L'Italia è la peggiore in Europa per i cosiddetti "Neet" (Not in Education, Employment or Training), i giovani fra i 18 e i 24 anni che non studiano e non sono in cerca di lavoro. I nuovi dati diffusi oggi da Eurostat, l'ufficio statistico dell'Unione Europea, mostrano come lo scorso anno la percentuale dei Neet italiani raggiungesse il 25,7% (in leggera discesa rispetto al 2016, quando era il 26%). Il numero più basso è invece quello registrato nei Paesi Bassi, dove erano appena il 5,3%. A livello dell'intera Unione Europea nel 2017 c'erano circa 5,5 milioni di ragazzi e ragazze che studiavano né lavoravano (pari al 14,3%), l'equivalente della popolazione della Slovacchia o della Finlandia. Si tratta di numeri importanti anche se si è ormai quasi tornati ai livelli pre-crisi del 2008, con una costante discesa che continua dal 2012, quando si era raggiunto il picco con una media europea del 17,2%.

Per avere una panoramica sulla situazione negli altri Paesi Ue, percentuali simili all'Italia si registrano a Cipro, dove sono uno su cinque (22,7%), Grecia (21,4%), Romania (19,3%) e Bulgaria (18,6%). Un tasso di Neet superiore al 15% si trova invece in alcuni grandi Paesi a noi vicini come la Spagna (17,1%), seguita da Francia (15,6%) e Slovacchia (15,3%). Le percentuali più basse si trovano invece, oltre che nei Paesi Bassi, anche in Slovenia (8%), Austria (8,1%), Lussemburgo e Svezia (8,2%), Repubblica Ceca (8,3%), Malta (8,5%), Germania (8,6%) e Danimarca (9,2%). Degli oltre 38 milioni di ragazzi e ragazze con un'età compresa fra i 18 e 24 i anni che vivono nell'Unione europea, la maggior parte è quindi impegnata in attività educative e formative o ha già fatto il suo ingresso nel mondo del lavoro. Nel 2017, sottolinea Eurostat, il 40,4% dei giovani di questa fascia d'età ha dichiarato di trovarsi in formazione, il 27,4% ha risposto di essere occupato mentre il 17,8% di essere in un mix di istruzione e occupazione.

Nello specifico la situazione italiana può essere analizzata grazie ai dati Istat di ieri. Il nostro istituto di statistica, infatti, ha pubblicato per la prima volta una serie di indicatori del Benessere equo e sostenibile relativi alle 110 province e città metropolitane italiane che analizzano anche la situazione dei giovani. Nel 2016, l'anno analizzato, i Neet fra i 15 e i 29 anni (un intervallo più ampio rispetto a quello preso in esame da Eurostat) sono stati in media il 24,3%. La distribuzione geografica dei ragazzi e le ragazze che non studiano né lavorano ha visto riemergere un divario Nord-Sud: questi infatti si sono concentrati soprattutto al Sud, con il 34,2%, mentre erano il 20,4% al Centro e solo il 17% al Nord. Non si tratta però di blocchi monolitici, all'interno di queste aree si evidenziano anche forti differenze. I territori meno svantaggiati sono compresi fra il Nord-ovest e il Nord-est del nostro Paese, ma non mancano alcune province del Centro come Pisa, Siena e Ancona. Il valore minimo si registra a Bologna (11,8%) e quello massimo a Roma (21,8%). All'estremo opposto ci sono le province e le città metropolitane con il maggior numero di Neet, dove si trovano parte della Campania e della Puglia, tutta la Calabria, la quasi totalità della Sicilia e la costa occidentale della Sardegna. Tra queste, i valori variano dal minimo di Reggio Calabria (36,8%), al massimo della città metropolitana di Palermo (41,5%). Rispetto alla tendenza degli altri Paesi europei evidenziata dall'Eurostat, il fenomeno è andato crescendo fra il 2004 e il 2016. La crescita è stata più intensa al Nord (+44%), con un raddoppio dei Neet in alcune province del Piemonte (Vercelli, Asti, Alessandria) ma forti aumenti si registrano anche in parte della Lombardia (Varese e Mantova) e a Rovigo. Nelle province del Mezzogiorno si ha una pressoché generale riduzione della distanza con il resto d’Italia, in virtù di una crescita più modesta dati i livelli di partenza già molto elevati.