo stesso. Ci sono raccolte firme in corso, o proposte già depositate. Dall’Associazione Luca Coscioni hanno sottolineato che mentre il Parlamento continua a non intervenire sono le regioni che si stanno muovendo per garantire ai malati procedure alle quali hanno diritto. Il problema è che si rischia di arrivare a una situazione a macchia di leopardo, con le amministrazioni che si muovono in modo diverso, rischiando di avere situazioni diverse, per i pazienti, a seconda del luogo in cui vivono.
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